IAI
Alcuni dati reali sul fenomeno

Migranti: tanto allarmismo sui social, ma poca informazione

25 Gen 2019 - Alfredo Roma - Alfredo Roma

Il problema dei migranti sta interessando non solo l’Europa, ma anche gli Stati Uniti e i Paesi asiatici. Innanzitutto occorre ricordare che i fenomeni migratori sono sempre avvenuti dai tempi dell’Homo erectus, che camminando poteva muoversi da un territorio all’altro per cercare condizioni di vita migliori. In tempi recenti possiamo ricordare le migrazioni italiane verso gli Stati Uniti all’inizio del secolo scorso o verso il Belgio dopo la fine della Seconda Guerra mondiale.

Un allarmismo ingiustificato sui social network
Gli storici ci hanno descritto questi fenomeni dopo averli esaminati negli aspetti quantitativi e qualitativi. Salvo qualche isolato episodio, quelle migrazioni avvennero senza allarmi sociali. I fenomeni migratori odierni vengono invece vissuti e descritti giorno per giorno sui  social network, attraverso i quali anche i politici tendono a comunicare creando notevole turbamento.

Si diffonde infatti una lunga serie di notizie false e non basate su uno studio analitico del fenomeno migratorio, riguardo al quale prevalgono le impressioni del comune cittadino che usa i social come principale fonte di informazione e quella del politico di turno che non studia a fondo il problema, e che ha spesso come unico scopo quello della ricerca del consenso.

Così da recenti sondaggi appare che in Italia sono in molti a ritenere che gli immigrati rappresentino il 30% della popolazione, mentre non superano il 10% (sei milioni nel 2017, di cui il 70% provenienti da Paesi non Ue). Questa situazione di errata percezione nei confronti dei migranti si ripete anche in Francia, Germania, Svezia e Stati Uniti; e riguarda non solo il loro numero, ma anche il loro grado di istruzione o il contributo del loro lavoro al prodotto interno lordo. Ancora più allarmante per chi non conosce bene il problema è identificare ogni migrante di fede islamica come possibile terrorista.

Queste percezioni sbagliate e negative possono facilmente essere manipolate e usate da chi si oppone all’accoglienza dei migranti anche per ragioni politiche.  Ancora più grave è il fatto che l’opposizione preconcetta alla migrazione impedisce di valutare il fenomeno migratorio in relazione alle prospettive della popolazione dei Paesi europei più avanzati, quindi nei suoi aspetti positivi, come compensare l’invecchiamento della popolazione.

Anche se, secondo le proiezioni della popolazione effettuate dalle Nazioni Unite, i flussi migratori potranno compensare solo parzialmente l’invecchiamento della popolazione europea, perché i tassi di natalità sono inferiori allo zero. In Italia, ad esempio, nel 2016 il tasso di natalità è stato di 1,34 figli per donna, il che significa che le nascite sono inferiori al numero dei genitori. È altresì importante valutare gli effetti economici di questo stato di cose.

Alcuni dati reali sulle migrazioni
Una recente ricerca di Prometeia – il centro di ricerche econometriche fondato da Beniamino Andreatta –  sull’impatto a lungo termine della migrazione verso l’Europa, conferma pienamente le valutazioni delle Nazioni Unite circa le proiezioni della popolazione europea e i flussi migratori. L’invecchiamento della popolazione comporta un aumento progressivo del carico pensionistico e assistenziale che impedirà alle economie dei Paesi europei – in crescita a tassi assai modesti – di mantenere gli attuali livelli di prosperità.

Secondo i dati Eurostat elaborati da Prometeia, i migranti provenienti dai Paesi africani o da Paesi dell’Ue si dirigono soprattutto verso i Paesi ricchi del Nord Europa. Infatti nel 2016 si è registrato un flusso di migranti per 1000 abitanti pari a 37 nel Lussemburgo, 15 in Svezia, 12 in Germania, 8 in Olanda e solo 5 in Italia. È interessante notare che nel 2017 in Italia gli immigrati provenivano soprattutto da Romania, Marocco e Albania. L’età media è compresa tra 25 e 50 anni, riducendo sensibilmente l’età media della popolazione di un Paese come l’Italia.

Il grado di istruzione dipende soprattutto dal Paese di provenienza: l’indice di capitale umano (Hci) mostra che i migranti che arrivano dai Paesi africani hanno un livello medio di istruzione inferiore a quello dei migranti provenienti da Paesi dell’Ue. Ovviamente il loro contributo alla ricchezza nazionale è direttamente proporzionale al livello di istruzione.

Il possibile contributo dei migranti all’Europa
Non vi è dubbio che gli immigrati inseriti in una attività produttiva contribuiscano alla ricchezza nazionale e quindi al mantenimento dei livelli di benessere sociale. Questo contributo potrà essere inizialmente modesto, ma potrà essere sempre maggiore se per questi migranti si attivano corsi di formazione sia professionale che di cultura generale per favorire il loro inserimento nel tessuto nazionale.

Questa è la strada per aumentare il loro contributo alla ricchezza di un Paese e per allentare le tensioni tra i nativi e i migranti. Ovviamente, dice ancora la ricerca di Prometeia, la sostituzione di nativi che vanno in pensione con immigrati non formati porta anche alla riduzione del reddito pro-capite, pur contribuendo alla spesa pensionistica. Prometeia cita anche uno studio dell’Ocse dal quale appare che il contributo fiscale netto dei migranti è più elevato in Italia, Spagna, Portogallo e Irlanda – grazie alla presenza di molti giovani migranti – rispetto alla Germania, dove l’età media dei migranti è più elevata.

Infine, Prometeia presenta una simulazione degli effetti a lungo termine dei migranti sulle economie di Italia, Francia e Germania, ipotizzando tre scenari di crescita della popolazione. Lo scenario più ottimistico prevede tassi di fertilità per Francia, Germania e Italia rispettivamente del 2,44, 2,23 e 2,29. L’aumento della fertilità porta ad abbassare l’età media della popolazione e a immettere, nel tempo, giovani con un livello di istruzione elevato nel mondo del lavoro. Ma perché questo accada è necessario investire in politiche che favoriscono la famiglia e la procreazione, come in parte sono presenti in Francia.

La conclusione è che i flussi migratori non riusciranno a mitigare gli effetti negativi dell’invecchiamento della popolazione di questi tre Paesi. Inoltre, per l’Italia occorre anche considerare il ‘brain drain‘ che ogni anno porta  circa 156.000 giovani laureati o ricercatori ad emigrare, e che impoverisce il capitale umano del nostro Paese, che resta il fattore principale della produzione di ricchezza. Per arrestare il brain drain è necessario investire nella scuola, nella cultura e nella ricerca, offrendo mezzi e remunerazioni competitive rispetto ad altri Paesi Europei o gli Stati Uniti. Misure totalmente assenti nella recente legge di bilancio italiana.

Dai dati esaminati appare evidente che il fenomeno dell’immigrazione deve essere affrontato ed esaminato in base a rigorosi criteri scientifici, tenendo in considerazione gli effetti economici a breve, medio e lungo termine, soprattutto in relazione al processo di invecchiamento della popolazione nei Paesi dell’Europa occidentale. Le autorità politiche di questi Paesi dovrebbero seguire questa strada evitando di sostenere le percezioni errate diffuse dai social network, inclusa l’equazione migranti = azioni criminali che statistiche attendibili dimostrano essere totalmente falsa.