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Usa 20202 ed emergenza nazionale

Usa: muro, il veto di Trump tra migranti e guerra ai narcos

22 Mar 2019 - Marco Dell'Aguzzo - Marco Dell'Aguzzo

Decidendo di porre il veto contro il Congresso per assicurarsi il proseguimento dello stato di emergenza nazionale, il presidente Usa Donald Trump ha inasprito la battaglia politica sul confine meridionale degli Stati Uniti, dove ha promesso di costruire un grande muro.

La frontiera con il Messico rappresenta per Trump una terra di conflitto, dove proiettare lo scontro con i democratici in vista della campagna per la rielezione nel 2020. Mantenere alta la tensione sul confine Sud, farsi vedere dagli americani mentre lotta per realizzare lo slogan Build the Wall, costruire il muro, rifiutare il compromesso anche a costo di uno shutdown: rientra tutto in una strategia finalizzata ad ottenere un nuovo mandato.

La sicurezza americana minacciata da migranti e narcos
Per Trump il muro con il Messico è necessario perché la situazione al confine è un’emergenza nazionale. Il presidente ne ha dichiarato lo stato a febbraio, giustificandolo con l’aumento del numero di migranti che arrivano alla frontiera e che, a suo dire, rappresentano una minaccia alla sicurezza degli Usa.

Gli arresti di migranti sono in aumento – a febbraio sono stati più di 76mila, soprattutto famiglie con bambini provenienti dall’America centrale – e ci si aspetta una crescita dei flussi durante la primavera, ma le cifre rimangono più basse di quelle degli scorsi decenni. Il nuovo accordo con il Messico, benché applicato ora anche ai minori ed esteso in altre città, è in una fase iniziale e non sta riducendo di molto la pressione sul sistema dell’immigrazione americano.

Oltre alla questione migratoria, Trump ritiene che il muro sia necessario per impedire che la crisi della violenza in Messico possa propagarsi negli Usa. Nel 2018 in Messico ci sono stati oltre 33mila omicidi, un record, che il presidente americano ritiene siano stati causati dal narcotraffico. Di recente, in un’intervista a Breitbart, Trump ha detto che il Messico “ha perso il controllo” sui propri gruppi criminali – i cosiddetti cartelli della droga – e che lui sta pensando “molto seriamente” di classificare questi ultimi come organizzazioni terroristiche.

Richieste simili sono state avanzate più volte da esponenti del Partito Repubblicano, senza mai risolversi in nulla di concreto. Adesso però l’iniziativa arriva direttamente dalla Casa Bianca: se dovesse avere seguito, fornirebbe una maggiore legittimità alle politiche di chiusura della frontiera e di rafforzamento del confine, anche con l’innalzamento del muro.

La guerra alla droga in Messico
Nel 2006, con l’inizio della presidenza di Felipe Calderón, in Messico è iniziata una lunga guerra alle droghe, proseguita con Enrique Peña Nieto (2012-2018). L’attuale presidente Andrés Manuel López Obrador ne ha annunciato la fine, ma è ancora presto per capire se si tratterà di una conclusione effettiva o soltanto formale.

L’obiettivo principale della ‘guerra’ era quello di eliminare le grandi organizzazioni del narcotraffico attraverso la rimozione delle persone al loro comando. In questo senso, la strategia di ‘decapitazione’ ha avuto successo: cartelli che un decennio fa erano molto potenti oggi non esistono più o hanno un raggio d’azione ristretto, come Los Zetas, il Cartello dei Beltrán Leyva, la Famiglia Michoacana o il Cartello di Juárez. I grandi capi sono stati eliminati o arrestati: il più famoso di loro è Joaquín Guzmán detto El Chapo, in prigione negli Usa e condannato di recente. La sua organizzazione però, il Cartello di Sinaloa, resta ancora la più importante sul territorio messicano.

Meno cartelli, più gang
Accanto a questi successi, la guerra non ha risolto invece la crisi della sicurezza ma anzi l’ha aggravata, provocando un aumento del numero dei morti e degli abusi sulla popolazione. Il collasso dei grandi cartelli ha causato infatti la loro frammentazione in tanti piccoli gruppi criminali, innescando feroci lotte per il controllo del territorio.

La parola ‘cartelli’ ha acquisito sempre meno senso in Messico, perché oggi si può applicare davvero solo a un numero molto ristretto di organizzazioni, come il Cartello di Sinaloa o il Cartello di Jalisco Nuova Generazione, in forte ascesa. Attualmente nel Paese operano soprattutto gruppi di piccole o medie dimensioni, di portata locale, che spesso non hanno le capacità per entrare nel narcotraffico internazionale e che quindi agiscono in altri settori: l’estorsione, il furto di combustibile, il traffico di migranti verso la frontiera nord.

Questi gruppi si definiscono cartelli pur non essendolo realmente, per una questione di puro prestigio: ne è un esempio il Cartello di Santa Rosa de Lima, balzato all’attenzione della cronaca messicana, che è in realtà una gang di ladri di benzina.

Verso una nuova strategia?
A fine gennaio il presidente López Obrador aveva detto che il compito principale del governo non è arrestare i boss criminali ma diminuire i livelli di violenza. Il discorso esprimeva forse l’intenzione di cambiare approccio, accantonando la strategia di ‘decapitazione’ (kingpin strategy) al fine di evitare ulteriore destabilizzazione nel Paese.

Ma la kingpin strategy è una priorità assoluta per gli Stati Uniti, che collaborano a stretto contatto con il Messico per contrastare il traffico di droghe, specialmente a partire dal 2008 con l’avvio dell’Iniziativa Mérida. È ancora presto però per capire le intenzioni di López Obrador. Uno scollamento totale da Washington non sembra probabile, vista l’importanza dei legami tra i due Paesi. Significativo però sembra essere il taglio del 18 per cento al budget per la Marina, la forza armata che in Messico è più incline alla collaborazione con gli Usa, e che da questi è ritenuta la più affidabile.