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Compromesso tra stabilità e democrazia

Medio Oriente: il ruolo stabilizzatore dei militari

28 Gen 2019 - Mario Arpino - Mario Arpino

C’è qualcuno che vorrebbe paragonare, in astratto, le Primavere arabe e le loro conseguenze ai moti della prima metà dell’Ottocento europeo, che affondavano le radici nell’Illuminismo francese e nella rivoluzione del 1789. Il paragone è azzardato, ma non sbagliato, se ricordiamo che ci sono voluti parecchi decenni per arrivare a qualche forma di democrazia meritevole di questo nome.

Tutto il processo è stato attraversato da guerre, occupazioni militari e restaurazioni. Ma il seme della libertà – chiamarla democrazia era prematuro – stava germogliando. Oggi, quando le Primavere arabe sono ormai un’occasione perduta, la storia sembra ripetersi.

Militari e democrazia
Le nuove democrazie hanno dato risultati che spesso non piacciono. Era facile immaginarlo, ma è esattamente ciò che continua ad accadere in Nordafrica ed in Medio Oriente. Mentre le monarchie in qualche modo si salvano, sono le repubbliche a farne le spese. In ogni caso, comunemente si presume che le forze armate dovrebbero fare da elemento stabilizzatore.

Ma – questa domanda è rivolta sia all’Occidente, sia al mondo arabo – cosa si vuole veramente, stabilità o democrazia? La stabilità c’era e manu militari, per un certo tempo, sarebbe forse ripristinabile. Ma la democrazia no, richiede tempi lunghi, specie quando non si sa bene cosa sia.

In Occidente i militari hanno un ruolo di supporto alla politica estera, oltre che di difesa esterna. Al contrario, in Medio Oriente e in Nord Africa – sia per le monarchie che per le repubbliche -, il ruolo delle forze armate sinora è stato ed è ancora più specificatamente rivolto all’interno. Lo scopo è mantenere stabilità nelle monarchie, e crearne le condizioni nelle repubbliche. Nessuno, da quelle parti, ha mai davvero pensato che loro compito – nonostante alcune idee avanzate, il continuo contatto con l’Occidente e un minimo di laicità – fosse quello di portare democrazia.

Militari e rovesciamento di regimi
Venticinque anni fa, in Algeria, con il sostegno di larga parte della popolazione, i militari avevano stroncato l’ascesa al potere dei fondamentalisti, che nel secondo turno elettorale avrebbero ottenuto ‘democraticamente’ la maggioranza. Nel 2010, la rivolta nel Sahara occidentale era stata repressa dall’esercito marocchino a tutela di una monarchia ‘illuminata’, ma severa. In Tunisia, la neutralità dell’esercito aveva costretto alla fuga il dittatore Ben Ali; e ora vigila sugli equilibrismi di un governo moderato, ma non laico.

In Libia, l’esercito si è frantumato con la caduta di Gheddafi e ancora annaspa per ritrovare una struttura e un ruolo che nessuno gli vuole riconoscere. In Egitto, l’acquiescenza dell’esercito verso la piazza aveva favorito la caduta di Mubarak, per intervenire poi non contro la protesta, ma contro Morsi, presidente confessionale ‘democraticamente’ eletto, ma condizionato dal’’invasività di chi ne aveva favorito l’ascesa. Potremmo continuare con la guerra in Yemen e la repressione in Bahrein, mentre ciò che succede in Siria è materia di cronaca.

Il caso dell’Egitto
Nella dicotomia tra Golfo e Nord Africa, l’Egitto rappresenta la cerniera tra due mondi che, pur accomunati dall’Islam, presentano più diversità che similitudini. In modo diverso dall’Arabia Saudita, in quella parte del mondo il Paese dei faraoni è visto come un polo di riferimento culturale, economico e religioso. È normale, quindi, che i militari abbiano fatto scuola, pur in una cattiva interpretazione di quanto Kemal Ataturk aveva realizzato in Turchia.

È su questo esempio che dobbiamo ricordare le mosse del generale Neguib e del colonnello Nasser in Egitto, del generale Kassem e dello stesso Saddam in Iraq, del generale Hafez al-Assad in Siria, del colonnello Gheddafi in Libia, del generale Sadat dopo la morte di Nasser e del generale Mubarak dopo l’uccisione di Sadat in Egitto. E del generale Saleh nello Yemen.

Tutti loro hanno travalicato il pensiero kemalista. Arriviamo così a quando il capo di stato maggiore egiziano al-Sisi, dopo non pochi preavvisi, estromette il presidente eletto Morsi, imprigiona i Fratelli Musulmani, nomina un presidente ad interim, un governo provvisorio e conferma se stesso come ministro della Difesa, vicepremier e capo delle forze armate. Situazione che ci riporta pari pari alla ‘stabilizzazione’ algerina, quando il Fronte Islamico di Salvezza (Fis), vincitore delle elezioni con quasi il 50% dei suffragi, venne sciolto e sanguinosamente represso.

Il fatto è che, a differenza dal modello turco-kemalista – poi smontato senza troppi riguardi da Erdogan -, tutti gli eserciti arabi prima o poi hanno debordato dalla propria missione laica e repubblicana, mostrando un’irresistibile tendenza a trasformarsi in caste che difendono interessi corporativi e gestiscono buona parte dell’economia nazionale.

In Egitto al-Sisi, dopo la brusca uscita di scena dei Fratelli Musulmani, restituendo il ruolo di guida dell’Islam alla moschea di al-Azhar, controlla di fatto anche il potere religioso. I militari, quindi, non hanno solo una missione istituzionale, ma anche di gestione dietro le quinte della politica, compresa quella confessionale, dell’economia, della finanza e degli affari.

Finora l’economia egiziana confidava sui rapporti con l’Europa e con gli Usa, ma oggi la miopia del’Ue e di alcuni suoi membri e il disinteresse di Trump stanno spingendo i militari egiziani a valutare offerte alternative.

Stabilità vs. democrazia
Se desideriamo favorire la stabilità, cosa che per l’Occidente è importante, in Nord Africa e Medio Oriente dobbiamo almeno provare a evitare di demonizzare i militari, sempre e comunque. In fondo, anche se alle nostrane anime candide non piacciono, sono il minore dei mali.

Se invece andiamo in cerca di favorire lo sviluppo di nuove democrazie, allora l’indirizzo e il numero di telefono dei Fratelli Musulmani sembrerebbero fuori luogo. Questo lo dovrà tenere bene in mente anche al-Sarraj in Libia, se vorrà davvero misurarsi o riconciliarsi con Haftar di Cirenaica, il generale mangia-islamisti sostenuto dal collega egiziano al-Sisi, già da un pezzo in doppiopetto grigio.

Per quanto sia ormai evidente che le primavere arabe non abbiano apportato sostanziali progressi, oggi qualcuno anche là comincia a dubitare se la giaculatoria “la soluzione sta nella sharia” sia davvero una panacea per tutti i mali. E questo, a noi, sembra già un progresso di qualche rilievo.