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America First nello spazio

Usa: Trump, uno Space Command in attesa della Space Force

8 Gen 2019 - Mario Arpino - Mario Arpino

Sotto alcuni aspetti, la politica di Donald Trump potrebbe essere meno discontinua e anche meno improvvisata di quanto il suo modo di proporla ce la faccia apparire. Prima di Natale, il presidente, nella sua capacità costituzionale di Comandante Supremo, ha  dato al capo del Pentagono un ordine perentorio: l’Us Space Command s’ha da fare, e subito. Il  segretario per la Difesa, generale James Mattis, ha chinato il capo e pochi giorni dopo ha rassegnato le dimissioni, che probabilmente aveva in tasca già da un pezzo – i media le hanno generalmente attribuire alla decisione di Trump di ritirare le truppe dalla Siria e dall’Afghanistan-. La comunicazione ufficiale dell’ordine è venuta dal vicepresidente Mike Pence, delegato per le questioni spaziali. All’atto dell’annuncio, Pence ha voluto coinvolgere nella decisione Heather Wilson, segretario per lAir Force, che – al Pentagono tutti lo sanno –  è concettualmente contraria al progetto.

L’America ritorna nello spazio
Con la ricostituzione dello Space Command, XI comando operativo se si comprendono quelli regionali, si compie il  passo intermedio per la creazione di quella Space Force che, di fatto, è destinata a diventare la sesta forza armata degli Stati Uniti. Con questa nuova misura, che ne segue altre (National Space Council, Space Development Agency, road map to Space…), è evidente come l’amministrazione Trump stia invertendo decisamente rotta rispetto al depotenziamento del settore operato da quella precedente. Anche la Nasa, che ormai dava  l’impressione di essere un ente decaduto a livello di “cassa integrazione” – parole testuali di un addetto ai lavori a Houston -, ora sta riprendendo slancio vitale.

L’annuncio, poi parzialmente rivisto, del ritiro dalla Siria; il rientro di un’ampia componente militare dall’Afghanistan; il progressivo disinteresse per l’Africa a fronte di una concentrazione dello sforzo su nuove strutture squisitamente combat, come sarà la nuova Space Force: tutte queste decisioni rientrano nella logica trumpiana dell’America First; e, sotto questo profilo, si può anche notare che non sono concetti completamente nuovi. Si tratta anche di razionalizzare e completare attività che le due precedenti Amministrazioni non erano riuscite a realizzare. Anche Bush jr. aveva dichiarato prematuramente compiuta la missione in Iraq, come poi aveva fatto Obama in Afghanistan; ma erano stati  ritiri senza un parallelo potenziamento dello strumento militare, con tutta la perdita di credibilità che ne è conseguita.

Braccio di ferro con la Cina
‘The Donald’ invece tira dritto, ha un obiettivo chiaro e procede nonostante le critiche. Molte critiche, soprattutto perché la sua visione è composta da tanti pezzi che, prospettati con il suo stile e in tempi differenziati, possono apparire non organici. Le sue decisioni negli affari spaziali, tuttavia, possono essere senz’altro utili per decrittare il disegno complessivo.

Trump vede un futuro bipolare, potenzialmente ma non necessariamente bellico, dove al posto dell’Unione Sovietica ormai c’è la Cina. Una Cina in forte crescita in ogni settore, spazio compreso. America First diventa così un concetto globale, prioritario, che reclama risorse ingenti. Tutto il resto è un problema minore: siano gli alleati a prendersene cura.

Le critiche sono di molteplice natura. Quelle interne provengono sopra tutto dal Pentagono, sebbene la nuova road map altro non faccia che mettere in ordine realtà spaziali ‘militari’ già esistenti, razionalizzandole sotto un operational commander e un force provider. Certo qualcuno rischia di perdere dei pezzi importanti, come senza dubbio sarà per l’aeronautica militare statunitense, tuttavia subito compensata con una nuova competenza sui ‘rientri ipersonici’.

Le critiche di carattere strategico, se possono avere qualche fondamento a livello regionale, viste con occhi americani ne sono del tutto prive in termini globali. Chi ha letto il documento non classificato Space Science & Technology in China: a road map to 2050, preparato dall’Accademia Cinese della Scienza ed edito da Beijing Science Press, si accorge che i cinesi non perdono un colpo e conseguono ogni passo successivo con efficiente puntualità. Come, nei giorni scorsi, la discesa di una sonda attrezzata sulla faccia non visibile della Luna. Questo proprio in un periodo in cui il sistema spaziale Usa non sembra ancora del tutto uscito dalla stasi dell’era Obama.

Il trattato sull’uso dello spazio
La terza serie di critiche viene dalle anime candide, in particolare da quelle della Ue, che hanno come unico riferimento l’ Agenzia Spaziale Europea (Esa), ‘civile’, pacifica e rispettosa delle regole come di più non si può. In effetti, tra i cinque trattati dell’Onu che regolano le attività spaziali, il capostipite, firmato a Londra, Mosca e Washington il 27 luglio 1967 (Treaty on principles governing the activities of States in the exploration and use of Outer Space, including the Moon and other Celestial Bodies), all’articolo IV stabilisce il divieto di porre in orbita o installare armi nucleari e di distruzione di massa nell’Outer Space (spazio esterno). Restano anche escluse la sperimentazione di ogni tipo di armamento e la condotta di manovre militari. Per i cinesi la prima firma era stata apposta dal delegato di Taiwan già nel 1967, ma nel 1971 è subentrata senza varianti la Repubblica Popolare.

A oggi sono note solamente tre infrazioni al trattato, una cinese e due americane. Nella metà degli Anni 80 un missile anti-satellite lanciato da un F-15 dell’aeronautica americana aveva abbattuto un satellite per comunicazioni obsoleto su un’orbita di 345 miglia. Nel 2007, la Cina colpiva con un missile un proprio satellite non attivo. È dell’anno successivo la replica americana, che distruggeva in orbita bassa un satellite fuori controllo.

Con la Space Force, considerando che le semplici predisposizioni a terra non appaiono come violazione esplicita del trattato (che tante cose dice, ma su altre tace), gli Usa stanno cercando di recuperare il tempo perduto. Le tecniche e la tecnologia per ritornare sulla Luna, ad esempio, dopo tanti anni sono tutte da riscrivere. America First anche nello spazio, quindi, mentre la competizione con la Cina non è più soltanto economica, ma riassume ormai tutte le quattro classiche dimensioni della difesa.