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House of Cards: saga anglo-americana tra schermo e realtà

22 Mar 2019 - Diego Bolchini - Diego Bolchini

House of Cards – gli intrighi del potere è stata una celebre serie televisiva statunitense prodotta da Netflix per 6 stagioni, dal 2013 al 2018. Ma nella sua genesi vi è anche altro. E’ stata infatti sviluppata quale adattamento dell’omonima miniserie televisiva britannica prodotta dalla BBC nel 1990, interpretata da Ian Richardson (1934-2007) e basata su un romanzo di Michael Dobbs.

Tra Washington e dossier internazionali
La versione a stelle e strisce di House of Cards, ambientata nella Washington contemporanea, narra le vicende e l’ascesa politica di Frank Underwood (Kevin Spacey), scaltro e disincantato deputato del Congresso Usa. che orchestra trame e manipolazioni umane – se non anche veri e propri complotti – assieme a sua moglie Claire (Robin Wright) per la sua corsa presidenziale.

Il tutto viene narrato con una lente di osservazione alquanto ‘neo-realista’ della politica interna e delle relazioni internazionali. “Democracy is so overrated” (la democrazia è cosi sopravvalutata) è ad esempio una celebre frase dello script recitata dal presidente Underwood. Colpisce di converso – quasi come ‘contrappasso’ cinematografico – che la Wright abbia partecipato venti anni prima a uno straordinario film dal tono idealista e costruttivista come Forrest Gump assieme a Tom Hanks.

Nel corso dei 73 episodi della serie di House of Cards buona parte delle storie hanno a che fare con vicende di politica interna statunitense, ma non mancano interessanti spunti narrativi che trattano anche temi chiave delle relazioni internazionali e della geopolitica. Osservati da un punto di vista talvolta ‘eterodosso’, ovvero quello del presidente Underwood, ma con un plot efficace e penetrante.

Nella seconda stagione della serie – quando Underwood è ancora vice-presidente Usa – si affronta ad esempio il tema economico-commerciale della Cina. Nella terza stagione appare l’attore russo. Viene anche descritta la criticità di una nomina importante quale quella di ambasciatore all’Onu quando Claire, la moglie del presidente, è ascoltata circa la sua competenza al Senato. Nella quarta e quinta stagione è ampiamente presente la tematica del terrorismo islamico.

Londra, all’origine (e alla fine) di tutto?
Una possibile chiave di lettura da adottare rispetto a questa serie, utile a contestualizzare il suo rapporto con la geopolitica e con la stessa politica, viene anzitutto derivato dal fatto che l’ideatore originario del libro che sta alla base delle serie britannica e successivamente di quella americana è un politico di professione e non un ‘semplice’ sceneggiatore televisivo: Michael Dobbs.

Dobbs, laureato ad Oxford nel 1971 con un tri-disciplinare Ppe (Philosophy, Politics and Economics) e in possesso di un PhD in studi di difesa nucleare conseguito nel 1977 negli Stati Uniti, negli anni 70’ e 80’ fu consigliere di Margaret Thatcher, speechwriter politico e capo dello staff del partito conservatore. Fatto Barone (life peer) nel 2010, egli è lontano parente e omonimo di Michael Dobbs, scrittore americano e reporter del Washington Post, autore di importati studi storici-geopolitici sulla Guerra Fredda.

Dobbs stesso nella sua pratica politica è stato testimone di eventi gravi e drammatici. Nel 1984 sopravvisse ad esempio ad un attentato perpetrato dall’Ira presso un hotel di Brighton in cui si stava tenendo un congresso di partito. E’ ragionevole affermare che il clima politico da lui vissuto sia in un certo senso stato trasfuso nel suo romanzo del 1989, House of Cards. Com’è significativo che il filosofo inglese Thomas Hobbes scherzasse sul fatto che sua madre l’avesse generato insieme alla paura, essendo nato nel 1588, l’anno in cui l’Invicibile Armada spagnola cercò di invadere l’Inghilterra. Forse il paradigma dell’ ”homo homini lupus” nasce anche da lì?

In ogni caso, al tempo di Brexit, dei negoziati a Bruxelles e delle aspre dialettiche tra Downing Street e Camera dei Comuni, non può non suggestionare rivedere la scena di apertura della serie inglese girata quasi 30 anni fa, allorquando il protagonista Francis Urquhart osserva in silenzio la foto della Thatcher in una cornice, la ripone capovolta sul proprio scrittoio e afferma: “nothing last forever”. Parimenti significativo appare il commento reso sul tema Brexit dal ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi e rilanciato alcuni giorni fa dalla agenzia AdnKronos: “È quasi un rebus. Una vicenda che sta riservando grande suspense quasi come nei film di Hitchcock, per restare in clima inglese”.

Conclusioni
Una chiave di lettura addizionale e conclusiva della saga tv House of Cards potrebbe anche ricavarsi e sostanziarsi in una sorta di “damnatio” dell’attore-protagonista nella serie statunitense, autore di diverse malefatte sullo schermo e caduto in disgrazia anche nel mondo reale nel 2017 per le diverse accuse di molestie mosse nei suoi confronti.

Il 3 novembre del 2017 infatti Netflix rese noto il licenziamento del protagonista. Lasciando campo libero, sullo schermo, al primo presidente donna degli Stati Uniti: Claire Underwood, protagonista indiscussa dell’ultima stagione della serie tv. La domanda nasce spontanea: quanto potrà essere profetica questa scelta di sceneggiatura in relazione alle prossime elezioni presidenziali Usa del 2020?