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Dibattito al Parlamento europeo

Italia/Ue: Conte e un Paese solo, irriconoscibile, inaffidabile

13 Feb 2019 - Gianni Bonvicini - Gianni Bonvicini

Non è stato davvero una facile passeggiata il dibattito al Parlamento europeo del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. I lunghi mesi di contesa con la Commissione sulla legge di bilancio, il drammatico peggioramento dei rapporti bilaterali con la Francia, il veto su una dichiarazione comune dei 28 sul Venezuela, tanto per citare i fatti più clamorosi, hanno lasciato il segno nella diffusa percezione europea di un nostro ruolo euroscettico nei confronti dell’Ue. Come c’era da aspettarsi, Giuseppe Conte ha cercato di rovesciare questa narrativa anti-europea con una serie di affermazioni rassicuranti. Dopo avere incontrato brevemente il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, che ha poi disertato l’aula, Conte ha ripreso lo slogan di un’intervista della vigilia a Politico.EU: “Il governo italiano vuole dare una scossa all’Europa”.

Ci sarebbe da dire che, in negativo, questa scossa l’Italia l’ha già data all’Unione, proponendosi come il paese meno in linea con le politiche di Bruxelles e dei nostri maggiori partner. Ma, evidentemente, la scossa che Conte aveva in testa era quella di un’Europa diversa dall’attuale, “un’Europa del popolo, più vicina ai bisogni della gente”, poiché la colpa dell’euro-scetticismo non è dei singoli governi, ma dell’incapacità dell’Ue di ascoltare i bisogni dei propri cittadini.

Tra la retorica e i fatti
Dal punto di vista retorico questo approccio può anche avere senso, ma forse sarebbe il caso di ricordare al nostro premier che l’Ue è fatta dai governi e non da generiche istituzioni brussellesi cui addossare tutte le colpe di ciò che non funziona. Perché se è vero, come ha affermato Conte, che le politiche migratorie e quelle relative alla governance economica e fiscale non sono all’altezza delle sfide che devono affrontare, non è certo attraverso un generico “j’accuse” che si risolvono i problemi.

E non è neppure dichiarando che l’Italia non si sente isolata nell’esprimere le proprie opinioni, anche quando non sono in linea con quelle di Bruxelles, che si riacquista la credibilità perduta in questi mesi d’atteggiamenti divergenti e di sprezzanti giudizi sui nostri maggiori partner.

Un dibattito sull’Italia, non sull’Europa
Pur di fronte ad un discorso articolato e piuttosto lungo (una quarantina di minuti), nel quale il premier si è sforzato di delineare le priorità per la futura Unione, il tono del dibattito che è seguito in un emiciclo desolatamente vuoto non è stato dei migliori. In effetti nei numerosi interventi che sono seguiti il tema trattato non è stato quello del futuro dell’Europa, che era il titolo della relazione di Conte, quanto una critica, spesso impietosa, sullo stato di salute del governo, della politica e dell’economia italiana.

Forse le dichiarazioni meno ostili sono venute dal vicepresidente della Commissione e commissario per il lavoro, il finlandese Jyrki Katainen, in passato assai severo con le politiche economiche dell’Italia, che tuttavia ha riconosciuto l’enorme sforzo in tema di accoglienza degli immigrati fatto dal nostro Paese e l’obbligo per l’Unione di sperimentare il valore della solidarietà proprio nel caso italiano.

Ma, come ha poi sottolineato in un successivo intervento del tedesco Manfred Weber del Ppe, senza che l’Italia conducesse una vera e propria battaglia nel Consiglio europeo, il solo organo che può sostenere le proposte della Commissione e del Parlamento di riformare l’accordo di Dublino che ci obbliga ad accogliere gli immigrati arrivati sulle nostre coste.

Non tanto diverso è stato il tono dei discorsi degli altri deputati europei che hanno partecipato al dibattito. In generale si possono notare alcuni orientamenti largamente condivisi.

Solitudine, irriconoscibilità, inaffidabilità
Il primo è quello della “solitudine” del nostro Paese che ha aperto tutta una serie di fronti di contesa, ritenuti profondamente ingiustificati, con i propri partner, siano essi la Francia, la Germania o l’Olanda. Si è davvero toccato con mano il sentimento diffuso di un’Italia priva di sponde anche su quei temi dove ha ragioni da vendere, come quello dell’immigrazione. In altre parole, non s’intravvede, neppure su questo fronte, un abbozzo di politica delle alleanze con altri Paesi e con le istituzioni europee: solo un atteggiamento antagonist,a che non ci porta molto lontano.

La seconda osservazione, che è nata dal dibattito, ha riguardato la non-riconoscibilità del nostro Paese in qualità di fondatore dell’Unione: si sono sprecate le menzioni dei padri fondatori italiani, da De Gasperi a Spinelli, che hanno rappresentato una specie di Dna del nostro spirito europeista. E neppure si riesce a comprendere la politica economica nazionalista, in dispregio delle regole comunitarie, che sta portando ad una decrescita economica in un Paese che fa parte del gruppo delle sette potenze mondiali.

In terzo luogo, al di là della stupida e inopportuna battuta del liberale Guy Verhofstadt su un Giuseppe Conte burattino di Di Maio e Salvini, sorge il dubbio di una generale mancanza di affidabilità del nostro governo come interlocutore credibile sui vari dossier dell’Unione europea: non si sa con chi e come trattare per arrivare a decisioni concrete che riguardino anche i nostri interessi, oltre che quelli dei nostri partner.

Insomma l’intervento del presidente del Consiglio Conte al Parlamento europeo, al di là della correttezza di alcune sue affermazioni e proposte, è sembrato davvero cadere nel vuoto di un’Europa che non riesce più a riconoscerci. Speriamo solo che, visto il risultato complessivamente negativo del dibattito a Strasburgo, non riprenda con rinnovata violenza lo scontro fra noi e il resto dell’Europa.