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Tra Maduro e Guaidó

Venezuela: sul riconoscimento e disconoscimento dei governi

18 Feb 2019 - Natalino Ronzitti - Natalino Ronzitti

La vicenda venezuelana dimostra che si riconoscono non solo gli Stati, ma anche i governi. Per i primi, si tratta di Stati di nuova formazione; per i secondi, il riconoscimento viene esteso (o negato) a governi che siano il risultato di un mutamento di regime rivoluzionario. Nel caso del Venezuela non si tratta ovviamente di un riconoscimento di Stati, ma di governi.

Juan Guaidó, presidente dell’Assemblea nazionale, si è autoproclamato presidente ad interim del Venezuela, in contrapposizione al governo di Nicolas Maduro, accusato di aver vinto le elezioni presidenziali con brogli elettorali.

Guaidó, che intende convocare libere elezioni, invoca a suo favore l’art. 233 della Costituzione, che consente un cambio presidenziale, non solo in caso di morte o di rinuncia del presidente in carica, ma anche di sua destituzione da parte del Tribunale supremo di giustizia, incapacità fisica o mentale certificate, abbandono della carica, dichiarato come tale dall’Assemblea nazionale, o revoca popolare. Secondo la disposizione, in attesa dell’insediamento del nuovo presidente la carica è esercitata, ad interim, dal presidente dell’Assemblea nazionale.

Di fatto il governo Guaidó gode di scarsa o nulla effettività, mentre il potere effettivo, cioè il controllo politico del territorio, è saldamente nelle mani di Maduro, che ha l’appoggio determinante dei militari.

Le modalità del riconoscimento
Il riconoscimento è un atto politico, che può provocare conseguenze giuridiche di non poco momento. Gli Stati Uniti sono stati i primi a riconoscere Guaidó, seguiti da Australia, Canada e da un buon numero di stati latino-americani. Quanto agli europei, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito si sono mossi in sintonia, ma in differita, con  il comportamento degli Stati Uniti.

S’è trattato di un atto di riconoscimento di Guaidó e conseguentemente di disconoscimento di Maduro. Una prassi tutto sommato anomala. Gli Stati Uniti, ad esempio, nel 2011 in Libia avevano disconosciuto il governo Gheddafi, ma si erano limitati a riconoscere l’insieme dei ribelli come ente rappresentativo del popolo libico, e non come governo. Atteggiamento tenuto tutto sommato anche nei confronti della Siria.

Anomalo è stato anche  il comportamento del Regno Unito, la cui policy, negli ultimi anni, è stata quella di riconoscere gli Stati e non i governi, allo scopo di evitare la legittimazione di regimi dittatoriali.

L’Italia non ha preso posizione ed è stata accusata di avere rotto il fronte europeo (e occidentale) per allinearsi  alle posizioni di Cina e Russia, nonché a quelle dei pochi Stati latino-americani che mantengono le relazioni con Maduro.

Tutto sommato la posizione assunta dal nostro Paese appare ragionevole. Vengono auspicate nuove e democratiche elezioni, ma non si riconosce Guaidó. Forse si poteva fare qualcosa di più: mantenere le relazioni diplomatiche solo a livello di incaricato di affari, come fu fatto con il governo Pinochet dopo il colpo di stato in Cile

Quali conseguenze
Per noi non cambia niente. Cambia invece nei rapporti  tra il Venezuela e gli Stati che hanno riconosciuto Guaidó e disconosciuto Maduro. Intanto sul piano delle relazioni diplomatiche. Maduro ha intimato ai diplomatici americani di lasciare Caracas entro poche ore. Poi l’ultimatum è stato prorogato e sembra che siano in corso trattative sotterranee per intrattenere rapporti de facto tra Maduro e l’Amministrazione americana.

Ma cosa succede per gli altri Stati?, Guaidó nominerà nuovi ambasciatori al posto di quelli che non hanno defezionato? Vi è poi il punto dolente della titolarità dei beni detenuti dal Venezuela all’estero, tuttora esistenti nonostante che il Paese sia disastrato e pieno di debiti. Quale governo ne potrà disporre?. quello Guaidó o quello Maduro?, e come si comporteranno i tribunali esteri in caso di immancabili liti?

L’intervento armato
La situazione umanitaria in Venezuela è terribile. Non occorre dilungarsi a descriverla. La tentazione di un intervento armato è nelle cose. Trump lo ha evocato, Guaidó non lo ha osteggiato, e ovviamente Maduro lo ha respinto. La scusa potrebbe essere un intervento umanitario per porre fine alla violenza nel Paese o più semplicemente per scortare i convogli di derrate e medicinali fermi alla frontiera. Un intervento armato, anche come semplice scorta ai convogli, può legittimamente avvenire in due modi: tramite una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite oppure con il consenso del governo venezuelano.

La prima strada è impercorribile, a causa del contrasto tra i membri permanenti del Consiglio (Cina e Russia porrebbero certamente il veto). La seconda è egualmente priva di credibilità (giuridica), poiché il consenso all’intervento sarebbe espresso dal governo Guaidó, che manca totalmente di effettività.

Un problema anche per l’Italia. Il nostro governo, sia nell’intervento del ministro degli Esteri Enzo Moavero, sia nella mozione approvata in Parlamento, si è espresso a favore della distribuzione degli aiuti umanitari in conformità al diritto internazionale. Quale posizione prenderà, qualora l’ingresso in territorio venezuelano dovesse avvenire solo con il consenso di Guaidó?

Conclusioni
Non si vede per il momento come si possa uscire dall’impasse. Lo spettro di una sanguinosa guerra civile si fa ogni giorno sempre più attuale. Anche la mediazione papale, che negli Anni Ottanta fu effettuata con successo nella controversia tra Argentina e Cile per il Canale di Beagle, non si è rivelata fattibile.  C’è solo da sperare in una svolta (miracolosa) che scongiuri un nuovo conflitto e tenga al riparo il Venezuela dai tentativi di ‘esportazione della democrazia mediante l’intervento militare: una dottrina sui cui insuccessi non c’è bisogno di spendere molte parole.