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L'operato dei salesiani per debellarla

Sierra Leone: lotta a sfruttamento sessuale minorile

11 Mar 2019 - Emmanuela Banfo - Emmanuela Banfo

Un prete e una ragazza sono in cammino in Europa per sensibilizzare l’opinione pubblica su una piaga che sta distruggendo la meglio gioventù della Sierra Leone: la violenza e lo sfruttamento sessuale di bambine e ragazze. Tappe principali il Parlamento europeo a Bruxelles e la Santa Sede, dove li attende Papa Francesco.

Lui è don Jorge Crisafulli, missionario  in Africa dal 1994 e direttore della Don Bosco Fambul di Freetown, lei è Augusta, 22 anni, ex ragazza di strada e ora cuoca in procinto di aprire un piccolo ristorante. Raccontano storie strazianti di bimbe di 9 anni e anche meno già colpite da malattie come la sifilide o l’Aids a causa degli abusi subiti. I Salesiani stimano che circa in 2.500 si trovino in queste condizioni.

Violenza e sfruttamento sessuale, un’emergenza in Sierra Leone
Eppure, nella desolazione di una realtà di abbandono e miseria, qualcosa si muove: “Il nuovo presidente – dice speranzoso padre Jorge – ha dichiarato lo stupro emergenza nazionale, ha emanato una sua risoluzione perché gli ospedali prestino trattamento sanitario gratuito a tutte le vittime di violenza dando loro assistenza, medicine e un certificato medico  utilizzabile in sede penale. Ha attivato un gruppo speciale di polizia, ha stabilito che per questo tipo di reati si proceda subito con processi per direttissima e ha dichiarato che d’ora in poi chi è colpevole di stupro non rischierà dai 5 ai 15 anni di carcere, ma l’ergastolo”.

“Io e Augusta siamo stati in 12 città della Spagna, a Malta e Vienna non per promuovere il nome di don Bosco, ma – aggiunge –  per aiutare la Sierra Leone in questo momento di cambiamento”. La grande sfida del neopresidente Julius Maada Bio, infatti, è nella ricostruzione economica del Paese. Un Paese devastato dalla guerra civile, poi dall’epidemia di ebola e, nell’agosto dell’anno scorso, da un’inondazione che ha causato almeno mille morti. In quell’occasione la Cei intervenne a denunciare le responsabilità politiche del dissesto idrogeologico.

La necessità di costruire un’alternativa per i giovani
“La miseria – insiste padre Jorge – è all’origine della prostituzione minorile. L’80% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. Per un incontro sessuale con protezione alla ragazzina va l’equivalente di 50 centesimi di euro, senza protezione un euro. Per loro arrivare a racimolare cinque euro a notte è già tanto. Alcune riescono persino ad avere fino a 10 rapporti a notte, assumendo dei calmanti a base di droghe per non sentire dolore. Un giorno, però, una giovane uscita da quell’inferno, dopo aver aperto un negozio da parrucchiera ci ha detto quanto fosse stata stupida ad accontentarsi di quei pochi soldi, quando facendo la parrucchiera ne guadagna cinque volte tanto. Bisogna dare loro un’alternativa, fare capire che è possibile, dare speranza”.

La Sierra Leone è una terra giovanissima: l’età media è di 25 anni, ma l’aspettativa di vita è di 50 anni per le donne, 47 per gli uomini. Gioventù bruciata se non muteranno le politiche economiche e sociali, se la grande risorsa mineraria continuerà a essere depredata da potenze straniere, se il governo non punterà sullo sviluppo, non ultimo quello culturale, a partire dalla scuola. E la risorsa principale sono i giovani. “Le giovani, le bambine – sottolinea padre Jorge – che quando noi incontriamo hanno già sofferto ogni tipo di abuso, di mutilazione genitale, inserite nel traffico della prostituzione. Sono ragazzine vulnerabili, chiunque può avvicinarle per strada, convincerle a fare qualsiasi cosa. Sicuramente una parte viene costretta a espatriare entrando nel traffico internazionale”.

Il progetto antiviolenza dei salesiani a Freetown
“Dopo la guerra e l’epidemia, buona parte dei giovani è rimasta totalmente abbandonata, indifesa. Abbiamo scoperto quanto fosse terribilmente diffusa la prostituzione minorile mentre cercavamo i bambini che vagavano per le strade della capitale. Siamo diventati una Chiesa in uscita, come ci chiede Papa Francesco, specialmente di notte”. Tutto è iniziato regalando peluche. Era la prima volta che il missionario Crisafulli, nonostante la sua lunga esperienza tra gli emarginati, si avvicinava a un gruppo di adolescenti mentre venivano adescate da alcuni uomini. Le invitò a recarsi il giorno dopo nella sede missionaria per mangiare un piatto di riso e sottoporsi a una visita medica. Quando loro andarono, padre Jorge porse loro anche alcuni pupazzi.

“Cominciarono a giocare, a ridere. In quel momento compresi a pieno che erano bambine. Pensavano come bambine, quindi dovevamo partire da lì recuperando i sogni delle bambine, dell’infanzia che avevano perduto. Quando attraversiamo le strade di Freetown con il nostro pullman, partendo ogni sera alle 18, non offriamo loro nulla di speciale: da mangiare, da vestire, un tetto, la possibilità di studiare e di imparare un mestiere”.

Il “nulla di speciale” si trova nel centro Don Bosco Fambul, nel cuore di Freetown: dal settembre 2016, quando è stato avviato il progetto, sono state 356 le ragazzine tolte dai marciapiedi. “Otto di loro – precisa amareggiato don Jorge – sono ritornate alla vita di prima”. “Da quando sono alla Fambul – testimonia Augusta – la mia esistenza è cambiata. In questo momento sto insegnando cucina alle nuove arrivate nel centro, ma presto mi metterò in proprio”.

Le ultime statistiche della polizia hanno registrato in Sierra Leone 4.750 stupri nel 2017, 8.505 nel 2018; tre quarti di questi erano a danno di bambine e ragazze sotto i 15 anni. Ogni mese 150 di loro restano incinte. Due mesi fa, la moglie del presidente, Fatima Bio, ha lanciato l’iniziativa Ne touchez pas à nos filles assieme alle first lady di Liberia, Niger, Ghana, Chad, Gambia. Il giorno dopo, una manifestazione con centinaia di partecipanti ha portato il problema nelle piazze di Freetown. Ma le baraccopoli della città sono ancora lì a mostrare la realtà di un Paese che fa fatica a liberarsi dalle nuove, anzi vecchie, schiavitù.