IAI
Persistenze, risorgenze, contagi

Antisemitismo: debellarlo in Europa è un dovere

25 Feb 2019 - Giorgio Gomel - Giorgio Gomel

Episodi di antisemitismo – omicidi, aggressioni fisiche, insulti e minacce nei media, profanazioni di luoghi di culto e cimiteri ebraici  – segnano un risorgere preoccupante in più Paesi d’Europa. In Francia, dopo i picchi del 2014-15 e un regresso nei due anni successivi, le statistiche rilasciate dal governo  per il 2018 ne  indicano un aumento vistoso. Analoghi segni di un incrudirsi di sentimenti e  atti diretti contro individui e istituzioni ebraiche si osservano  in Germania, nel Regno Unito e altrove.

I dati registrati sono una sottostima del fenomeno perché riflettono le denunce esplicite e non la miriade di casi che restano ignoti. In Italia la Fondazione Cdec (Centro di documentazione ebraica contemporanea) produrrà fra breve un rapporto sul tema. Infine, è in corso di elaborazione il sondaggio curato dall’Agenzia europea per i diritti fondamentali circa la percezione dell’antisemitismo come problema e pericolo. Il primo sondaggio del  2012-13 già rilevava un elevato senso di minaccia, anche in Italia, non tanto di violenze  fisiche, quanto nelle forme di violenza verbale e digitale.

Risposte delle istituzioni internazionali
Parallelismi con gli Anni 30 del  Novecento sono fuorvianti.  Non vi è un antisemitismo di Stato; in generale, le istituzioni pubbliche sono impegnate nel combattere il fenomeno con un’azione di educazione alla memoria , di  vigilanza attiva  e di  prevenzione.  Azione peraltro insufficiente: in diversi segmenti della società europea restano zone di connivenza, copertura o sorda passività che alimentano un senso di impunità in coloro che predicano ostilità contro gli ebrei.

Un fatto importante è stato l’approvazione da parte del Consiglio dell’Ue nel dicembre scorso di una  definizione operativa di atti di antisemitismo concordata in sede di Ihra  (International  Holocaust Remembrance Alliance), che contiene una serie di esempi concreti. La stessa Ihra, fondata con la dichiarazione di Stoccolma  nel 1998, è al momento presieduta dall’Italia.

La stessa definizione era stata  approvata nel 2016 dall’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, con l’adesione di 56 paesi , fra cui alcuni mussulmani (repubbliche dell’ ex Urss) e con la sola opposizione della Russia.

Ma la patologia persiste, ricorre, appare muoversi per l’ Europa senza complessi,  rimuovendo tabù, riesumando vecchi stereotipi pur in situazioni mutate.

Dell’antisemitismo, della sua lunga, dolorosa, orribile storia nell’Europa, sono ovviamente gli ebrei a soffrire, ma esso è un indice acuto del malessere di una società, del degrado di forme di convivenza civile e democratica, della forza di   movimenti e dottrine che esaltano l’identità etno-nazionale o persino razziale, l’intolleranza del diverso, il rifiuto dei diritti delle minoranze. Minoranze come quella ebraica, per cui una società aperta e plurale, in cui le molteplici identità, culture, comunità siano riconosciute come  legittime e rispettate, è una condizione vitale di esistenza.

Fenomeno multiforme
La natura multiforme del malanno ci sconcerta. Nel 2017 Manuel Valls, allora primo ministro di Francia, pubblicò un J’accuse circa la confluenza di una tradizione antisemita della destra estrema e di un’ideologia sedimentatasi in quartieri delle città abitati da figli di immigrati mussulmani, dove è forte la predicazione all’odio di imam integralisti. Un’ideologia che importa sul suolo di Francia il conflitto israelo-palestinese e lo trasforma in una contrapposizione malata fra arabi ed ebrei; rifacendosi da un lato  a vecchi temi dell’antisemitismo europeo, quali il complotto mondiale, il potere politico e finanziario degli ebrei e altri fantasmi mistificatori  del genere, e dall’altro esaltando il separatismo comunitario contro i valori della laicità e della democrazia repubblicana.

Lo stesso Alain Finkielkraut, il filosofo aggredito da manifestanti a Parigi nei giorni scorsi, descrive l’antisemitismo di oggi  come un confluire di diversi “colori” : il “nero” – quello classico della destra fascistoide; il “verde” – quello islamista, in parte sottoprodotto del conflitto in Medio Oriente, in parte derivante da una concezione integralista della Umma, la comunità islamica in cui gli ebrei sono tollerati, ma con diritti limitati ; il “rosso” – quello di una sinistra massimalista  che nega il diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico e la legittimità di Israele come stato-nazione degli ebrei.