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Elezioni il 9 aprile, Golan e altro

Israele-Usa: repubblicani e democratici divisi sul rapporto

1 Apr 2019 - Leone Radiconcini - Leone Radiconcini

Il rapporto fra gli Stati UnitiIsraele sta da qualche tempo evolvendo in due diverse direzioni: da un lato, l’Amministrazione Trump ha rafforzato il proprio legame con il governo di israeliano in carica; dall’altro, la nuova ala del partito democratico, autodefinitasi socialista, appare sempre più reticente rispetto alle azioni dello Stato ebraico ed al ruolo dell’American Israeli Public Affair Commetee (Aipac), ossia il gruppo lobbistico statunitense che promuove i rapporti con Israele negli Usa. Una dialettica ravvivata dalla prospettiva delle elezioni israeliane del 9 aprile.

Il riconoscimento della sovranità sulle alture del Golan
Il 25 marzo, in presenza del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Washington, Donald Trump ha ufficialmente riconosciuto la sovranità di Israele sulle alture del Golan, un territorio parte dello Stato siriano occupato dalle forze israeliane durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967 e rimasto da allora sotto controllo ebraico.

Le diverse Amministrazioni statunitensi che si sono susseguite in questi 52 anni hanno evitato di prendere una posizione eccessivamente netta sul tema al fine di evitare un’escalation delle problematiche derivanti da tale possibile (o mancato) riconoscimento. L’Amministrazione Trump ha invece scelto di ufficializzare il riconoscimento, portando avanti una politica già chiaramente espressa con lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme lo scorso maggio e il conseguente riconoscimento di questa come capitale di Israele.

Per comprendere quali effetti tale decisione possa avere bisogna risalire allo spartiacque storico che ha rappresentato la Guerra dei Sei Giorni. È infatti a seguito della travolgente vittoria israeliana del ’67 che Gerusalemme nella sua interezza, come anche le alture del Golan, sono passate sotto il controllo effettivo dello Stato israeliano. Per potere risolvere i problemi connessi al mantenimento della pace nell’area, il Consiglio di Sicurezza dell’Onuapprovò, nel novembre di quell’anno, la risoluzione 242 che prevedeva il riconoscimento di tutti gli Stati dell’area e il “ritiro delle forze armate israeliane da territori occupati” con l’elisione dell’articolo determinativo ‘i’ al fine di ottenere un possibile compromesso fra le parti.

È da questa stessa risoluzione che sono partiti tutti i colloqui di pace successivamente avviati fra arabi ed israeliani. Pertanto, procedere verso un riconoscimento sempre più ampio della sovranità israeliana sui territori occupati rischia di compromettere ancora di più le già scarse possibilità di riprendere l’avvio delle discussioni per la pace.

A ciò va aggiunto il fatto che, mentre la Palestina non ha mai completamente raggiunto una dimensione statale riconosciuta univocamente, la Siria è uno Stato, per quanto incapace di esercitare pienamente le proprie funzioni a causa della guerra civile. Riconoscere quindi la sovranità israeliana sul territorio di un altro Stato sovrano crea un precedente assai grave da parte statunitense rispetto alla trasgressione di uno dei principi fondamentali del diritto internazionale. Per quanto Israele rivendichi le alture come uno spazio necessario per tutelare la sicurezza dei propri cittadini, ugualmente questo passo rischia di compromettere proprio la sicurezza dello Stato nel lungo periodo.

I nuovi democratici e l’Aipac
Dall’altro lato dello schieramento politico statunitense hanno invece iniziato ad alzarsi delle voci nuove, quelle dei membri del Congresso appena eletti e fortemente critici verso le azioni israeliane. Fra questi, la neoeletta deputata Ilhan Omar, una delle prime due donne di fede musulmana a fare parte del Congresso, è stata oggetto di forti critiche rispetto alle modalità con cui ha criticato Israele, le sue politiche e il rapporto con gli Stati Uniti.

Il primo commento a creare problemi è stato quello con cui ha definito l’alleanza fra i due Stati come esclusivamente basata sul denaro: “all about the Benjamins” (Benjamin Franklin è rappresentato sulle banconote da 100 dollari) che sembra richiamare l’atavico stereotipo dell’ebreo attento esclusivamente al denaro. Il secondo motivo di critica è derivato dall’avere definito i sostenitori di Israele negli Usa come “fedeli ad un Paese straniero”. Anche in questo caso si ritrova nuovamente un tema caro alla propaganda antisemita che è quello della ‘doppia lealtà’ degli ebrei. La deputata si è successivamente scusata per le espressioni usate. Rimane però chiara la presenza di un tema non trascurabile da parte dei nuovi democratici, ossia della necessità di modificare il rapporto con Israele e con l’Aipac.

Su una linea non troppo distante si colloca una scelta altrettanto importante, ossia quella di alcuni front-runner del partito democratico per la nomina alla presidenza di non essere presenti all’annuale riunione dell’Aipac, tenutasi il 26 marzo. Fra questi troviamo Bernie Sanders ed Elizabeth Warren ma anche Kamala Harris e Beto O’Rourke. La motivazione è l’influenza che la nuova sinistra sta avendo sulla base del partito democratico, sempre meno propensa ad accettare le posizioni israeliane nonché le azioni lobbistiche dell’Aipac sul Congresso.

Prospettive ambigue per il rapporto Usa-Israele
I repubblicani, come anche il presidente Trump, hanno colto l’occasione per colpire i democratici e tacciarli di antisemitismo. Va però precisato che i riconoscimenti fatti da Trump ad Israele non possono mettere in ombra il malcelato favore con cui il presidente guarda ai gruppi suprematisti bianchi che da sempre promuovono l’antisemitismo in ogni sua forma. Dall’altro lato, le scelte fatte da alcuni membri del partito democratico potrebbero promuovere una nuova narrazione del rapporto con la popolazione di fede ebraica negli Usa e con lo Stato di Israele che non è detto piaccia alla maggior parte dell’elettorato, e tantomeno all’Aipac e ad Israele.

Dalla presidenza Truman in poi, con forse l’eccezione di Eisenhower, il legame fra Israele e Stati Uniti non è mai stato messo in discussione, senza con questo legittimare qualsiasi scelta operata dallo Stato ebraico. Oggi pare, invece, di essere di fronte a una biforcazione netta: da un lato i repubblicani e la presidenza pronti a promuovere tutte le azioni israeliane e le loro rivendicazioni principalmente per motivi elettorali (sia statunitensi che israeliani); dall’altro i democratici che, se continueranno sul percorso ora imboccato, potrebbero mettere in discussione la struttura dell’alleanza come concepita fino ad oggi. Nessuna delle due prospettive sembra essere ottimale a lungo termine per Israele.