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Contraddizioni e sfide

Consapevolezza, conoscenza e faticosa ricerca del nostro bene

8 Gen 2019 - Emmanuela Banfo - Emmanuela Banfo

Siamo come i pesci di Wittgenstein, “gli ultimi ad accorgersi dell’acqua”, gli ultimi a capire veramente quello che accade attorno a noi e gli ultimi a sapere porre rimedio alle criticità. Razionali nella ricerca di sempre nuovi strumenti tecnologici; irrazionali, paradossalmente, nella ricerca di quel che è bene per le nostre vite.

Al declinare del 2018, al capezzale del letto dell’umanità malata si sono riuniti esperti da tutto il mondo in occasione della 2a conferenza internazionale di Science and Future, ospitata da Politecnico e Università di Torino. Ne è emerso che siamo entrati nell’era del negazionismo.

Emigrazione e cambiamenti climatici, dinosauri e specie in via d’estinzione
“I media vedono solo il fenomeno dell’emigrazione – ha detto Dina Ionesco dell’ International Organisation for Migration –, ma non quello che ci sta dietro”. Mancano informazioni? No, ci sono, ma si preferisce non prenderle troppo sul serio.

Desertificazione, esaurimento delle risorse idriche e, di conseguenza, mancanza dei basilari mezzi di sussistenza, spingono milioni di persone a cercare nuove terre, ma i più poveri neppure riescono a migrare.

I cambiamenti climatici sono solo uno degli aspetti del degrado ambientale che è degrado di un intero sistema globale. “Quando si estinsero i dinosauri – ha esemplificato il ricercatore Grammenos Mastrojeni, che collabora con il Climate Reality Project lanciato da Al Gore – nell’arco di 100mila anni si estinsero 8 specie su 10. Noi le vedremo estinte in 250 anni”. “Lo stress socio-economico – ha aggiunto – porta i popoli ad affidarsi al tiranno di turno”.

Il “punto di vista ecologico sul mondo” di cui ha parlato Elise Amil , docente di psicologia industriale all’università St. Thomas del Minnosota, include non solo nuove politiche ambientali, ma economiche. Ed è qui che entra in campo l’umano.

Negazionismo e culto dei consumi
Negazionista non è soltanto Trump. Stanno prendono piede il fatalismo, l’incredulità, le teorie cospirative. Perché? “Per paura dei cambiamenti – ha risposto Roberto Burlando, docente di Finanza etica e microcredito –, per mancanza di valori saldi, per il mito della crescita. Ci sono anche molti economisti negazionisti. Bisognerebbe cambiare la prospettiva economica dominante. Ma ci sono tre ostacoli dottrinali, credere che l’uomo è padrone di sé stesso, viviamo su un pianeta dalle risorse infinite, il mercato creerà sempre valide alternative”.

A reggere l’ impianto ideologico è il postulato che una buona vita sia realizzabile attraverso i consumi. Nelle nostre società il presupposto psico-socio-antropologico è che all’essere umano interessino soltanto reddito e beni di consumo.  Il pensiero economico mainstream favorisce istinti di accumulazione, e quindi di avidità, facendo credere che questo sia razionale.

Tuttavia produciamo sempre di più per stare peggio e questo non è razionale. La civiltà industriale riempie l’uomo di beni nella prospettiva di esaudire ogni suo desiderio senza porre limiti e nell’assoluta indifferenza etica. Se di fronte alla vastità e complessità dei problemi e a un clima diffuso di precarietà l’uomo scappa rintanandosi nelle sue false certezze, i new media non  stanno aiutando a modificare in meglio i comportamenti.

Il ruolo delle neuroscienze sulla tolda del Titanic
E’ qui che entrano in campo le neuroscienze. L’informazione, tanto abbondante quando contraddittoria, è più accessibile con Internet, “ma è l’esercizio della consapevolezza che è centrale”, ha giustamente osservato la psicoterapeuta Sauro Fornero. La caratteristica principale dell’uomo non è ahimè il pensiero, ma evitare il dolore.

In un mondo che sembra un Titanic aumentano i comportamenti narcisistici, la ricerca di rendite a tutti i costi nella speranza illusoria che ci mettano al riparo da rischi, che ci evitino la sofferenza della mancanza. I meccanismi di difesa portano a negare l’evidenza. Nel mondo super-tecnologico della razionalità, l’ essere umano involve nell’irrazionalità: non fa quello che sarebbe bene per lui, non sceglie ciò che farebbe bene alla sua vita.

E la conoscenza non è sufficiente. Occorre consapevolezza, responsabilità rispetto alle conseguenze del proprio agire e operare, capacità critica. Un complesso di abilità che toccano le parti più intime e anche nascoste di ogni umano. L’inconscio non è un’opinione, entra nella storia e la cambia. Impulsi violenti, distruttivi e auto-distruttivi, rabbia repressa, invidia, sono reali.

Hildago, generare conoscenza è determinante
Cesar Hildago, a Torino per ricevere il Premio Lagrange dalla Fondazione Crt, è oggi considerato un’ eccellenza per la sua scienza dei sistemi complessi. Il giovane professore del Mit di Boston muove dal concetto sacrosanto che generare conoscenza è determinante per lo sviluppo dell’umanità. L’atlante a cui ha collaborato comprende un kit di mappe e di visualizzazioni che misurano la situazione economica di 128 Paesi. Attraverso la produzione di software è possibile mettere in rete organizzazioni, città, nazioni.

L’ambizione è rendere accessibili grandi volumi di dati necessari all’innovazione civile e dei governi. Sarà lui la mente della piattaforma Europea di prossima realizzazione. “Il nostro obiettivo – afferma Hildago – è favorire innovazione, politiche di crescita, ridurre le diseguaglianze. Bisogna cambiare la percezione della realtà”.

Si ritorna al punto di partenza: consapevolezza, coscienza di sé e della realtà circostante, comprensione di ciò che fa bene alla vita, ricerca del proprio bene. Troppo difficile, troppo impegnativo, poco rassicurante poiché comporta flessibilità, auto-valutazione, coraggio delle sfide, ricerca appunto? Potrebbe essere che l’uomo, estraniato da sé come le nuove frontiere dell’intelligenza artificiale prospettano, preferisca produrre cloni efficientissimi a cui delegare la fatica di pensare. Al suo bene.