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Dati in aumento nell'Ue e negli Usa

Antisemitismo: contro la spirale d’odio, bisogna agire

15 Mar 2019 - Michele Valente - Michele Valente

Pubblichiamo questo articolo mentre, dalla Nuova Zelanda, giungono drammatiche notizie di un nuovo ed ennesimo ‘crimine dell’odio’, a riprova che antisemitismo e islamofobia affondano le radici nello stesso terreno dell’intolleranza del diverso e della paura dell’altro.

Nell’ultimo anno, l’insorgere diffuso delle intimidazioni antisemite nei Paesi occidentali ha raggiunto livelli di allarme, come confermano diverse rilevazioni. Secondo gli accertamenti del ministero dell’Interno, nel 2018 in Francia si è registrato un incremento del 74% rispetto all’anno precedente, con 541 incidenti di antisemitismo denunciati; così anche in Germania dove, stando ai dati rilasciati dalla polizia, si è rilevato un aumento del 10% rispetto al 2017, con 1646 episodi di intimidazione o aggressione. Numeri inquietanti arrivano dalla Gran Bretagna, denunciati dal Community Safety Trust: nel Regno Unito si è raggiunto, nell’ultimo anno, il picco degli incidenti di odio verbale o aggressione fisica nei confronti dei cittadini ebrei, pari a 1652, dato più che triplicato rispetto al livello di massima flessione di dieci anni prima.

Restando in Europa, nell’ultimo rapporto dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali, la maggior parte degli intervistati (89%) percepisce l’antisemitismo in crescita nel proprio Paese, sottolineando la rilevanza delle manifestazioni d’intolleranza online.

Occorre, dunque, tradurre in azioni mirate anche in rete l’impegno formale assunto dal Consiglio europeo nel dicembre scorso, al fine di “prevenire e combattere ogni forma di antisemitismo”. Uno scenario simile, se non contrastato, rischia di minare il rispetto delle libertà e dei diritti delle minoranze etniche e religiose. Allo stesso modo, il plausibile clamore mediatico su alcune vicende non deve oscurare l’attenzione e ‘spegnere i fari’ sul necessario contrasto ai soprusi, spesso non denunciati, che decine di cittadini ebrei subiscono ogni settimana, come denuncia quotidianamente il Coordination Forum for Countering Antisemitism (Cfca).

Dalla Francia all’Onu: preoccupazioni sull’odio antisemita
Le ingiurie rivolte ad Alan Finkielkraut da parte di alcuni gilet gialli, lo scorso 16 febbraio a Parigi – tra le minacce ricevute, “il popolo siamo noi, il popolo ti punirà“ –, hanno richiamato una netta presa di posizione contro l’intollerabile ondata di antisemitismo che sta attraversando la Francia: dalle svastiche sul murales parigino di Simon Veil alla profanazione delle tombe nel cimitero di Quatzenheim, vicino Strasburgo

Non basta però, riconosce lo stesso filosofo francese: “bisogna conoscere la lingua dell’antisemitismo, conoscere l’identità dei nuovi antisemiti”, perché, come ribadito dal presidente francese Emmanuel Macron, “l’antisemitismo è la negazione della Repubblica e della Francia”, che “viene colpita in prima persona”. Un odio cieco, propagandato da frange estremiste minoritarie, che “va diffondendosi come veleno”, ha affermato il ministro dell’Interno Christophe Castaner, ricordando la brutale uccisione del 13 febbraio 2006, dopo settimane di sevizie, del giovane Ilan Halimi.

Anche Antonio Guterres avverte con apprensione: “L’antisemitismo è tornato e va peggiorando”. Il segretario generale dell’Onu, nel suo discorso in occasione della Giornata della Memoria di quest’anno (27 gennaio), ha parlato di dati “profondamente preoccupanti” sulla recrudescenza dei fenomeni d’intolleranza antisemita, tanto negli Stati Uniti – “con un incremento, lo scorso anno, del 57% nel 2017” – quanto in Europa – dove nel 2018, “il 28% dei cittadini ebrei ha denunciato di aver subito un qualche forma di intimidazione”.

Dalla Rete all’attentato: la diffusione della propaganda online
Negli Stati Uniti, la Camera si è compattata la scorsa settimana, votando a larga maggioranza una risoluzione, nelle parole della speaker Nancy Pelosi, “contro l’anti-semitismo, l’islamofobia e il suprematismo bianco in tutte le loro forme”. Un rapporto dell’FBI, reso noto lo scorso novembre, rileva un incremento degli hate crimes pari al 17% nel 2017, rispetto all’anno precedente, con 7100 casi accertati: tra questi, il 23% è qualificato come ‘odio religioso’, di cui il 37% in chiave antisemita.

La strage nella sinagoga di Pittsburgh, lo scorso ottobre, “un barbarico attacco, il peggior atto antisemita nella storia degli Stati Uniti” – ha denunciato Guterres nel suo discorso –, deve sollecitare un intervento urgente sulla diffusione della propaganda antisemita in Rete, ad opera soprattutto dei gruppi suprematisti bianchi e movimenti neo-nazisti. La pericolosa incubazione dei fenomeni d’intolleranza sociale sul web va ben oltre la percezione mediatica del rischio alimentata dai singoli fatti di cronaca, con effetti moltiplicativi dei messaggi d’odio e delle potenziali call to action. In questo caso, l’attentatore ha premeditato l’attentato pubblicando su Gab, social media collettore dell’istanze dell’alt-right, pesanti accuse sull’impegno umanitario dell’Hebrew Immigrant Aid Society (Hias) – organizzazione non-profit di orientamento progressista.

La falsa percezione del nemico: il caso ungherese
Una miscela d’odio, dunque, venata di razzismo, sentimento anti-religioso e radicalismo ideologico che necessita di obiettivi da colpire, di una ‘costruzione del nemico’. Un sondaggio dello scorso novembre condotto Cnn mostra che il 42% degli ungheresi intervistati ritiene che gli ebrei detengano ‘troppo’ potere nella finanza internazionale, con un 19% che manifesta ‘attitudini sfavorevoli’ nei confronti della comunità ebraica nazionale (il dato più alto tra i Paesi Ue).

Esemplificative, in questo senso, le ormai ricorrenti minacce alle Ong e la ‘demonizzazione’ del filantropo George Soros, fatto bersaglio per mesi della campagna anti-immigrazione promossa dal governo ungherese di Orbán (‘non permettiamo a Soros di avere l’ultimo sorriso’, uno degli slogan apparsi su un manifesto), oltreché destinatario, negli Stati Uniti, di alcuni ‘pacchi bomba’ inviati alla sua residenza nei giorni precedenti all’attentato alla sinagoga in Pennsylvania.