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Mentre Washington dialoga con i talebani

Afghanistan: Russia interlocutore privilegiato per la ricostruzione

15 Feb 2019 - Marco Petrelli - Marco Petrelli

“Voglio ringraziarvi per l’aiuto che la Russia ha fornito all’Afghanistan in 15 anni per contribuire a ripristinare la pace e la stabilità nel nostro Paese”. Queste le parole rivolte dal chief executive officer del governo afghano Abdullah Abdullah al premier russo Dimitri Medvedev nel corso degli incontri svoltisi a Mosca il 3 novembre scorso. Già nel dicembre 2014, infatti, Abdullah aveva espresso la gratitudine del popolo afgano nei confronti della Russia per il sostegno ricevuto da Vladimir Putin, auspicando una prosecuzione della cooperazione tra i due Paesi.

Una strana posizione quella dei vertici di Kabul: da una parte alleati della Nato, dall’altra aperti al dialogo con Mosca che, malgrado la sconfitta del 1989, non ha mai perso interesse per l’Afghanistan. Confinando con Uzbekistan e Tagikistan, infatti, la nazione centro-asiatica è il ventre molle della politica estera del Cremlino perché dai confini con le due ex repubbliche sovietiche (dove la presenza di militari e forze di sicurezza della Federazione è ancora molto forte) transitano terroristi, narco-trafficanti e contrabbandieri con il loro carico di esseri umani e attraverso i quali oltrepassano i confini più meridionali della Russia.

L’interesse di Mosca nella regione
Un interesse dunque che molto dipende da questioni di sicurezza. Non è un caso che dai primi anni Novanta, lungo i 1500 chilometri del confine uzbeko-tagiko-afghano, sia schierata la 201° Divisione motorizzata con compiti di sorveglianza e di repressione di eventuali illeciti, in particolare il contrabbando di oppiacei che fa dell’Afghanistan il principale esportatore al mondo della sostanza.

Alla presenza militare, poi, si aggiungono gli aiuti cui fa cenno Abdullah, parte di una diplomazia economica che cerca di conquistare consenso fra i vertici di un governo in grave difficoltà, malgrado il sostegno statunitense. Una difficoltà che si palesa con i continui attacchi dei talebani alle forze dell’Afghan National Army e con la percezione di non avere credibilità fra la popolazione e di fronte alle potenze internazionali.

La preoccupazione è ben chiara a Putin e al suo ministro degli Esteri Sergej Lavrov: entrambi hanno mostrato interesse a dialogare con i delegati dell’esecutivo afghano, quanto con gli emissari dell’Emirato islamico dell’Afghanistan che, a sua volta, cerca una legittimità nei colloqui di pace per il futuro del Paese.

Le reazioni di Washington, al tavolo con i talebani
La linea del Cremlino non è sfuggita agli osservatori occidentali, causando anche qualche malumore sfociato in accuse dure e dirette: un anno fa, ad esempio, il comandante del contingente statunitense in Afghanistan John Nicholson ha puntato il dito contro Mosca rea, a suo avviso, di vendere armi ai terroristi.

In verità, gli stessi americani negoziano con i talebani, da tempo decisi a uscire da uno scenario che non prospetta rapidi mutamenti in termini sociali, politici e di sicurezza.

Il primo a tentare questa strada è stato Barack Obama nel luglio 2013, ma senza alcun risultato. L’amministrazione guidata da Donald Trump ha al contrario inanellato tre successi consecutivi fra luglio e dicembre 2018, con incontri svoltisi in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti, durante i quali i talebani si sono seduti al tavolo come interlocutore ufficiale di Washington: nuovi appuntamenti sono previsti la prossima settimana tra Pakistan e Qatar. Grande escluso l’esecutivo afghano che gli “studenti coranici” considerano “burattino” degli occidentali e con i quali da anni rifiutano il dialogo.

Una mossa azzeccata per il presidente degli Stati Uniti, la cui volontà di disimpegnare truppe da teatri mediorientali è ormai chiara, ma certamente meno riuscita sul piano della diplomazia interna: prendere accordi con una parte escludendo l’altra non aiuta le autorità locali, faticosamente addestrate da Usa e Nato, a mantenere controllo e credibilità in Afghanistan.

Parrebbe di rivivere le ultime fasi della Guerra del Vietnam e della Campagna sovietica del ’79-’89, quando i regimi regionali di Saigon e della Repubblica democratica di Afghanistan vennero di fatto abbandonati al loro destino per permettere un dignitoso ritiro al potente alleato che li sosteneva. E in un conflitto il cui esito era già segnato, l’abbandono politico e militare favorì il caos e il rapido sfaldamento di tutto ciò che americani e sovietici avevano costruito nel periodo della loro permanenza.

Come in Siria e in Libia
Gli Stati Uniti sembrano più interessati ad uscire dal pantano che non al futuro di una nazione in bilico fra una recrudescenza della guerra civile e il completo assorbimento nella sfera d’influenza russa. Un’ipotesi che già sta prendendo piede e non solo per gli investimenti e i meeting di pace organizzati sotto le torri del Cremlino:

la Risoluzione 1401 (marzo 2002) che istituisce l’Unama (la United Nations Assistance Mission in Afghanistan), agenzia con i compito di sostenere la popolazione contro reati legati al mercato degli stupefacenti, contro il pericolo mine e a incoraggiare investimenti esteri, è un cappello istituzionale che permette ai russi di poter mettere stabilmente piede in Afghanistan inseguito all’eventuale ritirata americana, stavolta senza correre il rischio di essere additata come forza d’occupazione.

D’altronde, i buoni rapporti intessuti con il governo di Kabul e con l’Emirato islamico permetterebbero a Putin di porsi quale “patrono” di una rinascita del Paese, aumentando il livello di prestigio internazionale e il ruolo strategico della Federazione nello scacchiere centro-asiatico.

Un gioco diplomatico già messo a punto in Siria: partire dalla volontà di concludere una guerra sanguinosa per rafforzare la propria posizione nell’area. Strategia pianificata anche per la Libia: alcuni giorni prima del vertice di Palermo l’uomo forte di Mosca, il generale Khalifa Haftar, aveva incontrato il ministro della Difesa Sergej Shoigu, ultimo di una serie di meeting per dimostrare il forte interesse del Cremlino nelle trattative per la pacificazione e per la ricostruzione in Libia, con l’ormai chiaro auspicio di conquistare uno sbocco sul Mediterraneo centrale.

Foto di copertina © Xinhua Kabul/Xinhua via ZUMA Wire