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Proteste di piazza e allargamento

Albania: Ue più lontana con l’Aventino dell’opposizione

25 Feb 2019 - Tsai Mali - Tsai Mali

Parlamento circondato da filo spinato, protetto da un folto cordone della polizia, migliaia di cittadini in piazza, giornalisti albanesi e stranieri in prima linea, muniti di maschere antigas. È iniziata così la seconda manifestazione dell’opposizione albanese, giovedì 21 febbraio, nel timore di nuovi scontri, con gli avvertimenti delle autorità di polizia che avevano denunciato possibili scenari di irruzione dei manifestanti nell’aula parlamentare e perentori appelli a rispettare le istituzioni e l’ordine pubblico da parte di tutte le organizzazioni internazionali accreditate nel paese.

Temendo disordini, il presidente del Parlamento, Gramoz Ruçi, aveva annullato a poche ore dall’inizio la plenaria prevista per il giorno della manifestazione, invitando l’opposizione a manifestare il dissenso dentro le istituzioni e l’assemblea nazionale.

In questo clima di tensione crescente, la mattina di giovedì, i manifestanti si sono riuniti nella piazza davanti al Parlamento con fasce bianche legate alle braccia in segno di pace, hanno ascoltato per qualche ora i discorsi dei deputati, hanno gridato in coro “Rama, vattene” all’indirizzo del premier e sono poi confluiti nella sede del Partito democratico – forza di centrodestra -, dove con il leader Lulzim Basha hanno intonato l’inno nazionale. Tre ore dopo, la manifestazione si è conclusa, senza scontri e incidenti di nessun tipo. Ne seguiranno altre, a Tirana e in tutto il Paese. “Il viaggio verso la speranza è appena iniziato”, sostiene Basha.

Minoranza via dal Parlamento
Con la volontà di dettare le regole anche se in minoranza, e manovrando una folla di fedeli che ancora risponde ai comandi del vertice, il Partito democratico di Basha e il Movimento socialista per l’integrazione di Monika Kryemadhi chiedono le dimissioni del premier Edi Rama e un governo di transizione che porti l’Albania alle urne con anticipo di due anni.

Come annunciato da qualche giorno, su proposta di Basha, tutti i deputati dell’opposizione hanno deciso all’unanimità di rimettere i propri mandati e uscire definitivamente da un Parlamento che ritengono sia il prodotto della collusione dell’attuale esecutivo con la criminalità organizzata.

Giovedì, con la manifestazione ancora in corso, i deputati dell’opposizione hanno depositato in Parlamento le lettere di dimissioni, mentre, nei prossimi giorni, tutti i candidati nelle liste elettorali del 2017 presenteranno una dichiarazione di rinuncia, per bloccare anche la normale procedura di sostituzione dei deputati dimissionari.

La vaga legislazione in merito a dimissioni di gruppo potrebbe rendere lunga e contorta l’iniziativa dell’opposizione, come è anche presumibile che la maggioranza proverà a prendere tempo, nella speranza di eventuali ripensamenti o negoziati. Al netto degli adempimenti formali, però, il dato politico è chiaro: in questo modo, tutti i seggi del Parlamento d’Albania appartengono alla maggioranza di Edi Rama. Per il Paese, la situazione è senza precedenti.

Palla alla maggioranza
Sulla possibilità di dimettersi e andare ad elezioni anticipate, Edi Rama non ha mai avuto dubbi: sarebbe come chiedere alla Juventus di “arretrare in classifica, ricominciando daccapo il campionato… senza Ronaldo”, aveva detto il premier al Messaggero il giorno prima della manifestazione.

Ma, dopo la chiusura dei primi giorni e l’iniziale scetticismo verso il gesto di autoesclusione dell’opposizione, la prospettiva ormai sempre più vicina di un Parlamento monocolore, ha evidentemente portato Rama a fare un passo indietro: niente dimissioni, ma un invito al dialogo, incentrato sul rafforzamento della democrazia e non sulla retorica della violenza e sull’imposizione dei rapporti politici. Una mano tesa e un segnale di riconoscimento della crisi istituzionale che sta investendo il Paese che l’opposizione ha subito respinto al mittente.

A giugno il bivio europeo
Il 29 giugno scorso, i leader dei 28 Stati membri dell’Unione europeaa hanno approvato la decisione di indicare il giugno del 2019 come probabile data per l’apertura dei negoziati di adesione con l’Albania. Un “no” all’avvio immediato, ma comunque un’apertura tutt’altro che scontata, sostenuta dall’Italia ma fortemente contestata da diversi altri Stati membri dell’Ue, tra cui Francia e Olanda.

Nella giornata di giovedì, a manifestazione iniziata, l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune Federica Mogherini e il commissario alle politiche di vicinato e per i negoziati sull’allargamento Johannes Hahn hanno fermamente condannato ogni tipo di incitamento alla violenza, così come la decisione dell’opposizione di rimettere i mandati. Per Bruxelles si tratta infatti di atti controproducenti, che minano i progressi compiuti da Tirana nel percorso di integrazione.

In attesa di vedere a cosa porterà questo nuovo braccio di ferro tra governo e opposizione, sembra che la lotta per il potere tra partiti e il conseguente stallo del funzionamento delle istituzioni albanesi abbia già presentato il primo conto da pagare al Paese: un “no” sempre più probabile all’appuntamento con il Consiglio europeo alla fine di giugno.

Questo articolo è frutto di una collaborazione editoriale tra Istituto Affari Internazionali e Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa (OBCT).