IAI
Le conclusioni del Consiglio europeo

Clima: Ue e Italia, vicini a Greta, lontani dagli obiettivi

1 Apr 2019 - Luca Bergamaschi - Luca Bergamaschi

Nelle ultime settimane il clima è stato al centro del dibattito pubblico, trainato dagli scioperi globali guidati dalla svedese Greta Thunberg, con l’Italia tra i Paesi con il numero più alto di eventi e oltre 400 mila presenze. Ma nonostante Greta e tutti i suoi compagni, i Governi europei sembrano immuni, nei fatti, a cambiare rotta in modo convincente.

Per rispondere in maniera adeguata e sicura all’emergenza climatica – ovvero limitare l’innalzamento globale della temperatura media entro un grado e mezzo come richiesto dalla comunità scientifica internazionale –, l’Europa deve abbattere completamente le sue emissioni tra il 2040 e il 2050. Non è solo una questione di sicurezza fisica ma anche di equità globale, per il fatto che storicamente abbiamo inquinato molto di più dei Paesi in via di sviluppo, e di equità intergenerazionale come ci ricordano gli studenti rispondendo all’appello di Greta.

Le conclusioni del Consiglio europeo
Durante il Consiglio europeo del 21-22 marzo sono passate inosservate, causa Brexit, Cina ma anche un diffuso gap mediatico in Italia sulle questioni europee inerenti al clima, le conclusioni riguardanti il piano europeo di riduzione delle emissioni al 2050. I capi di Stato e di Governo dovevano indicare che direzione dovesse prendere la proposta della Commissione presentata a fine novembre 2018. La proposta e include diversi scenari dai quali emerge chiaramente come quelli che raggiungono livelli di emissioni zero nette entro il 2050 (e in linea con un grado e mezzo) rappresentano l’opzione migliore per salvaguardare la sicurezza e il benessere del cittadini europei: l’economia europea raddoppierebbe rispetto al 1990 e risparmieremmo dai 2 ai 3 mila miliardi di importazioni di combustibili fossili e 200 miliardi l’anno in costi sanitari, prevenendo il 40% delle morti premature da inquinamento attuali (che ammontano a circa mezzo milione l’anno, di cui 80 mila in Italia).

Nonostante la spinta di Greta, però, i leader europei non hanno preso alcuna decisione, rinviandola invece al prossimo Consiglio di giugno. I leader avranno modo di confrontarsi su questo anche il prossimo 9 maggio a Sibiu in Romania in occasione del Summit sul Futuro dell’Europa. Quello che però emerge dai negoziati è una situazione che non fa ben sperare. La Germania si è allineata infatti alla posizione più retrograda di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Ungheria) bloccando le ambizioni. Anche l’Italia ha giocato al ribasso, prendendo tempo e tradendo la firma del ministro dell’Ambiente Sergio Costa a una lettera che chiede esplicitamente che l’Europa si impegni a raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette entro il 2050. Il premier Giuseppe Conte, durante il punto stampa a fine vertice prima di rientrare a Roma, si è astenuto da prendere posizione non proferendo parola.

Lo sguardo al 2050, gli intoppi per il 2030
Nelle conclusioni emerge però l’invito ai singoli Stati Membri a finalizzare la loro strategia nazionale al 2050 (l’Accordo di Parigi ne richiede la presentazione entro il prossimo anno). Su questo la situazione in Italia sembra però in alto mare e al momento tutto bloccato. Nulla emerge inoltre dal lancio della consultazione pubblica del Piano Energia e Clima 2030, il piano al 2030 richiesto dalla Commissione la cui versione finale deve essere inviata entro fine dicembre, presentato dai ministri Di Maio e Costa e dal sottosegretario Crippa.

