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Osservatorio IAI/ISPI

Italia-Francia: la debolezza fa la forza

13 Dic 2018 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Francia e Italia stanno sperimentando grandi mutamenti politici interni che influiscono sulla loro politica internazionale e sui rapporti reciproci. In questi due Paesi sono oggi al governo forze politiche “nuove”, che non esistevano quando, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, venne ridisegnato il quadro costituzionale dei due Stati e si consolidò, con l’attiva partecipazione di Parigi e Roma, l’attuale quadro di riferimento internazionale, incluse l’Alleanza atlantica e l’Unione europea. Queste formazioni politiche non hanno vissuto la Guerra Fredda, la distensione, il crollo del blocco comunista e la frammentazione dell’Unione sovietica, né hanno partecipato alle grandi scelte del processo di integrazione europea. Basti pensare al lungo e faticoso processo, che vide fortemente impegnati, spesso su fronti opposti, i governi dei due Paesi, e che portò all’ingresso del Regno Unito nelle istituzioni europee: eppure queste “nuove” forze politiche sono oggi impegnate a gestire l’opposto processo della Brexit.

È in questo contesto di profonda trasformazione interna e internazionale che deve precisarsi la natura dei futuri rapporti franco-italiani. Non è una questione secondaria. È difficile immaginare l’Italia senza la Francia, o viceversa. In oltre duemila anni di storia i rapporti tra queste due realtà, ben da prima che esistesse uno Stato francese o l’ancora più tardo Stato italiano, sono stati strettissimi e hanno sperimentato ogni sorta di alto e basso, di dare e avere. Oggi entrambe devono ridefinire i loro ruoli in Europa e nel mondo, le loro alleanze privilegiate, le loro priorità. Il rischio è che si indirizzino verso opposte direzioni, indebolendosi reciprocamente.

Italia isolata fra gli alleati 
Il punto di vista italiano è ancora piuttosto indefinito: gli orientamenti delle forze politiche attualmente al governo non sembrano pienamente coerenti tra loro e la forte tendenza neo-sovranista vede nei Paesi euroscettici del Gruppo di Viségrad e nell’Austria i suoi alleati naturali. D’altro canto, la volontà di rilanciare alla svelta la crescita economica e di allargare le coperture dello stato sociale spinge altre componenti della maggioranza ad uno scontro con il consenso di politica economica prevalente in Europa, marginalizzando l’Italia nell’Unione e delineando il rischio di un duro contenzioso. Il paradosso è che i potenziali alleati euroscettici non si schierano affatto a difesa dell’Italia, ma appoggiano piuttosto il consenso economico europeo, lasciando il nostro Paese in una posizione di isolamento e sostanziale debolezza.

Altrettanto incerto, nei suoi sviluppi futuri, è il tentativo italiano di compensare questo suo isolamento europeo puntando a più stretti rapporti con Washington, grazie ad una certa consonanza ideologica fra il presidente Donald Trump e le forze neo-sovraniste. A questo tentativo si affianca, da parte italiana, la speranza di un recupero di rapporti economici privilegiati con la Russia (oggi ostacolati dal regime delle sanzioni) e la ricerca di più intense relazioni commerciali con la Cina. Nel frattempo, però, i rapporti tra gli Usa da un lato e la Russia e la Cina dall’altro stanno rapidamente peggiorando, sia in campo politico-strategico che commerciale. È difficile immaginare che l’Italia, isolata in Europa, possa facilmente operare in un contesto conflittuale senza dover rinunciare alle sue ambizioni.

Per la Francia l’ambizione non è sufficiente
La Francia, dal canto suo, ha impostato un’ambiziosa politica europea che però, malgrado l’appoggio delle istituzioni europee, non ha raccolto sinora sufficienti consensi tra i Paesi membri. Soprattutto è mancata l’essenziale partnership con la Germania, indebolita da una grave crisi politica interna, da un pessimo rapporto con l’alleato americano e dalla difficoltà di contenere le iniziative destabilizzanti della Russia in Europa. Si delinea così il rischio che tutto ciò favorisca nuovi mutamenti politici a Parigi, capaci di portare al governo del Paese le forze della destra anti europea. Se ciò avvenisse, paradossalmente, Francia e Italia potrebbero apparire più vicine politicamente ed alleate, quanto meno in Europa, ma anche più isolate sul piano internazionale perché prive di quella copertura europea che sino ad allora aveva agito da moltiplicatore della loro influenza internazionale.

Se questo, a grandissime linee, è lo scenario di riferimento degli attuali e futuri rapporti franco-italiani, esso sembra suggerire la massima prudenza e forse anche una maggiore modestia. Dopotutto Francia e Italia rimangono strettamente integrate sul piano industriale ed economico, e hanno interessi di fondo in larga misura convergenti sull’urgenza di favorire un maggiore sviluppo economico, salvaguardare lo stato sociale, proteggersi dai rischi insiti nel processo di globalizzazione (primo tra tutti il terrorismo), recuperare margini di concorrenzialità e mantenere fermo il quadro della sicurezza europea. A questi fini, è certamente utile mantenere e rafforzare l’Ue, nella misura in cui ciò può contenere la frammentazione continentale e ridurre il gioco delle influenze esterne sugli stati membri. Ma è anche necessario accrescere la reattività e la flessibilità del sistema europeo, per adeguarlo alla complessità delle nuove sfide economiche, tecnologiche e politiche, e per mantenere il consenso politico interno.

Fare delle debolezze un punto di convergenza
Una maggiore intesa e cooperazione franco-italiana avrebbe il vantaggio di ridurre l’isolamento del nostro Paese, ma anche quello di incoraggiare un atteggiamento più cooperativo da parte della Germania. Ciò sarebbe tanto più produttivo e credibile se non avvenisse sull’onda di una nuova crisi politica interna francese, ma più rapidamente, quando ancora il governo di Parigi ricerca l’accordo con Berlino per nuove iniziative comuni europee.

In una situazione così confusa è soprattutto necessario convincere un piccolo ma influente gruppo di Paesi europei dell’opportunità di lanciare alcune iniziative, formando un nucleo potenzialmente in grado di aggregare altri consensi, e di compensare i difetti europei in materia di prontezza e flessibilità. L’andamento delle molte crisi nell’area mediterranea, e in particolare di quella libica, che massimamente interessa l’Italia, sta dimostrando con chiarezza la fragilità di ogni approccio non convergente tra Francia e Italia. Malgrado le rispettive debolezze, i due Paesi mantengono una sufficiente capacità di interdizione che blocca le rispettive ambizioni, ma non consente interventi risolutivi. Il riconoscimento delle rispettive debolezze è un buon punto di partenza per avviare un processo di convergenza.

Foto di copertina © Muylaert/Action Press via ZUMA Press