IAI
Controllo dei confini, Mediterraneo e Ue

Migranti: come l’Italia ha ridotto gli sbarchi dell’80%

5 Gen 2019 - Alessandro Marrone - Alessandro Marrone

Nel 2018, il tema dell’immigrazione ha continuato ad impegnare l’agenda politica italiana ed europea, e per l’Italia è stato l’anno della svolta. Infatti, dopo aver accolto oltre 608.000 tra migranti e richiedenti asilo nei quattro anni precedenti, il nostro Paese ha visto ridurre gli sbarchi dell’80% rispetto al 2017.

Come testimoniato dai dati ufficiali del ministero dell’Interno, nell’anno appena trascorso sono sbarcati in Italia 23.370 migranti, un numero in netto calco rispetto ai 119.269 del 2017 e ai 181.436 del 2016.

Rispetto al periodo precedente, la diminuzione degli sbarchi era già iniziata dal luglio 2017 e proseguita fino a maggio 2018, durante il governo di Paolo Gentiloni, ed è poi drasticamente accelerata nei mesi estivi successivi all’insediamento dell’esecutivo guidato da Giuseppe Conte.

Governare l’immigrazione è possibile
I numeri dimostrano che i flussi migratori diretti verso l’Italia non sono qualcosa di inevitabile. Si tratta di un fenomeno che può essere frenato o accelerato, aumentato o drasticamente ridotto – in altre parole, affrontato e gestito. La sua complessità, drammaticità e portata intercontinentale non sono, e non possono essere, un alibi per rinunciare a governare il fenomeno.

Negli scorsi tre anni non si sono certo arrestati il cambiamento climatico, la desertificazione o le siccità, i conflitti in Africa e Medio Oriente, la curva demografica africana, la porosità dei confini dei Paesi di transito – in primis la Libia – ed in generale tutte le concause strutturali e di lungo periodo che generano i flussi migratori verso l’Italia in quanto “porta d’ingresso” dell’Unione europea.

A parità di tutto il resto, l’unica variabile a cambiare radicalmente è stata la posizione delle autorità italiane, le quali hanno prima deciso di chiudere gradualmente questa “porta d’ingresso” e poi di sbarrarla costi quel che costi – fino alla chiusura dei porti italiani.

Fuor di metafora, nel 2017 l’allora ministro degli Interni Marco Minniti iniziò a porre dei limiti alle operazioni di ricerca e soccorso da parte delle navi italiane e delle Ong nel Mediterraneo, e a stringere accordi con gli interlocutori libici e nigerini per filtrare e rallentare il transito di migranti: accordi che hanno visto anche il lancio di missioni militari a sostegno della guardia costiera del governo di Tripoli e delle autorità del Niger. Nel giugno 2018, poi, appena insediatosi, il suo successore Matteo Salvini è passato a una linea più dura, fino alla chiusura dei porti alle navi, italiane e non, che trasportassero migranti. L’azione dei due ministri, ed in particolare di Salvini, ha ridotto nel 2018 il numero degli sbarchi in Italia dell’80% rispetto all’anno precedente, e dell’86% rispetto al 2016.

Il controllo dei confini resta competenza nazionale
La storia di questi tre anni dimostra quindi che la gestione dei flussi migratori ed il controllo dei confini nazionali è ancora una competenza dello Stato. Non di organismi internazionali come l’Onu, né di soggetti privati, né di organizzazioni non governative. Poiché lo Stato è composto da territorio, popolo e autorità politica che governa quel territorio e quel popolo, la decisione se ammettere o meno un cittadino straniero (e non Ue) entro i propri confini resta, giustamente, nelle mani dell’autorità statuale nazionale, e non degli enti locali.

Sarebbe stato meglio se gli Stati membri dell’Ue avessero concordato una politica comune di gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo, dal controllo dei confini esterni dell’Unione alla valutazione delle domande di asilo e al ricollocamento dei migranti – come già avevano definito, nel corso dei decenni, una politica comune sulla libera circolazione dei propri cittadini all’interno dell’Ue. Tuttavia questo risultato non è stato raggiunto, nonostante le richieste e le proposte avanzate dall’Italia sin dal 2013, a causa degli egoismi nazionali degli altri Stati membri che si sono affrettati a fermare i migranti a Ventimiglia o sul Brennero, nelle acque maltesi o ai confini dei Paesi del Gruppo di Visegrád.

