IAI
Rischi di destabilizzazione?

Insularità Usa, criticità euro – mediterranee, possibilità italiane

21 Gen 2019 - Diego Bolchini - Diego Bolchini

Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 28 dicembre ha scritto che c’è un presidente il quale – in nome di un malinteso interesse nazionale – appare volere chiudere l’epoca della leadership americana. Secondo il politologo bolognese questo progetto destabilizzerà il pianeta, rendendo più autoritarie Russia, Cina e altre parti del mondo fungendo da calamita di autoritarismo.

Un’isola a stelle e strisce?
Volendo provare ad approfondire questa affermazione, è opportuno partire da alcuni fatti recenti. Sul piano internazionale, grande eco hanno destato le dichiarazioni del presidente Trump di rimodulazione dei contingenti militari da Siria (annuncio di progressivo ritiro) e Afghanistan (riferita volontà di dimezzamento). Trump osserva forse che – a 18 anni dall’evento delle torri gemelle – potrebbero sussistere oggi altre centralità in relazione a quell’Isola al centro del mondo descritta dal geopolitico Manlio Graziano in un suo recente libro[1]. Le urgenze del nuovo confronto (congagement?) con la Cina e la nuova era dell’indipendenza energetica sembrano aver alterato le condizioni al contorno negli ultimi anni.

Fatto non meno rilevante, diversi accademici principalmente di stampo neorealista (ma non solo) proponevano già da tempo revisione della grand strategy americana nella sua proiezione all’estero: Si pensi tra gli altri all’articolo apparso nel gennaio 2014 su The National Interest a firma di John Mearsheimer, focalizzato sul caso egiziano e siriano. Dall’altra parte dello schieramento politico, la senatrice democratica Elizabeth Warren ha dichiarato recentemente di condividere la decisione di ritirare i contingenti da Siria e Afghanistan, interrogandosi su parametri di valutazione e sui rischi di overstretching permanenti per gli Usa.

Una sorta di narrazione paracadute è stata comunque veicolata allorquando Trump avrebbe promesso la distruzione definitiva dell’Isis, il sedicente Stato islamico, prima del ritiro dalla Siria, salvaguardando al contempo ‘l’attore”’curdo. Ma, nella fattualità, è evidente come queste dichiarazioni potrebbero apparire ardue in condizioni rigidamente time-based e considerando la postura ideologica di Ankara. Quanto all’Afghanistan, fa riflettere l’osservazione presidenziale-imprenditoriale secondo la quale l’Unione Sovietica è andata in bancarotta combattendo in Afghanistan. è diventata Russia per colpa dell’Afghanistan.

Attorno al lago mediterraneo
Da una prospettiva mediterranea, non protetta da due grandi Oceani – che interconnettono invece ‘sinologicamente’ gli Usa alla proiezione talassocratica di Pechino – la questione “situazionale” e percettiva appare diversa. Si pensi alle non risolte criticità sociali, ideologiche ed economiche presenti sulla sponda Sud del nostro ‘lago’ Mediterraneo: giornalisti si danno fuoco in Tunisia, a otto anni dalla rivolta dei Gelsomini. Esplodono ordigni contro bus di turisti in Egitto, anche lontano dall’epicentro estremista del Sinai. Si assottigliano le riserve di dollari della Banca centrale di Algeria, così come pare inasprirsi la sua politica securitaria.

Nel Medio Oriente, che geograficamente non è poi così lontano e disconnesso da noi, le cose non vanno meglio: oltre lo stallo siriano si pensi ad esempio all’Iraq. Nel nuovo governo iracheno di Abdel Mahdi un parente del ministro della cultura incaricato è stato accusato di essere collegato a Daesh e soggetti designati per altri dicasteri vengono congelati poiché negli elenchi dei funzionari dell’ex regime di Saddam Hussein. A Baghdad si avverte forse una difficoltà ad elaborare una sorta di amnistia ‘politico-esistenziale’, un nuovo patto sociale come avvenne – per certi versi, e con tutti i suoi limiti – nell’Italia del 1946 ad opera dell’allora ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti.

 Italia, tra mondo digitale e mondo reale
Restringendo lo zoom e l’angolo visuale all’Italia, a 72 anni da quei fatti storici, viviamo oggi in un Paese del tutto diverso. Per problemi e per campi di azione. Alcide De Gasperi rimarrebbe forse perplesso nel leggere che l’Italia odierna, immersa in tempi social, è indicata nel gruppo degli Stati membri Ue che hanno positivamente dato seguito alla direttiva Nis (network and information security), strumento che individua le misure necessarie per la sicurezza delle reti e dei sistemi informativi. Si parla di energia, trasporti, bancario, infrastrutture dei mercati finanziari, fornitura e distribuzione di acqua potabile. Tutti “gangli vitali” del Paese.

Sul piano fisico-reale, di converso, viviamo e soffriamo di diverse ed eterogenee inefficienze (autoindotte o anche esaltate da dinamiche esterne, da noi non controllabili): il crollo del ponte Morandi, la perdita di patrimonio boschivo nel Nord-Est del Paese, la recrudescenza delle diverse emergenze che attanagliano la Capitale appaiono tutti sintomi di un certo affaticamento del Paese. Il contesto economico dell’ultimo decennio ovviamente non ha aiutato: ancora oggi il Pil nazionale è il 5,4% in meno rispetto al massimo storico toccato il primo trimestre 2008, in tempi di precrisi finanziaria globale.

Conclusioni
Quale direzione intraprendere allora? Molti lamentano o denunciano un percepito declino di una (ex?) media potenza, che – è bene ricordare – è pur sempre ancora tra le prime dieci economie del mondo quanto a Pil complessivo. Parallelamente, riaffiorano  letture inconsuete da tempi antichi. In un testo del 1994, sempre ripreso a dicembre dal Corriere della Sera, il politologo  fiorentino Giovanni Sartori (1924-2017) rifletteva ad esempio sul tema della democrazia quale possibile “nemica di sé stessa”, sugli eccessi del video-potere, sul concetto di competenza politica.

Mai come in questi tempi appaiono opportune le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella che nel suo discorso di fine anno ha esortato ad avere fiducia nei possibili modelli a tendere positivi. La cittadinanza onoraria di “felicizia”, citata dal presidente Mattarella nel suo discorso, pare allora dirci che l’utopia (un volutamente ambiguo neologismo latinizzato dal greco ou-eu topos, “non luogo /luogo troppo bello per essere vero”, creato dal filosofo inglese Tommaso Moro) è creata non tanto per essere effettivamente conseguita, ma per alimentare una tensione ideale che deve sostenere l’Italia, l’Europa e anche lo stesso legame transatlantico visto nel suo complesso, considerando il fondamentale ruolo Usa. Un esercizio di alta politica non da poco. Ma certamente necessario.

[1] M. Graziano, l’Isola al centro del Mondo. Una geopolitica degli Stati Uniti, Il Mulino, 2018.