IAI
Ripresa dei test balistici nella penisola

Corea: missili e nuove tensioni dopo il nulla di fatto di Hanoi

17 Mag 2019 - Pierfrancesco Moscuzza - Pierfrancesco Moscuzza

Tre mesi dopo il fallimento del summit di Hanoi tra il presidente statunitense Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un, la tensione nella penisola coreana è salita nuovamente alle stelle. La ragione di tale escalation è stata la decisione presa dal regime nordcoreano di ricominciare i test balistici, contravvenendo gli accordi presi con Trump nel meeting di Singapore del giugno 2018. Secondo fonti degli apparati di sicurezza sudcoreani, la Corea del Nord avrebbe effettuato due test, il 4 e il 9 maggio. Il primo lancio di corto raggio è stato fatto da un sito poco a nord di Wonsan, sulla costa est del Paese, con una gittata inclusa tra i 70 ed i 200 chilometri. Il secondo lancio, molto probabilmente della stessa tipologia del primo, è stato effettuato da Kusong, che si trova nella parte nordoccidentale del Paese, a nord di Pyongyang.

Nonostante questi nuovi test balistici rappresentino una violazione delle sanzioni dell’Onu, sembrerebbe che Kim abbia cercato di non forzare troppo la mano delle sue controparti. Infatti, secondo fonti ufficiali del Comando comune per la sicurezza sudcoreano, entrambi i lanci sarebbero stati calibrati in modo da terminare in acque territoriali nordcoreane nel Mare orientale (altrimenti noto come Mar del Giappone), si pensa per evitare inutili provocazioni nei confronti degli Stati Uniti e dei Paesi limitrofi, Corea del Sud e Giappone.

La risposta di Washington
Nonostante ciò, gli Stati Uniti hanno reagito immediatamente, riprendendo le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud che Trump aveva promesso di terminare subito dopo l’incontro di Singapore, dopo averle bollate come “provocatorie” nei confronti di Pyongyang. Giovedì 9 maggio, durante tutta la tarda mattinata fino al tardo pomeriggio, i cieli della provincia di Gyeonggi-do immediatamente a sud dell’area metropolitana di Seul, sede di due importanti basi statunitensi (Sontang e Pyeongtaek), sono stati teatro di esercitazioni dell’aeronautica militare statunitense e sudcoreana con voli a bassissima quota ed inseguimenti alla Top Gun, per la gioia dei residenti che hanno dovuto convivere con le emissioni sonore. Lo stesso giorno, a Seul si è tenuto un vertice trilaterale tra Corea del Sud, Stati Uniti e Giappone per fare il punto sui nuovi sviluppi per la sicurezza nella regione. Secondo il ministero della Difesa sudcoreano, le tre parti hanno espresso la speranza che si possa continuare nel percorso diplomatico per raggiungere la pace e la completa denuclearizzazione della penisola coreana.

Le esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud sono continuate, sebbene in maniera minore, per tutta la giornata del 10 maggio in coincidenza di un altro evento, il sequestro di una nave cargo nordcoreana da parte della Marina militare statunitense. Secondo il Dipartimento di Giustizia americano, la nave Wise Honest avrebbe violato le sanzioni commerciali imposte alla Corea del Nord, trasportando carbone verso altri paesi, tra cui la Cina. Il sequestro, il primo di questo genere, fa parte della campagna statunitense di “massima pressione” contro il governo nordcoreano e rappresenta un colpo abbastanza pesante per l’economia del Paese, se si tiene conto che la Wise Honest è la seconda nave per ordine di grandezza della flotta commerciale di Pyongyang.

Kim alla corte di Putin e la politica del rischio calcolato
Questo clima di tensione si colloca nella strategia politica intrapresa da Kim dopo l’incontro di Hanoi. Per la prima volta dal fallito incontro con Trump in Vietnam, infatti, il leader nordcoreano si è recato nuovamente all’estero, ma stavolta per incontrare il presidente russo Vladimir Putin. Nonostante il leader del Cremlino sia stato molto cauto nel non rilasciare alcuna dichiarazione che possa mettere in difficoltà Trump, la visita di Kim in Russia ha sicuramente aumentato la pressione nei confronti dell’Amministrazione Usa, che al momento si trova a dovere affrontare altre tre situazioni di crisi internazionale su diversi fronti: la guerra commerciale con la Cina, la crisi in Venezuela, e l’escalation militare con l’Iran.