Visto il fallimento politico dell’Ue nel suo complesso di fronte alla sfida migratoria nel Mediterraneo centrale – ben diversa la storia della rotta balcanica, dove l’accordo con la Turchia ha di fatto avuto successo nel fermare i flussi migratori – lo Stato italiano ha dovuto fare da solo, e da solo ha raggiunto l’obiettivo fissato.

Obiettivo fissato democraticamente dal corpo elettorale italiano. Nelle elezioni del marzo 2018, le forze politiche che, in varia misura e con diversi toni, hanno promesso agli elettori di ridurre drasticamente i flussi migratori – ovvero l’intero centrodestra ed il Movimento 5 Stelle – hanno totalizzato nel complesso oltre il 70% dei voti. Si tratta di un orientamento politico radicato nella cittadinanza, confermato tanto dai sondaggi quanto dalle elezioni locali, che chiede alla politica di ridurre il flusso migratorio che con oltre 608.000 migranti sbarcati in quattro anni ha messo negativamente sotto pressione la società italiana dal punto di vista psicologico, sociale, di sicurezza, a livelli mai sperimentati nella storia della Repubblica, con effetti anche a livello europeo. Poiché questo era il mandato elettorale, il governo ed il Parlamento hanno agito di conseguenza mettendo in secondo piano altre considerazioni, relative ad esempio alle posizioni delle Nazioni Unite o delle Organizzazioni non governative. 

L’etica della responsabilità che salva vite umane
Tra gli elementi messi in secondo piano vi è stata di fatto, se non concettualmente, la weberiana “etica delle intenzioni”, sostituita dall’“etica della responsabilità”. Secondo l’etica delle intenzioni, per principio il rischio della morte in mare di migranti deve spingere il dispositivo di ricerca e soccorso ad agire il più possibile, spostandosi dalle acque italiane a quelle internazionali, e poi a quelle libiche, per effettuare più salvataggi.

Secondo l’etica della responsabilità, bisogna considerare non solo i principi ma anche e soprattutto la realtà, incluse le conseguenze inintenzionali delle proprie azioni: più si aumenta il soccorso in mare, più le reti criminali di trafficanti di esseri umani sono facilitate nell’usare imbarcazioni malridotte per la traversata del Mediterraneo, e più potenziali migranti sono incentivati a tentare la sorte. Quindi una riduzione delle attività di ricerca e soccorso, in particolare nelle acque libiche ed internazionali, costituisce di fatto un disincentivo ad imbarcarsi, soprattutto su imbarcazioni malridotte, e indirettamente salva quindi più vite umane.

Infatti, nel 2016, nel pieno dello sforzo di ricerca e soccorso basato sull’etica delle intenzioni, sono morti nel Mediterraneo centrale oltre 4.700 migranti. Nel 2018, il numero di vittime è sceso a poco più di 2.000, con una riduzione superiore al 50%. In altre parole, l’etica delle intenzioni ha agito da pull factor, da fattore di attrazione dei migranti, prima con l’operazione Mare Nostrum lanciata dal governo italiano a fine 2013 e poi con l’operato delle Ong – non a caso nel 2013 gli sbarchi di migranti sono stati poco meno di 43.000, e sono poi triplicati dal 2014 in poi. L’etica della responsabilità, invece, ha portato non solo ad una drastica diminuzione del numero di migranti arrivati sulle coste italiane, ma ad un dimezzamento delle vittime in mare salvando di fatto più di 2.500 vite umane. Come dice un vecchio proverbio, di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno.

In conclusione, diminuire drasticamente i flussi migratori verso l’Italia è stato ed è possibile, senza nascondersi dietro l’alibi della complessità del fenomeno. La sua gestione ed il controllo dei confini spetta ancora allo Stato centrale, e non alle organizzazioni internazionali o a quelle non governative. E nel 2018 le autorità italiane hanno dato seguito alla richiesta politica dell’elettorato di ridurre gli sbarchi, contribuendo al tempo stesso a dimezzare il numero di migranti morti nella traversata del Mediterraneo.