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L'omelia d'apertura di Papa Francesco

L’ecumenismo della giustizia contro le diseguaglianze

28 Gen 2019 - Emmanuela Banfo - Emmanuela Banfo

La Settimana ecumenica di preghiera 2019 , celebrata in tutto il mondo dal 18 al 25 gennaio, si distinguerà per un’ombra e per una luce. L’ombra è quella di una nuova separazione, sancita negli stessi giorni, dentro la già frastagliata cristianità: la nascita della chiesa ortodossa d’Ucraina, che ha ottenuto l’autocefalia e, di conseguenza, lo sganciamento dalla chiesa ortodossa russa. La luce è riconoscere la giustizia come obiettivo evangelico-sociale prioritario in questo momento.

Dall’Indonesia un appello per la giustizia
Sono stati i cristiani d’Indonesia, Paese multireligioso a maggioranza islamica, a indicare nel libro del Deuteronomio, là dove si parla di giustizia (16, 18-20), l’oggetto di meditazione per centinaia e centinaia di incontri di preghiera. Proprio dall’Indonesia, che a 48 ore dalla chiusura della Settimana ecumenica ha subito l’ennesimo attacco terroristico, questa volta contro la cattedrale cattolica nell’isola di Jolo, l’invito al dialogo, l’esortazione alla pace sono passati attraverso il monito di Mosè sintetizzato in “cercate di essere veramente giusti”.

Nel testo biblico rivolto ai giudici, ai quali si chiede di non farsi corrompere accettando regali, di non piegare il diritto a interessi personali, l’imperativo di Mosé centra almeno due aspetti di grande attualità nelle nostre società: l’indispensabilità e nello stesso tempo l’insufficienza del diritto per realizzare la giustizia sostanziale, l’autonomia della legge e dei suoi esecutori dal potere politico che pure detiene la facoltà di legiferare.

E quanto più uno Stato è democratico e la legge a servizio della giustizia, tanto più il legislatore stesso sottostà alla legge di cui è l’autore. E quanto più uno Stato ha realizzato una società equa, tanto più i suoi cittadini troveranno nella legge non la coercizione a la sudditanza, ma la tutela e la promozione della loro dignità.

Dall’Indonesia, con i suoi 265 milioni di abitanti, all’86% islamici, i suoi 1340 gruppi etnici e 740 idiomi locali, e un 10-12% di minoranza cristiana, il dito è stato puntato su una crescita economica che ha aggravato anziché migliorare le condizioni dei più poveri. “La corruzione – hanno scritto nell’introduzione teologico-pastorale alla Settimana di preghiera – si manifesta in varie forme: colpisce la politica e il mondo degli affari, spesso con conseguenze devastanti per l’ambiente; mina la giustizia e l’applicazione della legge. Troppo spesso coloro che devono promuovere la giustizia e proteggere i deboli agiscono in modo contrario; di conseguenza si allarga il divario tra ricchi e poveri e così un Paese ricco di risorse soffre lo scandalo di avere molta popolazione che vive in povertà”.

La Chiesa cattolica contro le diseguaglianze sociali
Papa Francesco nella sua omelia d’apertura della Settimana ecumenica nella Basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma (il viaggio a Panama per la Giornata Mondiale della Gioventù ha modificato il programma consueto di chiudere la Settimana, come avvenuto nelle precedenti occasioni) ha colto nuovamente l’occasione per mettere al cuore della giustizia la ricerca di una soluzione al problema della povertà.

Il Pontefice ha evidenziato i danni che possono essere provocati da una crescita economica che “animata dalla logica della concorrenza lascia molti nella povertà concedendo solo a pochi di arricchirsi”. L’appello alla solidarietà, a questo punto, va oltre il buonismo dell’elemosina e dice una parola forte su un intero modello economico globalmente pervasivo.

“Quando la società – ha detto il Papa – non ha più come fondamento il principio della solidarietà e del bene comune, assistiamo allo scandalo di persone che vivono nell’estrema miseria accanto a grattacieli, ad alberghi imponenti e lussuosi centri commerciali, simboli di strepitosa ricchezza. Ci siamo scordati della saggezza della legge di Mosé, secondo la quale se la ricchezza non è condivisa, la società si divide”.

Possiamo dedurre che esista oggi un cristianesimo che s’impone nel dibattito politico europeo e non solo per sollecitare al rinnovamento radicale del sistema economico imperante? Un cristianesimo che individua in esso la chiave per affrontare i dissesti, umani e ambientali, che si sono inaspriti come non mai in questi primi 20 anni del XXI secolo? È un cristianesimo che certo condivide la critica al cosiddetto post-capitalismo, araldo di una teoria della globalizzazione come motore di crescita per tutti.

Quanto sia maggioritario questo cristianesimo è da vedere. Il fronte evangelico è nient’affatto compatto, basti pensare al Brasile di Bolsonaro, all’Ungheria di Orban, ma anche agli Usa di Trump e a spinte di chiusura che vengono da Paesi come la Svezia e la Danimarca. Il Pontificato di Francesco non deve illudere circa l’unanimità dei consensi attorno alla sua impostazione teo-politica.

Necessità di un nuovo modello di sviluppo
Tensioni intestine che non nascondono il dato emerso dalla Settimana ecumenica: le chiese più dei politici indicano oggi l’urgenza di andare alla radice del male, ovvero il modello di sviluppo che ci governa. Che non è solo un problema di redistribuzione delle ricchezze, ma di ragionare nuovamente su cosa intendiamo per ricchezze e come intendiamo produrle.

Il vescovo Ambrogio Spreafico, presidente episcopale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, sulle pagine dell’ Avvenire a commento della Settimana ecumenica ha detto: “La globalizzazione che avrebbe dovuto favorire il benessere di popolazioni rimaste indietro come tenore di vita, qualità dell’ambiente, servizi sanitari, non sta producendo il risultato sperato”. E così “le spinte verso la separazione e gli individualismi sono aumentate”.

Il richiamo all’unità delle chiese cristiane si traduce in richiamo all’unità dei popoli. Non a caso il Comitato centrale del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec) ha scelto come tema della sua 11a Assemblea “L’amore di Cristo muove il mondo verso la riconciliazione e l’unità”. Si terrà in Germania, a Karlsruhe, nel 2021, in chissà quale contesto europeo.