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Democratizzazione nel pantano

Myanmar: bilancio a tinte fosche per Aung San Suu Kyi

15 Mar 2019 - Francesco Valacchi - Francesco Valacchi

La figura di consigliere del presidente durante il processo di democratizzazione che Aung San Suu Kyi si è cucita addosso rischia ormai di trascinare la leader della rinascita del Myanmar in un naufragio politico.

Nel marzo 2018, il primo presidente birmano eletto da elezioni (realmente democratiche) a partire dal 1962, Htin Kiaw, si era dimesso per motivi di salute, rinunciando ad un ruolo non facile. Il presidente si trovava infatti a essere la più alta carica dello Stato nel momento in cui si doveva dare la spinta decisiva al processo di democratizzazione, ma di fatto le sue scelte politiche erano essenzialmente vincolate alla volontà di Aung San Suu Kyi, la premio Nobel per la pace nominata consigliere di Stato per poter aggirare la clausola costituzionale che preclude la presidenza a chi ha figli stranieri o è sposato con stranieri. A un anno dalle sue dimissioni la situazione si è aggravata.

Le promesse di rinnovamento
A Htin Kiaw è subentrato U Win Myint, un altro fedelissimo di Aung San Suu Kyi. Ma è parso chiaro da subito che anche il successore si limitava ad avallare le decisioni politiche della lady di ferro birmana e che queste non erano di sostanza e rinnovamento. Se fra gli obiettivi principali del nuovo governo – il primo effettivamente dotato di una certa etichetta di democraticità in oltre cinquant’anni – vi erano il ricambio delle figure del suo partito – la Lega nazionale per la democrazia (Lnd) -, dell’apparato esecutivo birmano e l’integrazione di quanto di buono vi fosse in esso, il progetto sembra essere fallito prima di nascere.

Aung San Suu Kyi aveva dichiarato che si sarebbe concentrata sull’integrazione dell’élite del suo partito nel vecchio apparato e nella vecchia leadership birmana, piuttosto che su una vendetta nei confronti della dittatura militare. Eppure, sembra che la nuova dirigenza del Myanmar non abbia mai avuto la benché minima presa o il benché minimo controllo sulle azioni dell’apparato governativo intermedio, ancora saldamente in mano ai militari.

Un processo di pacificazione etnica azzoppato
Mentre il pubblico internazionale assisteva trepidamente alle fasi della tanto sospirata democratizzazione birmana e i Paesi occidentali, la Cina e la Russia iniziavano il corteggiamento del nuovo embrione di democrazia, l’amministrazione della Lnd è rimasta di fatto inattiva su alcune questioni chiave.

Il nuovo governo aveva realizzato, nel primo periodo, l’iniziativa di pacificazione etnica “Panglong del XXI secolo”. La conferenza era stata presentata come il definitivo mezzo per riappacificare i contendenti del conflitto etnico, che pareva essersi sopito ai tempi dell’indipendenza del Paese, ma che era tornato in vigore con veemenza dal colpo di Stato col conseguente accentramento dei poteri sulla giunta militare.

Purtroppo però emerse subito che il background della conferenza di pace era influenzato dall’apparato militare (Tatmadaw): ai lavori vennero infatti ammessi come partecipanti ed aventi voce in capitolo solo i firmatari dell’Accordo di cessate il fuoco nazionale del 2015 condotto dal precedente governo birmano, mentre gli altri gruppi erano accolti solo come osservatori.

Nell’arco dei più di due anni trascorsi e dopo tre conferenze, non sembra che il governo della Lnd abbia saputo ricomporre le frizioni con una visione più inclusiva che prescindesse dal lavoro compiuto dalla giunta militare. Ciò in special modo è rilevante poiché la strategia del regime militare era sempre stata un divide et impera, selezionando i partner di dialogo e cercando di assumere i gruppi paramilitari della guerriglia come unità separate sotto il proprio controllo.

Ci troviamo oggi, dopo la conferenza del 2018, ad aver ottenuto la firma di un accordo di massima che fa poca strada rispetto a quanto espresso in termini di integrazione etnica dalla Costituzione del 2008 e per di più a veder coinvolti gruppi che non comprendono nel proprio organico la maggioranza dei combattenti. La permanenza e la voce in capitolo di un influente elemento del Tatmadaw nelle conferenze desta non troppo velate preoccupazioni, ma non è altro che la proiezione di quanto succede in generale in Myanmar. Il processo di transizione fra vecchio e nuovo è lento e sembra sempre più arenarsi, forse perché il governo non si sente ancora in grado di esprimere un competente e deciso approccio all’amministrazione.

Il palcoscenico del Rakhine
L’altro macro-episodio che ha evidenziato l’incapacità gestionale del governo di Aung San Suu Kyi è sempre legato alla problematica etnica. Si tratta della la questione del Rakhine, provincia autonoma nella quale si è consumata la tragedia, che rischia di divenire farsa, dell’esodo dei Rohingya della perdita della leadership morale di Aung San Suu Kyi.

Come noto, nel Rakhine, a partire dall’agosto del 2017, a causa di un’offensiva militare per reprimere disordini etnici, sono stati uccisi circa 15 mila civili e ne sono stati costretti alla condizione di rifugiati (molti dei quali in Bangladesh) circa 727 mila. Una commissione della Nazioni Unite ha apertamente parlato di pulizia etnica, ma ciò che preoccupa è che il governo della Lnd ha effettivamente ammesso, in un modo invero che ha del parossistico, per bocca della stessa Aung San Suu Kyi che “la situazione poteva essere gestita meglio”.  Quanto avvenuto e le affermazioni ufficiali della LND dimostrano che il governo non ha essenzialmente né il controllo della situazione né la sovranità necessaria a guidare il Paese.

Se è vero che almeno sul campo della progettazione economica e delle riforme la Lnd ha quantomeno disegnato un progetto per reimpostare l’economia del Paese, in moltissimi altri aspetti ha decisamente fallito.

Nella seconda metà del febbraio appena trascorso, una commissione del Servizio europeo di azione esterna ha raggiunto il Myanmar come parte di un più ampio impegno nell’ambito del sistema di preferenze commerciali dell’Unione europea, ottenendo dal governo sostanziose promesse ad incrementare la salvaguardia dei diritti umani; ma si tratta di impegni ancora molto generali. D’altro canto c’è già chi, come la Cina, si prepara a rinsaldare i propri già caldi rapporti con il Partito dell’unione per la solidarietà e lo sviluppo (partito del Tatmadaw) che, stando così le cose, è favorito nelle elezioni del 2020.

Foto di copertina © Myanmar State Counsellor Offic/Xinhua via ZUMA Wire