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Dopo il Vertice di Hanoi

Corea: stallo Trump/Kim non ostacoli dialogo Kim/Moon

22 Mar 2019 - Carlo Trezza - Carlo Trezza

Non si sa bene cosa avessero in mente il presidente Usa Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un al momento di intraprendere il lungo viaggio verso il loro secondo incontro a Hanoi. Certo è che se Trump avesse pensato di poter ottenere in un colpo solo la “denuclearizzazione della Penisola coreana” in cambio di una riduzione o eliminazione delle sanzioni verso la Repubblica democratica popolare di Corea (Dprk), il suo calcolo non era realistico.

L’obiettivo appare  ancora meno realizzabile se è vero, come ha indicato il rappresentante speciale degli Usa per la Corea Stephen Biegen in una recente conferenza a Washington, che l’America intende includere nel pacchetto non solo le armi nucleari, ma anche  i missili, le armi chimiche, quelle biologiche e le questioni umanitarie. Tutto ciò nel quadro di un’intesa globale che, nella visione americana, dovrebbe questa volta essere giuridicamente vincolante e costituire la base di una nuova era per i rapporti tra i due Paesi.

Il punto di partenza del Vertice di Singapore
Un tale approccio non era contemplato dalla schematica scaletta concordata in occasione del precedente incontro dei due leader a Singapore del giugno 2018 che costituisce il  punto di partenza della trattativa in atto. Il documento di Singapore era quasi esclusivamente focalizzato sulla denuclearizzazione della Penisola coreana collegata a non meglio precisate garanzie di sicurezza americane, lo stabilimento di nuove relazioni tra i due Paesi, il rimpatrio delle salme di  soldati americani morti durante la guerra di Corea. Curiosamente nessun riferimento alla rimozione delle sanzioni o alla questione dei missili.

Su queste  basi si sono avviati negli ultimi mesi negoziati tra il segretario di Stato Usa Mike Pompeo e le sue controparti del Nord, che però non hanno segnato alcun progresso, ragione per cui  i  due capi di Stato si sono trovati con nulla di concreto al momento dell’incontro. Non è quindi sorprendente che essi siano usciti  a mani vuote.

A mani vuote, ma senza rottura o passi indietro
Ciò che di concreto rimane è il fatto che è stata evitata una rottura e che non sono stati fatti – almeno per ora – passi indietro su quanto acquisito in precedenza. Restano dunque all’attivo l’impegno della Corea del Nord per una moratoria sugli esperimenti nucleari e missilistici e la distruzione almeno parziale del poligono sperimentale di  Punggye-ri, mentre Washington e Seul hanno mantenuto la sospensione delle loro esercitazioni militari congiunte più significative.

Si tratta tuttavia di impegni unilaterali non giuridicamente vincolanti e dunque reversibili. Rimane anche un cenno, assai vago, di Trump a un ulteriore incontro di cui non è stata fissata la data.  Emerge indebolita in ogni caso  l’immagine del presidente Usa come “grande negoziatore”, già scalfita dal nulla di fatto del precedente vertice di Helsinki con Putin. E’significativo che il presidente cinese Xi Jinping, all’indomani di Hanoi, abbia rinviato un suo previsto incontro con il presidente americano.

Le ripercussioni sul dialogo inter-coreano
L’occasione perduta rischia  di ripercuotersi su ciò che è stato negli ultimi mesi lo sviluppo più significativo in quel quadrante, cioè il  promettente dialogo inter-coreano su cui il presidente sud-coreano Moon Jae-in ha puntato le sue maggiori carte. La  storica dichiarazione sottoscritta dai massimi dirigenti delle due Coree al posto di confine di Panmunjon nell’aprile 2018 apre la strada a una totale riconciliazione.

Primeggiano in essa le misure di carattere militare che includono la cessazione di atti ostili alla frontiera, l’introduzione di misure di fiducia e contatti istituzionali “military to military” sinora impensabili. Il testo parla esplicitamente, oltre che di denuclearizzazione, anche di un vero e proprio accordo di pace con la partecipazione di Cina e Stati Uniti, come anche della prospettiva sinora mai evocata di “ una Corea di 80 milioni di abitanti”.

L’impegno sottoscritto a Panmunjon non è rimasto sulla carta: ad esso è seguito un intenso lavoro di cooperazione bilaterale in numerosi settori , tra cui un accordo giuridicamente vincolante sottoscritto  dai due ministri della Difesa volto a dare concretezza alle misure di fiducia e ad evitare incidenti militari in terra, mare ed aria. Un tipo d’intesa che non si riesce a concludere in Europa tra Russia e Nato.

Evitare che lo stallo Trump/Kim diventi stallo inter-coreano
Pur dovendosi riconoscere a Trump l’intuizione politica di incontrarsi con Kim, non si può dimenticare che egli si è in realtà aggregato a un’iniziativa bilaterale già lanciata dai due leader coreani. E’ questo il principale acquis raggiunto a partire dalla scorso anno nella Penisola, mentre il dialogo tra Washington e Pyongyang fa chiaramente fatica a mantenere il passo con l’evoluzione del dialogo inter-coreano.

Ciò che occorre evitare è che lo stallo del primo si ripercuota sul secondo. L’approccio attuale della Casa Bianca, che si prefigura come un unico “grand bargain”, mal si concilia con l’avvicinamento sollecito ma  graduale che si sta sviluppando sul fronte bilaterale. La linea seguita da Washington ricorda sotto molti  aspetti il massimalismo americano che, nel voler estendere ai missili, ai diritti umani, alla politica globale nell’area del Golfo il contenuto  del ripudiato Jcpoa sul nucleare iraniano, sta in realtà facendo affondare tale storica intesa.

Nella dichiarazione di Panmunjon i due massimi dirigenti coreani si sono impegnati a ricercare ”il sostegno e la cooperazione della comunità internazionale a favore della denuclearizzazione della Penisola coreana”. La comunità internazionale deve cogliere al balzo tale invito e incoraggiare  fortemente il processo inter-coreano, anche quale fattore trainante per il  dialogo tra Washington e Pyonyang che sta attraversando un passaggio interlocutorio.