IAI
Un rapporto dell'Unama

Afghanistan: Onu, i morti civili non li fanno solo i terroristi

29 Mar 2019 - Marco Petrelli - Marco Petrelli

Il rapporto 2019 della Unama (United Nations Assistance Mission in Afghanistan) descrive una situazione sconcertante in Afghanistan: 3084 civili uccisi in attentati dinamitardi di talebani, Isis e gruppi di insorti che, a quasi vent’anni dall’intervento statunitense, sono tutt’altro che sconfitti.

Il documento stilato dagli operatori delle Nazioni Unite parla di un incremento di morti e feriti del 3% rispetto all’anno precedente: 4087 persone colpite dagli ‘studenti coranici’, 2181 dal braccio operativo del sedicente Stato islamico in Afghanistan, 678 da fazioni in lotta non meglio identificate, terroristi o semplici predoni e signori della droga che si contendono il controllo della produzione di oppiacei.

Ulteriori decessi avvengono nel corso delle operazioni condotte dalle forze governative e dai loro alleati.

Il ruolo letale degli Improvised Explosive Devices
L’Agenzia dell’Onu punta principalmente il dito verso gli Ied (Improvised Explosive Devices), minaccia subdola e terribile sia per il soldato moderno sia per i civili (soprattutto bambini) che si imbattono in ordigni artigianali, prodotti alla meglio ma capaci di seminare morte e distruzione. Perché per paradosso gli ordigni più semplici sono quelli che generano maggiori perdite: disseminati sul campo di battaglia in maggior numero, sopravvivono agli scontri continuando a mietere vittime anche dieci o vent’anni dopo il loro interramento. Ied, ma pure mine anti-uomo, ulteriore sinistra ‘risorsa’ di cui l’Afghanistan è pieno.

Il rapporto non lo mette in evidenza, ma la repubblica centro-asiatica (ormai instabile e in guerra dal 1979) negli ultimi 40 anni è stata attraversata da centinaia di migliaia di combattenti: sovietici, esercito della Repubblica democratica d’Afghanistan, mujaeddin, talebani e alleanza del nord e ancora forze statunitensi e della coalizione occidentale. Quattro decenni di lotte che hanno lacerato il tessuto sociale e distrutto i centri rurali e gli insediamenti nelle aree periferiche che, oggi, sono zone isolate, arretrate ed esposte tanto alla violenza dei gruppi che si combattono quanto al pericolo permanente rappresentato dai residuati bellici.

La micidiale Pfm-1, il ‘pappagallo verde’
In Afghanistan trovare carcasse di carri armati e fusoliere di velivoli non affatto difficile: fanno parte del panorama, insieme alle tonnellate di mine, proiettili e bombe inesplose disseminate da cannoni, mortai, aerei, elicotteri, razzi. Una fra tutte la Pfm-1 meglio nota come ‘pappagallo verde’: involucro di modeste dimensioni, aria innocua, scoppio ritardato e 35 grammi di tritolo capaci di menomare una persona.

Si suppone che Mosca, per costruirla, abbia tratto ispirazione dall’americana “blue-tooth”, analogo dispositivo dall’apparenza innocua ampiamente impiegato in Vietnam. Altre fonti sostengono che i sovietici abbiano progettato la Pfm-1 proprio per i bambini: l’aspetto particolare, il colore che attira l’attenzione, l’innesco che si attiva con la manipolazione e l’esplosione che arriva poco dopo, giusto il tempo per il piccolo di raggiungere il villaggio o gli amichetti.

Un’insidia terribile e subdol: 30 milioni, secondo Radio Free Europe, quelle lanciate sull’Afghanistan durante tutti gli Anni Ottanta, decennio in cui il conflitto russo-afghano raggiunse il culmine. Numeri impressionanti per ordigni capaci di uccidere anche a distanza di anni: 728 le persone ferite dalla Pfm-1 e dalle sue ‘sorelle’  nel 2003, quasi tre lustri dopo il ritiro sovietico.

Gli ordigni dell’instabilità e della ‘lunga guerra’
Gli anni d’instabilità che precedettero l’avvento dei talebani e i successivi periodo di scontro fra talebani ed Alleanza del Nord hanno visto un incremento dell’impiego di armi e di bombe, i cui residuati si sono aggiunti a quelli che già ‘concimavano’ il terreno della nazione centro-asiatica.

Nel 2014, in occasione della fine della Missione Isaf (11/08/2003 – 31/12/2014) il sito dell’Associazione nazionale vittime civili di guerra italiana diede voce a un attivista locale, che puntava il dito contro la Nato sostenendo che fosse responsabile di morti e feriti dovuti ad una mancata operazione di bonifica dei propri ordigni.

Certo, può apparire strano che l’Isaf abbia ‘contribuito’ a disseminare il terreno di bombe considerando che le stesse forze della coalizione hanno perso molti uomini e donne proprio a causa degli Ied. Solo nel 2009, 7228 militari sono stati coinvolti in esplosioni mortali; dei 50 caduti italiani dell’Isaf 26 sono stati vittime di attacchi o esplosioni in fase di disinnesco e due perché colpiti da mortai e razzi.

Un’operazione di sminamento impossibile
Inoltre alcuni contingenti, gli italiani in testa, si sono occupati direttamente delle operazioni di bonifica e di informazione della popolazione civile circa il pericolo rappresentato da involucri di metallo in apparenza innocui. La fame e le scarse opportunità spingono infatti molte persone a cercare oggetti o pezzi di metallo da rivendere, purtroppo però con conseguenze talvolta fatali.

Pensare di sminare l’Afghanistan è impossibile: 650 mila Kmq, due volte l’Italia, e ampie aree sotto controllo di milizie che, come ricorda l’Unama, non si pongono il problema di colpire i civili. L’ultimo caso il 13 marzo a Kabul, quando un’imboscata e un attacco dinamitardo hanno causato la morte di 11 afgani.

Il rapporto 2019 attira l’attenzione dell’opinione pubblica su un angolo di mondo mai pacificato e che un completo ritiro occidentale può esporre, nuovamente, al rischio di totale anarchia. Tuttavia non è possibile scindere i decessi per mano talebana o, comunque, ‘anti-governativa’ da quelli provocati dalla ‘lunga guerra’, come avviene in altri ‘conflitti dimenticati’.

Quando si pensa all’Afghanistan, le immagini che balzano in mente sono quelle di droni, raid aerei e soldati americani ed europei di pattuglia. Ma il Paese negli ultimi 40 anni ha affrontato una guerra contro i russi e una guerra civile che hanno lasciato dietro di sé ulteriori distruzioni, scarsa speranza nel futuro e un’eredità di morte fatta di bombe e mine. Anche per questo, sulla soglia degli Anni Venti del XXI Secolo, l’Afghanistan è considerata la più pericolosa Nazione al Mondo per i civili con Cambogia e Angola.