Il fallimento del meeting di Hanoi e la nuova strategia politica di Kim nei confronti degli Stati Uniti basata sulla brinkmanship (la politica del rischio calcolato) potrebbero in parte essere stati causati dalla rinnovata diffidenza di Kim a seguito di due episodi dai contorni poco chiari.

Ambasciate ballerine a Roma e Madrid
Il primo riguarda l’Italia e, in particolare, la scomparsa dell’ambasciatore nordcoreano e della sua famiglia da Roma. Il diplomatico, a quanto pare, avrebbe deciso di disertare abbandonando la propria posizione. L’Italia del governo Conte è notoriamente vicina all’America di Trump ed è tradizionalmente uno degli alleati di punta degli Stati Uniti in Europa. Questa circostanza ha messo sicuramente in cattiva luce Kim, esponendone la debolezza nonché il forte dissenso politico interno al regime.

Il secondo episodio è stato il raid all’ambasciata nordcoreana di Madrid effettuato da un fantomatico gruppo di esiliati nordcoreani chiamato Free Joseon, apparentemente guidato da tale Adrian Hong Chang, un cittadino coreano residente in Messico che avrebbe agito in collaborazione con Christopher Ahn, un ex marine che ha combattuto in Iraq. Ahn è stato successivamente arrestato a Los Angeles e processato per direttissima —sebbene a porte chiuse— dalla Corte Federale della capitale californiana. L’incidente era avvenuto pochi giorni prima del fallito summit di Hanoi, dove uno dei principali negoziatori nordcoreani era Kim Hyok-chol, ex ambasciatore in Spagna. Secondo il quotidiano spagnolo El País, i servizi segreti spagnoli avevano inizialmente accusato due soggetti collegati alla Cia. Il Dipartimento di Stato americano avrebbe risposto dicendo che il governo degli Stati Uniti “non aveva avuto niente a che fare” con la vicenda.

Le prossime mosse della partita a scacchi
Sicuramente il summit di Hanoi è fallito anche per le pressioni che Trump stava affrontando sul fronte domestico, dovute alla testimonianza del suo ex avvocato Michael Cohen che lo aveva definito come un razzista, truffatore a capo di un impero mafioso. I due eventi sopra citati, tuttavia, potrebbero avere spinto Kim ad alzare la posta in gioco, chiedendo la revoca totale delle sanzioni internazionali in cambio di ulteriori progressi sulla denuclearizzazione. Questa interpretazione è supportata anche dalle recenti dichiarazioni rilasciate alla televisione nazionale dal presidente sudcoreano Moon, il quale ha dichiarato che il comportamento di Kim è una manifestazione della sua frustrazione per il fallimento dell’incontro di Hanoi e lo stallo delle trattative, mettendo in evidenza il carattere del leader nordcoreano come dispotico, diffidente e poco diplomatico.

Pertanto, l’escalation della tensione da parte nordcoreana sembra essere stata calcolata a tavolino, dovuto alla coincidenza con gli eventi sul fronte domestico e internazionale citati che mettono sotto pressione l’Amministrazione statunitense e Trump stesso, ultimi in ordine di tempo la citazione a giudizio per Trump junior, nonché la richiesta di pubblicare la dichiarazione dei redditi personale del presidente finora tenuta segreta. A questo punto, è molto probabile che Trump dovrà in qualche modo reagire alla pressione.

La prima opzione potrebbe essere il ritorno alla linea della “massima pressione”, come fatto nel caso del sequestro della nave Wise Honest, minacciando Pyongyang con una possibile azione militare. La seconda opzione potrebbe essere la riapertura delle negoziazioni, facendo delle concessioni sul tema delle sanzioni in cambio di un impegno concreto verso la denuclearizzazione. Resta da vedere quale sarà la prossima mossa in questa sempre più intricata partita a scacchi tra Kim e Trump il cui risultato è tutt’altro che scontato.

Foto di copertina © Xinhua via ZUMA Wire