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Ricordi di capo di Stato Maggiore

Donne e Forze Armate: vent’anni dopo, una testimonianza

16 Apr 2019 - Mario Arpino - Mario Arpino

Vent’anni fa, questi erano gli ultimi mesi del lungo travaglio che, il 29 ottobre 1999, ha portato al difficile parto della legge 380. Anche in Italia le Forze Armate potevano finalmente arruolare le donne. “Stiamo arrivando ultimi, ma dobbiamo fare meglio dei primi”. Questa è stata una costante del mio pensiero negli oltre dieci anni in cui, trovandomi in posizioni di responsabilità in Aeronautica prima ed alla Difesa poi, avevo maturato la convinzione che le nostre Forze Armate, senza le donne, erano in uno stato di palese inferiorità culturale rispetto a quelle con cui, nell’ambito dell’Alleanza o per posizione geografica, eravamo soliti confrontarci.

Un aneddoto può aiutare
Nel 1985 (ero allora responsabile dei piani, operazioni e addestramento dell’AM) nel corso di una visita ai nostri allievi piloti sulla base Nato di Sheppard, in Texas, mentre ero in volo con un T-38 sentivo in cuffia un rincorrersi voci femminili. Alcune provenivano dal centro di controllo del traffico, altre da allieve in volo di addestramento. Dopo l’atterraggio, mi era capitato di parcheggiare accanto a una di quelle voci. Era un’allieva olandese, al suo primo volo da solista su questo biposto supersonico.

L’ho nuovamente incontrata qualche anno dopo, nel 1991, sulla base di Leeuwarden. Lei era pilota da combattimento sulla linea F-16, ed io nuovo sottocapo dell’Aeronautica. Mi ha subito riconosciuto e, accomiatandoci, mi ha chiesto se in Italia “eravamo finalmente riusciti a risolvere il problema delle donne” . Ricordo di aver dovuto ammettere, non senza imbarazzo, che “il problema” non era ancora risolto, ma che ci stavamo impegnando. Sorrisino…

Un percorso lungo e tormentato
In verità qualche progetto di legge, mai giunto sino alla discussione in aula o in commissione, era stato elaborato. Ma, in ogni caso, di ruoli operativi per le donne non se ne parlava affatto. Finalmente nel 1992, con un’iniziativa dell’Esercito che aveva impressionato positivamente l’opinione pubblica e destato l’interesse della politica, è accaduto qualcosa di nuovo: a Roma, la caserma dei Lancieri di Montebello ospitava per un’intera giornata 29 ragazze, che ora possiamo considerare le ‘pioniere’.

Inquadrate da fotografi e telecamere con anfibi, foulard, basco e mimetica, avevano persino effettuato un’esercitazione di tiro con l’arma individuale. Le immagini sono circolate per settimane, dalla Tv ai quotidiani e poi nelle riviste. Da allora, la marcia delle donne-soldato ha preso impulso, diventando inarrestabile.

Nel frattempo ero diventato capo dell’Aeronautica, e oggi posso a ragion veduta sostenere che quest’Arma, attraverso numerosissime iniziative, tra cui il supporto alle insostituibili attività dell’Anados (Associazione nazionale donne soldato, di Debora Corbi) e un memorabile convegno presso la Scuola di Guerra Aerea di Firenze, cui partecipava il presidente della Commissione Difesa della Camera Valdo Spini con esperti di settore e numerosi parlamentari, assicurava un fondamentale effetto propulsivo. Nonostante tutto ciò, il disegno di legge presentato dal ministro Beniamino Andreatta, questa volta completo e redatto con la collaborazione di tutte le parti ‘espertei in causa, Anados compresa, stentava a decollare.

C’era, è vero, un generale consenso di facciata, ma vi si annidavano ancora numerose resistenze trasversali, non facili da individuare e combattere. Alcune erano di natura politica, altre di origine prettamente tecnica, visto che anche in ambito militare il consenso era graduato attraverso un’ampia gamma di distinguo. Quelle politiche erano di contenuto sopratutto ideologico (le donne devono procreare, non uccidere; per loro natura sono pacifiste, ecc.) e sono continuate fino all’approvazione della legge – e anche dopo -. Quelle tecniche riflettevano invece i differenti punti di vista in seno alle Forze Armate ed ai Corpi, spaziando dalle obiezioni più banali (difficoltà logistiche, i pericoli della promiscuità, i costi della trasformazione delle strutture, ecc). Tutti problemi che, a posteriori, si sono rivelati risolvibili. Di questo, con ammirazione, si deve dare atto soprattutto all’Esercito, che ha assorbito in tempi brevi l’impatto maggiore.

Verso il successo, con le ultime resistenze
Erano trascorsi quattro anni ed ora ero capo della Difesa. Ricordo quanto e come sia stato necessario insistere non solo in ambito politico, ma anche all’interno della compagine militare, per preservare i concetti di “parità dei diritti e dei doveri” e di “parità nell’assegnazione dei ruoli operativi e di combattimento”, che sin dall’inizio erano stati i cavalli di battaglia delle forze maggiormente innovatrici. Battaglia già iniziata dal mio predecessore, l’ammiraglio Guido Venturoni.

Concetti che le forze più conservatrici (curiosamente, nello schieramento politico erano tutte all’estrema sinistra) hanno tentato di contrastare ed erodere fino al momento dell’approvazione. E anche dopo. Il capo del reparto personale era il generale Marinelli, un alpino tutto d’un pezzo, encomiabile e combattivo, il cui impegno è stato determinante. Incredibilmente, mentre qualcuno ancora nicchiava, ricordo come, grazie alla disponibilità dell’Esercito e ad uno scambio di lettere tra il presidente della Commissione Difesa, l’onorevole Spini, e l’allora ministro Sergio Mattarella, sia stato addirittura possibile anticipare di due anni l’arruolamento delle volontarie di truppa.

Parità in tutto, ed i timori si dissolvono
Gran parte dei timori che inizialmente avevano generato qualche perplessità di carattere etico-funzionale si sono, con l’esperienza, dimostrati di poco conto. Può darsi che, a venti anni di distanza il salto di mentalità, almeno qui in Italia, non sia ancora completato del tutto. Ma, a detta di alcuni colleghi che hanno ancora la fortuna di vestire l’uniforme, sembrerebbe che in diverse circostanze non siano le donne ad essere in imbarazzo, ma che il fenomeno colpisca in maggior misura gli uomini.

Parità ovunque, e quindi anche nelle carriere. All’inizio del 2001, quando già stavo lasciando il servizio attivo, è capitato che una ragazza in uniforme mi chiedesse se e quando sarebbe potuta diventare generale o, magari, capo di Stato Maggiore. Ricordo di averle risposto che io, per diventare capo dell’Aeronautica, ci avevo messo trentotto anni, e quarantadue per capo della Difesa. Attorno al 2030, beato chi ci sarà, potremo cominciare a parlarne. Parità in tutto, quindi, e senza discussioni. A parte i colpi di mano, sempre in agguato.