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Roma, 25 marzo 1957

Ue: 62 e ne dimostra di più, un anniversario in chiaroscuro

22 Mar 2019 - Riccarda Lopetuso - Riccarda Lopetuso

I nostalgici e i difensori dello spirito europeo non lo dimenticheranno di certo. Ma difficilmente sentiremo molto parlare quest’anno dell’anniversario della firma dei Trattati di Roma, il 25 marzo 1957. Non solo per il numero 62, poco celebrativo. Il ricordo della firma destinata a fare da spartiacque nella storia europea arriva a due mesi dalle elezioni europee, quando per la prima volta in oltre 60 anni, il progetto di pace e integrazione regionale più riuscito della storia è messo pericolosamente in discussione, minacciato all’interno dei suoi stessi confini  e all’esterno, da Est e Ovest.

Solo due anni fa, in occasione del 60 anniversario di quel trattato che aveva portato i sei Paesi fondatori  a firmare per la Cee, i 27 capi di Stato e di governo si erano ritrovati nella sala dei Curiazi in Campidoglio – la stessa di 60 anni prima -, per celebrare e rilanciare il sogno europeo. “L’Europa è il nostro futuro comune”, cosi si concludeva la Dichiarazione finale della celebrazione, firmata dai 27 in una giornata di sole di inizio primavera.

I Trattati di Roma del 1957
60 anni prima, al contrario, pioveva su Roma il 25 marzo. La Ceca nata pochi anni prima aveva come solo scopo quello di mettere in comune la produzione di carbone e acciaio, ma aveva rappresentato il primo embrione di unità europea. Un piccolo, necessario passo, verso la riconciliazione franco-tedesca a cui avevano aderito anche i Paesi del Benelux e l’Italia che, pur non disponendo di miniere di carbone, aveva accolto l’invito di Schuman.

Il nostro premier, Alcide De Gasperi, europeista e uomo di frontiera, voleva riabilitare all’estero l’Italia dopo l’incubo fascista e assicurarle un ruolo di primo piano nel nuovo scenario regionale post bellico. “La nostra Patria Europa”, così l’aveva chiamata nel suo celebre discorso alla Conferenza parlamentare europea del 1954.

Con la firma della Ceca a Parigi, la strada verso l’integrazione europea era stata  finalmente avviata, ma bisognava andare oltre la produzione di carbone e acciaio e continuare sul terreno della cooperazione economica e politica. Fallita la Ced, furono gliSstati del Benelux, con un memorandum congiunto, a portare alla convocazione della Conferenza di Messina del 1955. A promuovere con insistenza la Comunità economica europea fu il ministro degli Esteri belga Paul Henri’s Spaak.

Per la firma, fu scelta Roma, “la più augusta delle nostre città”. Un giorno straordinario – nonostante la pioggia -, per la capitale d’Italia e per gli europei – ancora pochi – che avrebbero negli anni successivi beneficiato delle opportunità della Cee. Alla firma, per l’Italia c’era il presidente del Consiglio Antonio Segni.

Nasceva una Comunità economica europea con obiettivi ambiziosi: l’abolizione dei dazi doganali tra gli Stati, la libera circolazione di persone, merci, servizi e capitali e la creazione di un mercato comune. Oggi, con gli ancora attuali 28 membri, è il più ricco e grande mercato del mondo. Il Trattato Cee aveva anche un obiettivo più politico, ovvero contribuire alla costruzione dell’Europa politica. I firmatari lo dichiarano nel preambolo: “Determinati a porre le fondamenta di un’unione sempre più stretta fra i popoli europei”.

Crisi dello spirito europeo
Quell’Unione sempre più stretta tra i popoli, come auspicato dai padri fondatori, nonostante tutto è stata realizzata, almeno parzialmente, oltre 60 anni dopo. È però innegabile che qualcosa, nel progetto che ha assicurato al vecchio continente 60 anni di pace, sembra essersi inceppato.

L’Unione europea affronta un periodo buio e una crisi, istituzionale e di valori, di difficile soluzione. Ma non è la prima volta che il progetto comunitario affronta momenti difficili. I più giovani non ricordano il fallimento della Ced nel 1954 o la famosa “crisi della sedia vuota” degli Anni 60; più recente è il flop della Costituzione europea, fallita dopo i no  espressi dai cittadini francesi e olandesi nei referendum nazionali.

Gli ultimi anni poi, coincidenti  con il mandato della Commissione presieduta da Jean-Claude Juncker, hanno visto una serie di difficoltà abbattersi sull’Unione europea, dopo che la crisi economico-finanziaria aveva investito tra il 2009 e il 2012 i debiti sovrani di alcuni Paesi membri.

Negli ultimi anni, l’apice della crisi è stato raggiunto per l’irrisolta  questione dei migranti e per la Brexit, la ferita più profonda e dalle conseguenze ancora incerte. L’Unione, trovatasi suo malgrado al centro di eventi e cambiamenti globali, si è dimostrata impreparata ed immatura rispetto alle sfide a cui è stata chiamata.

Tuttavia, in questi ultimi tempi, ad essere messe in discussione non sono solo le politiche o l’apparato burocratico di Bruxelles. Per la prima volta in oltre 60 anni a vacillare nella mente di una parte di opinione pubblica europea è l’ideale e la validità attuale del progetto europeo, quello  spirito comunitario che ha ispirato i Padri fondatori. Il tema della sovranità nazionale dei singoli Stati membri, rivendicata dai partiti e movimenti cosiddetti sovranisti e populisti, ne è la rappresentazione più chiara.

Sovranità condivisa
Ma chi nelle politiche monetarie o nel controllo dei propri confini reclama la propria sovranità nazionale ‘persa’, a discapito dell’Unione, finge di non conoscere le dimensioni attuali del mondo e delle potenze – economiche e geopolitiche -, con cui gli stati europei devono competere sulla scena globale. I membri dell’Ue uniscono e condividono su alcune politiche le loro sovranità nazionali – perdendola, chiaramente, a favore dell’Unione, ma per acquisire una forza e un influenza che nessuno dei membri, anche i più grandi e ricchi, potrebbe avere da solo.

Eppure, nonostante le proporzioni e i problemi del mondo globalizzato siano noti, si cerca di propinare l’idea che solo da soli, solo autonomamente e solo potendo sfruttare a pieno la propria sovranità nazionale, sì è più forti e si riesce a fare il bene dei propri cittadini.

Le prossime elezioni di maggio per il rinnovo del Parlamento europeo si inseriscono in questa delicata fase del cammino intrapreso dagli europei oltre 60 anni fa. Più che destra e sinistra, più che Popolari e Socialisti, questa volta a scontrarsi saranno due diversi modi di intendere l’esercizio della sovranità in Europa: ossia l’antitesi tra chi rivendica  la propria sovranità nazionale e chi, al contrario, pensa che solo in Europa ci sia per ciascuno dei suoi popoli più sovranità.