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Con lo stimolo dei migranti

Una memoria europea per costruire una coscienza europea

1 Gen 2019 - Emmanuela Banfo - Emmanuela Banfo

Si partisse dalla memoria per costruire una coscienza europea? Le Nazioni Unite, ad oggi, hanno istituito 78 giornate dedicate ai temi più disparati, dalla tutela dell’ambiente alla lotta contro la violenza alle donne. Di queste, cinque sono memoriali, a partire da quella del 27 gennaio dedicata alle vittime dell’ Olocausto, a cui in Italia ne è stata aggiunta una specifica sul dramma delle foibe. L’Europa ne ha finora deliberata una decina, a partire da quella della vittoria sul nazismo del 1945.

Più si ricorda per legge più si dimentica
In un tempo caratterizzato da una crescente amnesia, clinicamente accertata e riconosciuta quale effetto di Internet, che facilitando la ricerca dei dati evita ogni sforzo mnemonico, si assiste a quella che la giurista Anna Mastromarino chiama “bulimia memoriale”. Docente universitaria di Diritto pubblico comparato, la Mastromarino è la prima in Italia ad aver studiato la relazione tra Stato e memoria dal punto di vista giuridico.

E’ in crescita la politica legislativa del ricordo, un fenomeno che interessa tutti gli ordinamenti europei, compresi i Paesi dell’ Est dopo il crollo del regime sovietico. Sono leggi di diritto penale (come in Italia la legge 115 del 2016 che punisce la negazione della Shoah) o leggi commemorative. Ma sono sufficienti leggi, celebrazioni, luoghi, perché davvero la società civile li senta come parte imprescindibile di un sistema di valori e non pura retorica?

Amnesia e ansia di conservazione del passato possono leggersi come facce della stessa medaglia. Paesi che nell’accelerazione di fenomeni complessi di trasformazione sono in crisi di identità, giovani che non sono più depositari di narrazioni famigliari che quella storia avevano vissuto in prima persona, rappresentanze politiche in debito di rappresentanza, compongono un insieme in cui la memoria storica non fa più, autenticamente, da collante. Una memoria che più si istituzionalizza e più rischia di ritualizzarsi.

Il ruolo delle Istituzioni e la memoria pubblica
Le pietre d’inciampo sradicate a Roma sono uno dei molti sfregi che spesso colpiscono obiettivi simbolici che nello spazio pubblico rendono eternamente presente un passato che lo Stato sceglie di non dimenticare. A monte di ogni scelta, anche toponomastica o museale, c’è, infatti, una scelta politica di cui sono responsabili le istituzioni. Istituzioni deboli producono però una memoria debole (ritualizzata); istituzioni forti, sorrette da una coscienza civile altrettanto forte, producono una memoria consapevole e partecipata.

Non sono tanto gli attacchi alla memoria pubblica a far paura quanto la cristallizzazione di una memoria incapace di essere fattore di innovazione, di crescita, portatrice di futuro più che cassaforte del passato. E qui che s’ innestano le strumentalizzazioni a fini politici, elettorali, di tutti coloro che usano la storia cercando in essa il supporto alla loro azione politica.

L’Italia e le memorie sue e degli immigrati
Inoltre, come si sta misurando l’Italia con le tante memorie di cui sono portatori i popoli immigrati? Il mito fondativo dell’Italia del dopoguerra è sicuramente la Resistenza antifascista e antinazista, la Costituzione repubblicana del ’48. Si tratta di un sistema valoriale che deve confrontarsi con il passare delle generazioni che quel mito lo vedono sempre più lontano e con popoli originari di altre nazioni che hanno altri miti fondativi.

La storiografia c’insegna che non si smette mai di scrivere la storia e, dunque, la memoria è qualcosa di mobile non statico, plurale non uniforme. Se un Paese è stato capace di confrontarsi anche con le pagine buie della sua storia, è in grado di elaborare una memoria viva e non mummificata. Era il 1994 quando l’arcivescovo Desmond Tutu scriveva No Future Without Forgiveness a proposito della Commissione per la verità e la riconciliazione del Sudafrica di Mandela.

L’Italia non ha mai avuto qualcosa di simile e perciò ha oscillato tra colpi di spugna (come l’amnistia) e ipocrita condiscendenza a forme, organizzate e non, di neofascismo (basti pensare al Movimento Sociale Italiano). Vincitori e vinti non sono mai usciti dall’atteggiamento vittimario, le ferite restano sanguinanti, la risposta al negazionismo, a revival nostalgici, per anni è stata la codificazione di una narrazione eroica dogmatica.

Costruire una memoria pubblica europea
C’è da chiedersi, di fronte a un progetto europeo sovranazionale oggi sotto attacco, se i singoli Stati europei  non abbiamo bisogno di costruire insieme una memoria pubblica che vada oltre alle ricorrenze. Una memoria europea per un’identità europea. Ma se le storie sono così diverse, se fino a 70 anni fa gli Stati europei si sono fatti la guerra gli uni con gli altri, come è possibile una memoria che non sia lacerata, divisiva?

La risposta ai totalitarismi, al nazifascismo, non è stata uguale da tutte le parti, in egual modo tempestiva. E i processi di rielaborazione, nel profondo delle coscienze dei corpi sociali, non dappertutto sono stati portati avanti con coraggio. Ecco allora che non deve stupire il ritorno di vecchi fantasmi.

Le istituzioni europee, con tutta la loro attività memoriale, non sono sufficienti se gli Stati membri e ancor più i popoli membri, non hanno maturato la memoria di un continente che ha trovato soluzione ai conflitti di nazionalismi dispotici e egemonici perseguendo, pur tra mille difficoltà e contraddizioni, una politica di giustizia nell’unità e nella pace.

Le migrazioni possono essere un aiuto. Perché fanno parte della storia europea. Le popolazioni migranti dovrebbero essere chiamate a costruire la nuova memoria europea. Una memoria che si libera dai rancori e dai conti in sospeso generatori soltanto di rabbia, vendetta, violenza. A partire dai colonialismi, stimolando tutti a uscire, appunto, dalle logiche vittimarie. E portando tutti a guardare avanti, senza alibi, assumendosi la responsabilità della nuova Europa, nessuno escluso.