IAI
Aspettando il voto a Westminster

Brexit: sulla difesa europea una scelta di fondo per l’Ue

7 Gen 2019 - Federico Santopinto - Federico Santopinto

La nebbia è fitta sulla Manica, mentre arriva l’annuncio che – dopo l’iniziale rinvio del mese scorso – la Camera dei Comuni voterà il prossimo 15 gennaio sulla proposta di accordo per l’uscita dal Regno Unito dall’Unione europea negoziata con Bruxelles dal governo di Theresa May.

I negoziati sulla Brexit sono difficili e, sotto certi aspetti, anche drammatici. Nel settore della difesa e della politica estera sono inoltre paradossali. Per anni, i britannici hanno considerato la politica di sicurezza e di difesa comune (Psdc) dell’Unione con sufficienza – nella migliore delle ipotesi -. Ma da quando hanno deciso di abbandonare l’Ue, sembrano improvvisamente averne riscoperto le virtù. E vorrebbero rimanervi ancorati il più possibile.

Il referendum britannico ha avuto così un primo effetto paradossale: il Regno Unito non è più quell’attore scettico e disinteressato di un tempo che alzava sistematicamente le spalle ogni qualvolta veniva sollecitato sulla difesa europea. Londra si ritrova ora nella ben più scomoda posizione di chi sta col cappello in mano. La Brexit, insomma, ha invertito i ruoli. Bruxelles non deve più cercare di tirare Londra per la giacca per convincerla a lavorare nella Psdc: deve al contrario evitare che, uscendo dalla porta, non tenti di rientrare dalla finestra.

Le richieste di Londra
La posta in gioco nel settore della difesa, in effetti, non riguarda tanto il livello di cooperazione che Bruxelles e Londra dovrebbero stabilire dopo il loro divorzio. Tutti concordano sul fatto che tale cooperazione debba essere la più stretta possibile. Si tratta piuttosto di capire se, e in quale misura, il Regno Unito debba rimanere associato al processo decisionale dell’Unione. Perché questo chiedono i britannici. Ed è su questo che insisteranno in futuro.

Teoricamente, il rispetto dell’autonomia decisionale dell’Ue è un principio riconosciuto Oltre Manica. Nei fatti, però, le proposte concrete che Londra ha formulato durante i primi sedici mesi di negoziato non sembravano andare in questo senso. Nella prima fase delle trattative, il governo di Sua Maestà aveva discretamente e informalmente sondato la possibilità di mantenere un suo rappresentante nelle istanze decisionali della Psdc.

Quando si è poi reso conto che questa opzione non era ricevibile, se non altro perché non conforme ai trattati, il Regno Unito ha allora proposto di strutturare un dialogo periodico intorno a delle sessioni informali del Consiglio, del Comitato politico e di sicurezza (Cps) in seno allo stesso Consiglio, e dei Comitati di programma pertinenti.

In altre parole, non potendo disporre di rappresentati negli organi decisionali della difesa europea, i britannici vorrebbero che tali organi si riunissero informalmente affinché il loro personale possa comunque reintegrarli.

La risposta di Bruxelles
L’Unione si è mostrata fino a ora inflessibile di fronte a tali richieste. La sua posizione si basa su un principio chiaro e netto: Bruxelles è disposta a cooperare intensamente con Londra, ma non durante il suo processo decisionale. È invece pronta a farlo solo dopo aver definito in piena autonomia le proprie posizioni e politiche in materia di politica estera e di difesa.

Questa posizione traspare chiaramente dalla Dichiarazione politica sulle relazioni future annessa all’accordo di divorzio. Che venga ratificata o no, la Dichiarazione rimane tuttavia giuridicamente non vincolante. Il che significa due cose. La prima è che i termini della cooperazione politico-militare tra Londra e Bruxelles devono essere ancora interamente negoziati, da cima a fondo. E la seconda è che i britannici tenteranno di rimettere sul tavolo una formula che permetta loro di essere associati al processo decisionale dell’Unione.

Una scelta ontologica
La domanda sorge quindi spontanea: dopo le elezioni europee del maggio 2019, l’Unione europea sarà in grado di rimanere unita e coesa come lo è stata fino a ora di fronte alle pretese d’Oltre Manica? Avrà ancora la forza, e soprattutto la volontà, di proteggere la propria autonomia decisionale, preludio del progetto più ampio di autonomia strategica?

Considerando che i britannici non sono i soli ad augurarsi che il loro Paese rimanga nei meccanismi della difesa europea, il dubbio è lecito. Molti esperti del Vecchio continente sono sulla loro stessa lunghezza d’onda, e chiedono all’Ue di mostrarsi generosa in merito. L’auspicio che, di fatto, la Brexit non abbia conseguenze sulle politiche militari dell’Ue è del resto assai diffuso anche in Italia.

Tale prospettiva mette tuttavia gli europei di fronte a una questione esistenziale. Una questione che, tra l’altro, era stata fino ad oggi sistematicamente elusa. La risposta che l’Unione darà alle richieste britanniche dipenderà, in fin dei conti, dalla percezione di fondo che prevarrà a Bruxelles in merito alla politica di difesa e di sicurezza comune ed al suo ruolo nell’ambito del più vasto progetto di integrazione europea. A condizione ovviamente di volergliene attribuire uno. Schematizzando, le possibilità sono due.

Se la Psdc viene concepita come un’iniziativa che mira esclusivamente a rafforzare la cooperazione politico-militare tra gli Stati membri, senza rimetterne in discussione la sovranità, e se deve quindi rimanere una politica intergovernativa sconnessa dal processo di integrazione del continente, perché allora rifiutare al Regno Unito la possibilità di mantenere un piede nel processo decisionale dell’Unione? In una logica puramente cooperativa, privarsi di un partner così prezioso e pur sempre vicino all’Ue non avrebbe alcun senso.

Se però la difesa europea è percepita anche come uno strumento al servizio di un progetto politico di integrazione, e se viene vista come una tappa ulteriore di tale percorso, dopo quelle del mercato interno, dell’euro o di Schengen, allora la presenza di Londra nella sala-comando apparirà come un problema. Un problema inconciliabile con l’idea di conferire all’Unione una propria autonomia strategica che possa essere il preludio di una nuova forma di sovranità condivisa.

Foto di copertina © Dinendra Haria/SOPA Images via ZUMA Wire