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Testimonianza fra i profughi in Uganda

Sud Sudan: superare la logica delle tribù per arrivare alla pace

21 Dic 2018 - Emmanuela Banfo - Emmanuela Banfo

“Non ci sarà pace nel Sud Sudan fintanto che prevarrà la logica delle tribù”. Hubert Twagirayezu, economo ispettoriale dei Salesiani per le 14 comunità di don Bosco in Uganda, Ruanda e Burundi, non è ottimista sul futuro del giovane e travagliato Paese africano. Era di passaggio in Italia per partecipare al concerto di Natale in Vaticano, quest’anno dedicato alle iniziative educative nei campi profughi di Erbil, nel Kurdistan iracheno, che accolgono siriani e sfollati dalla Piana di Ninive dopo l’invasione dell’Isis, e nel campo di Palabeck in Uganda, che sta aprendo le porte ai centinaia di migliaia di persone in fuga.

Il Sud Sudan e i profughi della guerra civile
La stima è di un milione mezzo di profughi, provenienti in gran parte dal Sud Sudan, ma anche dalla Repubblica Democratica del Congo e dal Burundi. Hubert vede nelle divisioni etniche interne il vero motivo che sta alla radice della guerra civile nel Sud Sudan, più che nelle politiche predatorie di governanti corrotti e di potenze straniere attratte dalle immense ricchezze del territorio, in primis il petrolio. È lui che coordina l’attività a Palabeck. Su un territorio di 400 chilometri quadrati, vivono profughi che si sono lasciati alle spalle violenze, fame, terrore e violazioni sistematiche e brutali dei diritti umani fondamentali.

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha registrato quasi 2,5 milioni di persone che dal Sud Sudan hanno varcato i confini dei 6 Paesi limitrofi. “È un flusso continuo – riferisce Hubert – centinaia e centinaia alla settimana. Si calcola che negli ultimi tre anni un milione e mezzo di sud-sudanesi abbia trovato rifugio in altre nazioni e di questi 60.000 abbiano raggiunto Palabeck. In Uganda c’è disponibilità di terra, terra fertile. È un Paese generoso, anche se povero. Anzi, una parte della sua popolazione è persino più povera dei profughi sud-sudanesi”. Per questo il governo ha stabilito che, per ogni progetto di aiuti umanitari, il 70% delle risorse messe a disposizione vada ai profughi, ma il 30% sia destinato alla popolazione locale indigente.

I profughi sud-sudanesi in Uganda: il campo di Palabeck
Twagirayezu, 36 anni, orfano di entrambi i genitori da quando ne aveva 6, sa bene cosa significhi la devastazione di conflitti intestini che neppure l’appartenenza alla stessa confessione religiosa riesce a placare. Di famiglia cattolica praticante, è nato e vive in Ruanda dove, dopo le atrocità della guerra civile, è in atto un processo di giustizia e riconciliazione. “Il mio Paese – dice – sta crescendo. Ora c’è sicurezza, si può lavorare. Papa Francesco ci ha richiamato all’impegno missionario, a essere costruttori di pace”. A Palabeck, grande come Venezia, ma con capanne come case, poca acqua e scarsità di mezzi, la missione si articola in priorità urgenti: provvedere ai mezzi più elementari di sussistenza, dare istruzione, insegnare un lavoro.

“Bisogna tenere in considerazione che il tempo di permanenza nel campo non sarà breve; che nessuno ha intenzione di andare altrove, tanto meno di raggiungere il Mediterraneo, perché il sogno di tutti è ritornare in Sud Sudan; che il 60% dei suoi abitanti sono bambini e giovani sotto i 15 anni, il 35% sono donne e appena il 5% uomini adulti. Per questi motivi, il primo obiettivo è cercare di creare condizioni di vita il più possibile normali”, osserva il missionario salesiano, che lavora con due sacerdoti e altri due volontari. Complessivamente sono 33 le organizzazioni internazionali che operano nel campo, ciascuna su specifici settori d’intervento. Di competenza dei salesiani, per ragioni storiche legate al loro fondatore, sono l’istruzione e la formazione professionale.

Palabeck, da campo profughi a villaggio
“Qui – racconta Twagirayezu– anche se a ogni famiglia, appena arriva, viene consegnato un pezzo di terra, nessuno è in grado di lavorarla, nessuno sa come stare dietro agli animali. Hanno bisogno di tutto. Mi sono sentito toccare il cuore quando li ho visti per la prima volta. Sono lasciati a se stessi”. Uno stato di abbandono dove il tempo sembra sospeso e cresce una generazione che non vede prospettive. “Nel campo sono molte le maternità precoci, con tutti i problemi che si trascinano dietro”.

A giorni dovrebbe aprire la scuola per 600 tra ragazzi e ragazze. Ai corsi tradizionali, come quelli di falegnameria, sartoria, parrucchiera, se ne affiancheranno altri più ambiziosi e avveniristici, come la costruzione di pennelli solari. Lo scopo è rendere il campo un villaggio fatto anche di relazioni sociali. Un villaggio da dove un giorno i suoi abitanti possano uscire mettendo a frutto le abilità acquisite.

Il Sud Sudan, da insieme di tribù a popolo
Uno dei sogni nel cassetto dei salesiani è che “gli studenti migliori, i più meritevoli, possano avere il permesso del governo ugandese di uscire dal campo e accedere alle loro scuole, alle loro università”. Nelle buone pratiche del fare i missionari vedono un modo per aiutare i sud-sudanesi a essere un popolo e non un insieme di quelle che Hubert chiama tribù. “In loro è talmente forte quel legame ancestrale – osserva – che, quando fanno ingresso nel campo profughi e sono destinati alle varie zone, riescono ad intercettare il gruppo, il clan di appartenenza, e lo raggiungono. Stiamo mettendo in atto strategie per farli comunicare, perché imparino a stare insieme, a dialogare”.

Le chiese non bastano a creare la cultura dell’unità. Meglio lo sport, il gioco, il cinema perché “sono luoghi d’incontro dove saltano tutte le appartenenze”. Mentre il Consiglio di sicurezza dell’ Onu ha adottato una risoluzione che protrae di un anno la presenza dei 17.000 caschi blu in Sud Sudan in attesa di chissà quali sviluppi, le basi per un futuro di pace del Paese potrebbero trovarsi proprio in quell’immenso spazio di 400 km² “dove s’impara a essere un popolo”.