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Una campagna elettorale sovranista

Ungheria: Orbán, l’anti-europeista verso il voto europeo

7 Mar 2019 - Massimo Congiu - Massimo Congiu

Nuovi manifesti propagandistici riempiono le strade d’Ungheria: recano l’immagine dei volti di George Soros e Jean Claude Juncker che se la ridono e la frase “Anche lei ha il diritto di sapere che cosa ha in serbo Bruxelles” rivolta ai connazionali di Viktor Orbán. Di recente il premier ungherese ha parlato alla radio pubblica rinnovando le sue accuse all’Ue e al presidente della Commissione europea di incentivare l’immigrazione incontrollata in Europa con la complicità di Soros.

L’Ue accusata di favorire l’ ‘invasione’ dei migranti
Nel suo intervento, Orbán si è riferito ampiamente alle prossime elezioni europee che, a suo avviso, avranno come posta in gioco proprio l’immigrazione. Un problema che secondo Orbán va risolto in modo drastico per la salvezza dell’Europa. La ricetta è, per il premier ungherese e per i suoi collaboratori e sostenitori, la chiusura delle frontiere: a suo giudizio, l’immigrazione non va vista come un diritto fondamentale dell’essere umano. La conclusione è quindi che il fenomeno non va gestito, ma debellato.

È noto che da anni la propaganda del governo in Ungheria è incentrata sull’immigrazione e sui pericoli insiti in essa. Il suo messaggio allarmistico è che, per numero e capacità riproduttiva, i migranti musulmani mettono in pericolo la sopravvivenza dell’intera Europa e della sua identità culturale, che per il governo magiaro è inequivocabilmente cristiana. Quest’ultimo è orgoglioso del fatto che un Paese di piccole dimensioni, come l’Ungheria, abbia il coraggio di dire no all’Ue e ai suoi ‘diktat’ sulle politiche dell’immigrazione e di indicare a tutti i Paesi europei la via per la salvaguardia del Vecchio Continente.

Secondo Orbán la Commissione europea non fa altro che incoraggiare l’immigrazione, non partecipa alla difesa dei confini di Schengen e distribuisce denaro ai migranti con carte di credito. Il messaggio del premier ai suoi connazionali contiene una richiesta di sostegno alla politica del governo da lui presieduto, che difende gli interessi nazionali e quelli del popolo ungherese. Delle famiglie, dei pensionati e dei giovani ungheresi che, secondo la retorica governativa, vengono prima degli immigrati e hanno, rispetto a questi ultimi, il diritto di essere aiutati economicamente.

Al tema degli aiuti si lega quello delle politiche familiari adottate in Ungheria per incentivare le nascite e far uscire la società magiara dalla spirale dell’andamento demografico negativo che a maggior ragione esporrebbe il Paese ai più prolifici immigrati musulmani.

Una moderazione di toni, ma non di intenti
Rispetto alle critiche del Partito Popolare Europeo alla sua campagna, Orbán ha risposto di essere pronto a discutere con chiunque di questo argomento. Commentando l’eventualità di un’espulsione dal Ppe, il portavoce del governo Zoltán Kovács ha affermato che l’esecutivo di cui fa parte ascolta ogni critica, ma ritiene più importante dare priorità all’opinione degli elettori ungheresi.

Kovács ha aggiunto di essere perfettamente conscio del fatto che nel Ppe sta crescendo l’ostilità verso Orbán, ma che l’espulsione del Fidesz dal partito non sarebbe una soluzione ragionevole, in quanto la campagna ispirata dal premier ungherese è incentrata sul pericolo di un’immigrazione incontrollata, in sintonia con il punto di vista di molti in Europa. In altre parole, i vertici del Fidesz fanno mostra di non temere l’espulsione dal Ppe, ma si dicono pronti ad abbassare i toni e annunciano che dal 15 marzo spariranno dalle strade del paese i manifesti che ritraggono Juncker e Soros.

Questo comunque non fa sì che Budapest mostri di puntare meno determinata di prima alle elezioni europee da essa viste come una resa dei conti contro il cosiddetto “partito dell’accoglienza”, ossia contro politici e funzionari europei accusati di incentivare l’immigrazione a svantaggio dei cittadini comunitari. Per Orbán e per chi la pensa come lui, il voto di maggio sarà la riscossa dell’Europa delle nazioni contro quella che sosterrebbe criteri federalisti falliti prima ancora di essere veramente adottati.