IAI
Vicenda conclusa con assoluzione

Caso Agusta Westland – India: difendere l’interesse nazionale

29 Mag 2019 - Michele Nones, Vincenzo Camporini - Michele Nones, Vincenzo Camporini

Con la definitiva assoluzione si chiude la vicenda dei due manager di Finmeccanica (oggi Leonardo) Giuseppe Orsi e Bruno Spagnolini, accusati di corruzione internazionale per le supposte tangenti pagate a ufficiali indiani al fine di favorire nel 2010 la vendita di dodici elicotteri pesanti AW 101 destinati al trasporto delle autorità. Vicenda che ha distrutto due carriere prestigiose e ha sottratto al Paese due manager di indiscussa capacità a livello internazionale, che, insieme, avevano fatto crescere e diventare Agusta Westland una delle prime imprese elicotteristiche mondiali e che, come riconosciuto dalla stessa procura, avrebbero commesso il reato senza alcun vantaggio personale.

Un lungo incubo giudiziario
Otto anni di incubo giudiziario con una magistratura oscillante fra non colpevolezza (primo grado) e colpevolezza (secondo grado, poi annullato), arrivando, a distanza di due anni dall’inizio dell’inchiesta, all’arresto e alla detenzione per due mesi di Orsi (nel frattempo diventato presidente e amministratore delegato di Finmeccanica): il tutto senza avere trovato traccia di oltre 50 milioni di euro (il 10% dell’intera commessa) che, secondo la Procura di Busto Arsizio, sarebbero usciti dalle casse della società Agusta Westland, senza che se ne fossero accorti controllori finanziari, revisori, sindaci e nemmeno quelli della controllante Finmeccanica, oltre tutto un gruppo il cui socio di riferimento è lo Stato tramite il Ministero dell’Economia e Finanze (da cui dipende la Guardia di Finanza).

E, ancora più incredibile, la corruzione sarebbe stata messa in atto per convincere gli indiani ad acquistare quella che tutti consideravano la migliore macchina della sua categoria, nata per far fronte alle rigorose esigenze delle Marine britannica e italiana e poi sviluppata anche in una versione Vip, già scelta per il trasporto del presidente americano (anche se poi la protezione degli interessi industriali americani ha portato a chiudere prematuramente il contratto).

Niente sembrava avere senso nell’ipotesi accusatoria, ma, ovviamente, molti si aspettavano che fossero state trovate inoppugnabili prove delle ‘mazzette’ pagate. E, invece, niente, nulla di nulla, come oggi finalmente si riconosce.

In questo quadro ci si dovrebbe, però, domandare perché nell’estate del 2014 (prima dell’assoluzione in primo grado) il nuovo presidente e amministratore delegato di Finmeccanica Mauro Moretti abbia deciso il patteggiamento di circa 8 milioni di euro al fine di chiudere l’inchiesta sul coinvolgimento del gruppo industriale.

Alla luce della recente sentenza, gli azionisti di Finmeccanica potrebbero avere qualcosa da ridire e sarebbe interessante sapere quali siano state le valutazioni dei rappresentanti del Mef nel Consiglio di Amministrazione della società. Così come sarebbe il caso di domandarsi se qualcuno sarà chiamato a pagare non solo i danni subiti dai due personaggi ingiustamente coinvolti, ma soprattutto il danno diretto (annullamento della commessa) e indiretto (immagine dell’industria italiana pesantemente compromessa sui mercati internazionali) subito dal Paese.

Questa vicenda ha visto contrapporsi due opposti livelli di attenzione: da una parte un ben oliato e rumoroso tritacarne mediatico con l’abituale pubblicazione di intercettazioni telefoniche e ambientali e di documenti, in gran parte estranei all’inchiesta, e relative sentenze di condanna emesse sui mass media invece che nei tribunali; e, dall’altra, un silenzio assordante dei vari governi che si sono succeduti in questo decennio, nonostante avessero la disponibilità di strumenti di informazione riservata (civile e militare) e il dovere di tutelare l’interesse nazionale.

La mancata tutela dell’interesse nazionale
Al di là delle vicende personali e industriali, è in realtà quest’ultimo l’aspetto più grave di tutta la storia, destinato a perdurare nel tempo e inevitabilmente allargato all’intero mercato internazionale della difesa. Quanto al mercato indiano, ci vorranno anni e anni per riuscire a rientrarvi, facendo dimenticare le accuse di diffusa corruzione lanciate da parte italiana.

Il Sistema Italia ha dato, purtroppo, una brutta prova di inefficienza, se non di autolesionismo, senza mettere in atto alcuna misura per limitare i danni di immagine e, soprattutto, senza saper ridurre al minimo i tempi di un’inchiesta che, senza comprovati riscontri, avrebbe dovuto finire sul nascere.

Quando sono in gioco gli interessi nazionali, dovrebbero essere assicurati alla magistratura tutti i mezzi necessari per operare tempestivamente e, soprattutto, dovrebbe essere coinvolto personale esperto e altamente competente in grado di gestire la complessità giuridica internazionale. Basti solo pensare che, in questo caso, tutti i documenti erano in inglese, e anche molti testimoni parlavano inglese, a fronte dei quali stavano responsabili delle indagini e giudici che l’inglese, forse, lo avevano studiato a scuola: emblematico l’episodio dell’udienza presso il tribunale di Busto Arsizio in cui venne chiamato a testimoniare Jeffrey Hoon, già ministro della Difesa britannico, che non poté essere ascoltato per la mancanza di un valido interprete simultaneo!

Se questa esperienza non ci spingerà ad affrontare seriamente le questioni emerse, tutto sarà avvenuto invano e continuerà ad incombere il rischio che possa ripetersi in qualsiasi momento.