Il Piano 2030 parte però già con una gamba zoppa: agli Stati Membri è infatti chiesto come intendono raggiungere il target europeo di riduzione delle emissioni fissato nel lontano 2014 (cioè una riduzione di almeno il 40% delle emissioni al 2030 rispetto al 1990) che risulta però altamente inadeguato per raggiungere l’obiettivo dell’Accordo di Parigi di un grado e mezzo (fissato alla COP21 nel 2015). Uno studio recente mostra che un target adeguato di riduzione dovrebbe rientrare tra il 55% e il 65%. Perciò pianificare misure su un target inadeguato genererebbe segnali fuorvianti e non consentirebbe di preparare l’economia in modo adeguato. Su questo però i Ministri non hanno espresso alcun giudizio mentre la bozza del Piano, presentato a inizio gennaio, contiene misure e obiettivi insufficienti per rispettare l’Accordo di Parigi.

Anche se l’orizzonte di riferimento di questo piano è il 2030, le regole di compilazione indicano che dovrà esprimere un giudizio sull’orizzonte 2050. Questo perché senza una chiara visione e strategia di lungo termine è molto difficile identificare il livello adeguato di investimenti necessari al 2030 e calcolare l’effettivo bisogno di tecnologie e infrastrutture connesse.

La situazione dell’Italia…
Per l’Italia, un orizzonte chiaro di lungo periodo è particolarmente rilevante per gestire in modo efficace la decarbonizzazione del gas, la fonte fossile da cui dipendiamo di più per la produzione di elettricità e di calore. Per raggiungere l’obiettivo di emissioni zero nette entro il 2050 occorre iniziare a pianificare ora il sistema elettrico e del calore che ci permetterà di uscire dal gas fossile in tempo e in modo sicuro e conveniente.

Per il settore elettrico analisi mostrano come, anche in un contesto di uscita dal carbone al 2025, non vi sarebbe bisogno di nuovi impianti a gas se saranno impiegate in misura maggiore tecnologie mature e già competitive come rinnovabili, sistemi intelligenti di gestione della domanda, reti elettriche e sistemi di accumulo. Ciò detto, la generazione a gas esistente può giocare un ruolo di flessibilità a patto però di non limitare l’impiego di opzioni più pulite. Allo stesso tempo, analisi mostrano come grazie all’impiego di queste tecnologie mature e pulite nel settore elettrico, e ancor più dell’efficienza energetica e dell’elettrificazione nel settore del calore, non vi sarebbe bisogno di nuovi gasdotti e rigassificatori per l’importazione di gas la cui domanda continuerà a calare.

… e quella dell’Unione europea
Questo vale non solo per l’Italia ma anche per il resto d’Europa. Un nuovo studio commissionato dalla European Climate Foundation mostra come attraverso diverse combinazioni di tecnologie mature e competitive è possibile rinunciare completamente ai combustibili fossili in Europa entro il 2050. La chiave è puntare sull’efficienza energetica, attraverso le ristrutturazioni edilizie, e sull’elettrificazione del trasporto e del calore. L’utilizzo dell’idrogeno prodotto da rinnovabili può giocare un ruolo importante ma solo per applicazioni specifiche in cui possa dare il massimo valore aggiunto, come lo stoccaggio stagionale e la gestione dei periodi di punta della domanda. Puntare troppo sull’idrogeno, rispetto alla massimizzazione dell’efficienza energetica e dell’elettrificazione del calore, aumenterebbe le bollette e i costi del sistema energetico, con una spesa supplementare per le famiglie tra i 165 e 214 miliardi e costi infrastrutturali aggiuntivi fino al 36%.

I vantaggi socioeconomici di abbandonare i combustibili fossili sarebbero consistenti rispetto a oggi: un incremento di 1,8 milioni di posti di lavoro (a patto di garantire che i lavoratori siano riqualificati e possano ottenere posti di lavoro di qualità nei nuovi settori), un risparmio sulla spesa energetica delle famiglie di 23 miliardi e un aumento del 2,1% del Pil europeo. La trasformazione invocata da Greta e dagli studenti di tutto il mondo è possibile, sicura e conveniente. La politica non ha più scuse: Greta e i suoi compagni attendono risultati.