IAI
Discorsi sull'Europa al Salone del Libro di Torino

Elezioni europee: Costituzione e cittadinanza ricetta anti-crisi

23 Mag 2019 - Emmanuela Banfo - Emmanuela Banfo

Europa 2.0. Ovvero dotata di una Costituzione unica, valida in tutti gli Stati membri, in grado di tutelare i cittadini del mondo che nei loro Paesi vedono calpestati i loro diritti. Il filosofo Fernando Savater, in vista delle elezioni europee del 26 maggio, auspica che prevalga non tanto l’ Europa “dei commercianti, degli Stati e dei popoli, ma l’Europa dei cittadini”. Perché se nei primi anni dell’Unione, ci si limitava a parlare di una cittadinanza europea molto generica che semplicemente conviveva con le Costituzioni nazionali e dalla debole o nulla efficacia applicativa, ora – secondo il filosofo spagnolo – c’è bisogno di un salto di qualità: una Costituzione unica per una cittadinanza comune dove tutti abbiano uguali diritti.

Il Salone del Libro di Torino è stata l’occasione per far sentire la voce europea di un buon pezzo della cultura internazionale. L’idea di Savater è di una “cittadinanza europea come copia di sicurezza delle cittadinanze e delle costituzioni nazionali, uno scudo per offrire accoglienza, razionale, partecipativa, a tutti coloro che non solo sono alla ricerca di un rifugio, ma che soprattutto non vogliono essere marchiati dalla loro appartenenza territoriale o culturale”.

Fernando Savater, Costituzione e cittadinanza
Tutto ciò è perfettamente coerente con il recente pronunciamento della Corte di Giustizia dell’ Ue sul divieto di rimpatrio per i migranti a rischio soprusi, ma si scontra con i nazionalismi, non solo quelli che intendono affermare la sovranità della singola nazione, ma anche quelli che reclamano l’indipendenza all’interno di una stessa nazione, minandone l’unità.

“Voltaire – afferma Savater a questo proposito – fu il primo a definire l’Europa un Paese composto da diverse nazioni. Ogni guerra in Europa è pertanto una guerra civile. Ma oggi i movimenti nazionalisti, come quelli che ci affliggono in Spagna, vedi la Catalogna e i Paesi Baschi, mirano a disgregare gli Stati. Questi sono contrari al progetto europeo, non solo perché è impensabile che l’ Unione possa  frammentarsi ulteriormente, ma anche perché pretendono di mutilare la cittadinanza”.

Il voto che sarà espresso il 26 maggio esprimerà non solo, e non tanto, un sì o un no all’ Europa, ma concetti profondamenti diversi di quello che dovrà essere l’ Europa: un contenitore di nazioni concorrenti oppure la realizzazione di un’unità di Stati fratelli. Occorre combattere contro “il narcisismo delle piccole differenze, come le chiamava Freud – dice Savater – dove ogni voce che proviene da un altro Paese è vissuta come ingerenza”.

Bernard Guetta e i sovranisti dell’Est
Qualunque sarà l’esito elettorale, resteranno sul tappeto questioni che toccano i cuori dei popoli del Vecchio Continente: malati di narcisismo, di risentimento collettivo, di panico e fobie immaginarie? Se nell’Italia del XXI Secolo, che ha poco più di 150 anni di vita, sopravvivono rivalità campanilistiche, diffidenze regionali, se nell’Ungheria di Viktor Orban o nella Polonia di Mateusz Morawiecki prevale la gelosia per la propria identità nazionale, bisogna guardare alle ragioni profonde che affondano le loro radici nella storia e nell’evoluzione di questi Paesi.

Nella stessa agorà del libro, il giornalista francese Bernard Guetta, autore de ‘I sovranisti’,  ha ricordato la sofferenza di Polonia e Ungheria, per esempio, sotto il dominio dell’Urss e di come “si siano gettate nelle braccia dell’Unione. Ma si trattava – ha osservato – di Paesi molto conservatori che, in realtà, sognavano l’ Occidente com’era tra le due guerre”. In ogni caso – è la sua conclusione – la modernità andrà avanti anche se l’Ungheria di Orban vuole tornare all’oscurantismo, all’epoca precedente l’età dell’illuminismo”.

Donald Sasson evoca i fenomeni morbosi
Nel suo dialogo con la giornalista Ece Temelkuran, esule da cinque anni dalla Turchia di Erdogan, lo storico inglese Donald Sassoon ha ripreso da Antonio Gramsci l’immagine dei “fenomeni morbosi”, quali la xenofobia, il razzismo, il nazionalismo, che s’affacciano ogni volta che il Vecchio Mondo muore e il nuovo ancora non nasce. E’, dunque, questione di tempo, tempo di gestazione di un nuovo sistema che ancora non è chiaro e che richiede l’impegno di uomini e donne coraggiosi, attivi in una ricerca comune che ha, comunque, chiaro l’obiettivo di mantenere un’Europa di pace.

Se per Guetta la storia andrà comunque avanti nonostante le reazioni conservatrici o regressive (Orban – puntualizza – ha meno del 50%, non rappresenta la maggioranza, e Robert Biedron, apertamente gay, a Varsavia ha fondato un partito progressista), Savater, tra il serio e il faceto, invita gli europei di leggere o di rileggere, prima del voto europeo,  “Il Napoleone di Notting Hill” di Chesterton. Un romanzo profetico – lo ha definito – che immagina una guerra tra i quartieri di Londra, battaglie di frontiera tra piazze e vie, piccoli rioni che si ergono a città-Stato, gli uni contro gli altri abitanti che un giorno prima erano tranquilli vicini di casa. E alla fine Londra ritrova la sua unità paventando l’arrivo di un esercito ottomano minaccioso.

Savater spera che l’Europa venga vista “come una necessità, una promessa, un trionfo comune, senza bisogno di un nemico esterno per riconoscersi uniti”. E’ curioso che Matteo Renzi, qualche anno fa, volesse suggerire lo stesso libro ai ‘tecnocrati’ europei. Era il 2014 e il suo riferimento ricevette il plauso di Civiltà Cattolica. Due letture di uno stesso testo: Savater pone l’accento sul pericolo di un eccesso di frammentazione e su un’Europa che potrebbe costruirsi soltanto sulla paura, sulla sicurezza, in un’ottica, dunque, difensiva; Renzi, invece, sul pericolo di un eccesso di centralismo che, nel tempo, schiaccia e annulla le identità, per quanto ‘micro’ possano sembrare.