IAI
Grande incertezza politica e militare

Siria: alleanze precarie, fazioni teologiche, questione curda

13 Gen 2019 - Ludovico De Angelis - Ludovico De Angelis

Il conflitto in Siria verrà ricordato, oltre che per la catastrofe umanitaria, anche per la costante incertezza politico-militare che gli attori internazionali, regionali e locali hanno proiettato sul Paese e, conseguentemente, sulla regione. I cambi di strategia sono sempre stati una costante, a riprova del fatto che la coerenza, nelle relazioni internazionali, è spesso vittima delle congiunture politiche del momento.

Una guerra ricca di incoerenze
Addirittura, dati i continui cambi di alleanze fra i gruppi dell’opposizione siriana a Idlib, sorge il sospetto che ciò sia accaduto anche per questioni teologiche, sacre, con i consigli consultivi delle varie formazioni politico-militari dell’opposizione (majlis-as-shura) che, spesso, sembrano aver adattato specifici editti religiosi alle circostanze politiche più imminenti come per esempio le intese strategiche con Paesi terzi.

Per questo, la decisione del presidente Trump di ritirare le truppe statunitensi dal suolo siriano, poi subordinata fino a quando il sedicente Stato islamico (Isis) non sarà definitivamente annichilito – una definizione vaga, che lascia ampi margini di manovra -, e sino a quando le forze curde dello Ypg non correranno più il rischio di essere messe fuori gioco dalle truppe filo-turche, poteva rientrare in questa chiave di lettura.

A dir la verità, dal punto di vista curdo, più che nella categoria dell’incoerenza, questa avrebbe abbracciato in pieno la definizione di tradimento. Tuttavia, l’iniziativa di Trump è stata ad oggi messa in attesa, con le truppe americane in territorio siriano che continuano nella loro battaglia, per alcuni di liberazione o di autodeterminazione, per altri terrorista (anche questo un vecchio motivo delle relazioni internazionali), a fianco delle forze curde. Anche se il ritiro, almeno degli equipaggiamenti, sarebbe davvero iniziato.

I nodi al pettine turco
Sino al 2014 la Turchia aveva mostrato una sostanziale acquiescenza verso la presenza dei gruppi salafiti-jihadisti in Siria, sia verso lo Stato islamico dell’Iraq sia verso il suo corrispettivo siriano, Jabhat al Nusra, ma anche nei confronti di altre organizzazioni, incoraggiandone in maniera surrettizia le attività. Basti pensare che, durante i momenti di crisi fra Jabhat al-Nusra e Isi – i due gruppi si separeranno in seguito, nel 2014 – , le riunioni tra le due parti per cercare di appianare le differenze avvenivano nella cittadina di Gaziantep, nel sud dell’Anatolia; un’attività ambigua per un Paese membro della Nato, e per il consolidato riposizionamento strategico di questa in chiave anti-terroristica. Ciò dovrebbe far riflettere anche in chiave di adesione all’Ue.

Con un errore di strategia evidente – ma di rado enfatizzato – da parte dei comandi militari turchi, solo in un secondo momento si comprese come la destabilizzazione del governo centrale siriano avrebbe agevolato l’ampliamento territoriale delle Unità di Protezione del Popolo (Ypg). Queste ultime sono associate, tramite il partito dell’Unione patriottica, al Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan turco, grazie anche alla protezione diplomatica e militare americana.

La questione curda
Da qui, il consolidamento dei curdi siriani nella regione del cosiddetto Rojava, che comprende la fascia settentrionale della Siria, un’entità politico-istituzionale in grado di costituire un embrione di Stato, che avrebbe potuto – o potrebbe? – rafforzare le istanze politiche del Pkk, ma che ad oggi non è più contiguo territorialmente a causa dell’operazione turca Euphrates Shield, che si avvale principalmente dei residui dei gruppi dell’Esercito siriano libero.

In sostanza, mentre non si può escludere che la Turchia beneficerà in futuro da questa fase di assestamento, al momento sembra evidente che, paradossalmente, il parziale collasso del governo siriano ha giocato contro gli interessi di sicurezza turchi, andando a rinforzare il fronte curdo, sia in Siria che in Turchia.

L’urgenza della questione curda è stata confermata, tra l’altro, dalle prese di posizione di alcuni quotidiani vicini al governo di Erdogan – nello specifico, il Daily Sabah. A seguito della recente visita di John Bolton, consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, ad Ankara – che secondo i turchi avrebbe avuto l’obiettivo di imporre le condizioni sulle quali sarebbe potuto avvenire il ritiro statunitense dalla Siria – il giornale è arrivato ad accusare alcuni membri dell’amministrazione Trump di ordire un ‘soft coup’ ai danni di quest’ultimo. La speranza di una ritirata americana era evidentemente accesa in Turchia.

Una nuova faglia di scontro regionale
Al ‘terremoto’ rappresentato dalle intromissioni degli scorsi anni sotto forma di aiuti logistici e militari ai ribelli sono seguite delle ‘scosse di assestamento’, rappresentate dalla ripresa delle interazioni diplomatiche fra gli attori una volta rivali, come il reinsediamento dell’ambasciata a Damasco da parte degli Emirati Arabi Uniti. Tutto ciò ha riaperto la questione dell’ordine futuro per quanto riguarda politica e sicurezza in Medioriente.

Soggiacente alla tensione degli ultimi anni, raccolta nella semplificazione data dallo scontro tra sunnismo – incarnato a vario titolo da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Turchia – e sciismo (Assad, Hezbollah e Iran), che tuttavia perde di vista un’intesa effettiva come quella fra Teheran e Doha, vi sarebbe stato infatti un altro terreno di scontro, latente e velato allo stesso tempo.

Islamisti vs opposizione ‘moderata’
Si tratta dei contrasti tra le forze islamiste, rappresentate genericamente dai movimenti nazionali dei Fratelli Musulmani e dai loro sostenitori (Turchia e Qatar), e nelle forze legate ai movimenti salafiti-jihadisti, e quelle, al contrario, della ‘conservazione e stabilità’ (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto). Esempio di ciò sarebbe stata la ‘competizione’ concretizzatasi nel supporto selettivo ai ribelli siriani portata avanti dai due blocchi; il primo in favore dei movimenti islamisti, il secondo in favore di quelli di ispirazione tendenzialmente secolare.

Alcuni acuti osservatori sono giunti addirittura ad affermare che l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi non ebbero mai l’obiettivo di far cadere Assad. Al contrario, questi sarebbero intervenuti aiutando l’opposizione ‘moderata’ – termine con il quale i media, in maniera approssimativa, descrivono l’opposizione non islamista – con l’obiettivo di ritagliarsi uno spazio di influenza politica a discapito degli islamisti in caso di rovesciamento del regime. Nel 2012-2013 infatti, questa eventualità non sembrava così distante come lo è adesso.

In definitiva, nei prossimi mesi le questioni più stringenti saranno quelle del futuro del Rojava, delle relazioni tra la Siria e i suoi vecchi oppositori, e del ruolo che l’Iran riuscirà a preservare nel Levante. Sullo sfondo, la nuova faglia regionale evidenziata sopra, che potrebbe vedere addirittura la Turchia e l’Iran in una intesa più ristretta. Da non trascurare le azioni delle grandi potenze che, sebbene ci si trovi nell’epoca del multipolarismo, dimostrano di avere ancora un peso notevole negli equilibri di potenza.