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Scisma a Oriente

Russia-Ucraina: la crisi travolge anche la Chiesa ortodossa

11 Dic 2018 - Pietro Mattonai - Pietro Mattonai

La disputa tra Ucraina e Russia non si esaurisce sul campo di battaglia. Il ritorno della Crimea sotto l’autorità di Mosca, la guerra latente nel Donbass, nell’Ucraina orientale – dove i ribelli di Donetsk e Lugansk mirano alla separazione della madre patria – e l’incidente navale dei giorni scorsi nelle acque calde del Mare di Azov sono soltanto alcuni elementi di un sottoinsieme del più grande conflitto tra la prima e la terza ex Repubblica sovietica più grandi per estensione. Certo, quelli che risaltano in maniera più netta e che avvengono davanti agli occhi di tutti.

Dietro le quinte, però, c’è tanto altro. Mosca e Kiev si affrontano in una partita molto delicata che, non meno del conflitto armato, rischia di frammentare il “mondo russo”, progetto tanto culturale quanto politico del Cremlino. Nelle ultime settimane, all’interno della Chiesa ortodossa, si sta consumando uno scisma che in molti hanno paragonato a quello del 1054 tra cattolici e, appunto, ortodossi.

Infatti, il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, primus inter pares del clero d’Oriente, ha deciso di dotare l’Ucraina di una propria Chiesa autonoma, rendendola così indipendente dal patriarcato di Mosca, al quale era subordinata dal 1686. Da qui la decisione di Kirill, patriarca di tutte le Russie, di rompere con Costantinopoli.

Una frattura che, letta in combinato disposto con la crisi ucraina, non può certo essere relegata nell’ambito delle mere questioni di fede.

È una spaccatura geopolitica, che acuisce lo scontro tra Mosca e Kiev e che mette alla prova anche la diplomazia vaticana. Questo perché papa Francesco, da un paio d’anni a questa parte, ha intessuto fitti rapporti con Kirill. I due, nel 2016, hanno firmato lo storico documento che ha sancito il riavvicinamento delle due Chiese sorelle dopo quasi un millennio. Il rischio, per il pontefice, è quello di ritrovarsi con un partner che, se non dimezzato, si è ben presto riscoperto isolato all’interno della comunità mondiale degli ortodossi.

Cristianità e impero: Russia contro Ucraina
Solo perché la ritrattistica presidenziale non lo permette, ciò non significa che non lo si possa immaginare. Il presidente russo Vladimir Putin è imperatore, e ben si vedrebbe raffigurato come tale: con scettro, simbolo del potere terreno, e globo crocigero, segno della legittimazione cristiana. La Chiesa ortodossa è componente fondamentale dell’architettura imperiale della Russia e, allo stesso tempo, testimonianza di quella translatio imperii che fa di Mosca la Terza Roma.

La tradizione ortodossa è, oggi, un fortissimo elemento agglutinante per l’identità russa. Insieme alla lingua e alle radici storiche comuni, la Chiesa ortodossa di Mosca costituisce l’architrave su cui poggia il “mondo russo”.

Concetto, questo, che trascende la conformazione westfaliana dello Stato nazionale e che si rivolge a dimensioni sovranazionali. In quest’ottica, la politica muscolare della Russia in Georgia, nel 2008, e in Ucraina, nel 2014, trova un senso: l’impero non si ferma ai confini tracciati da altri.

Per questo, lo scisma religioso tra Kiev e Mosca è insopportabile per il Cremlino: esso reciderebbe un legame ben più importante di quello dell’integrità territoriale. Questa, per i russi, non è unità di misura affidabile per stabilire la natura imperiale di un sistema politico. La fine della dinastia degli zar e la dissoluzione dell’Unione sovietica non rendono meno impero la Russia. Lo strappo interno alla Chiesa ortodossa, invece, rompe e sconquassa il “mondo russo”, privandolo di uno dei pilastri sui quali si è poggia la millenaria storia del popolo della Rus’.

Dal canto suo, il presidente ucraino Petro Poroshenko vede nel Tomos concesso da Costantinopoli – ovvero nello statuto di autonomia per la Chiesa ortodossa di Kiev – un importante sostegno per la costruzione nazionale del proprio Paese. L’autocefalia del patriarcato di Kiev fa parte, insieme alle modifiche costituzionali a cui si sta sottoponendo l’Ucraina dal 2014 ad oggi, di un vero e proprio cambio posturale dell’ex Repubblica socialista. Cambio necessario per Kiev per potersi approcciare con maggior efficacia alla comunità euroatlantica.

La questione ortodossa letta dal Vaticano
Nel documento congiunto firmato da papa Francesco e dal patriarca Kirill, i due hanno espresso una posizione comune sulla guerra in Ucraina. In particolare, è stato sottoscritto l’impegno delle due Chiese a “non sostenere un ulteriore sviluppo del conflitto”. Lo scisma ortodosso, però, non può che portare a una recrudescenza dello scontro tra Kiev e Mosca. Anche per questo, papa Francesco è abbastanza tiepido sulla nuova Chiesa autocefala in Ucraina.

Sia chiaro: il pontefice ha scelto di non esprimersi, comandando a tutta la diplomazia petrina di seguire il suo esempio. Ciò che è evidente è che l’ennesima frammentazione rende ancor più difficile il raggiungimento del più grande obiettivo geopolitico di Francesco: l’unità cristiana. Un traguardo che lo stesso capo della Chiesa ha sottolineato nella sua visita al Fener di Costantinopoli, cuore del patriarcato, in occasione della festa del patrono sant’Andrea.

Del resto, seppur territorialmente microscopico, il Vaticano è base di un grande impero. Che, come quello russo, trascende la dimensione meramente politica. La diaspora cristiana, sparsa in tutto il mondo, è il vero punto di riferimento della Santa Sede. E la frattura ortodossa non fa che allontanare ancor di più l’orizzonte prospettato da papa Francesco.