IAI
Aumento delle spese per la difesa

Giappone: corsa ad armamenti e addio al pacifismo

27 Dic 2018 - Enrico Bàrranu - Enrico Bàrranu

In un clima di rinnovate tensioni nell’Asia-Pacifico, tra la sfida commerciale Usa-Cina e il sostanziale stallo negoziale tra Usa e Corea del Nord, il Giappone prosegue senza battute d’arresto la politica di potenziamento delle sue forze armate. Diverse fonti legate al Ministero della Difesa hanno confermato l’intenzione dell’esecutivo di incrementare il budget annuale per la difesa. L’aumento sarebbe sostanziale: circa 240 miliardi di dollari nell’arco di cinque anni (l’1,1% in più rispetto all’anno precedente), destinati soprattutto a coprire le spese per armamenti acquistati direttamente dall’alleato americano. A prescindere dall’impegno finanziario, è la natura controversa e politicamente destabilizzante delle decisioni in materia di difesa a suscitare preoccupazioni nei vicini di Tokyo.

Armamenti in Giappone: gli ultimi sviluppi
La prima di queste preoccupazioni è il sistema di difesa antimissile Aegis Ashore, il cui sviluppo procede senza intoppi nonostante qualche opposizione interna e per cui il nuovo budget prevede spese ingenti nel 2019. La decisione di adottare il sistema nel dicembre 2017 causò una dura reazione della Cina e, per la prima volta nella storia dello sviluppo della politica antimissile giapponese, anche della Russia. Non vi è da stupirsi, dato che le estese capacità e l’inter-operabilità del sistema con i partner americani e sudcoreani mettono a repentaglio l’equilibrio di deterrenza nella regione.

La seconda e forse ancor più controversa decisione riguarda il tanto discusso programma F-35. Recentemente è trapelata la notizia che Tokyo acquisterà 100 di questi velivoli. Il numero è considerevole, tuttavia in parte necessario al rimpiazzo di circa la metà del parco F-15, non più idoneo all’ammodernamento. Non vi è ancora la conferma ufficiale, ma il ministro della Difesa Takeshi Iwaya ha da poco lasciato intendere che l’F-35B costituirebbe un “ottimo candidato” a tale scopo. Fin qui niente di strano; il problema è che la variante B degli F-35 è a decollo verticale e ciò significa che potrebbero essere imbarcati sulle due porta-elicotteri Izumo, trasformandole di fatto in portaerei. Pochi giorni fa lo stesso Iwaya ha confermato l’intenzione di modificare le Izumo per consentire il decollo verticale degli F-35B, seguendo la tendenza a garantire nuova flessibilità operativa offerta da velivoli imbarcati sulla marina nazionale.

Il dibattito interno sulla difesa
La notizia conferma il trend di riarmo e nuovo bellicismo nel Paese del Sol Levante. L’attuale amministrazione è stata e continua a essere responsabile di una rinnovata attenzione verso la politica di difesa, sia qualitativamente che quantitativamente. Il dibattito interno al Giappone sull’acquisizione di armamenti prettamente offensivi oscilla sempre fra necessità strategiche e obblighi morali e costituzionali. Da una parte il Paese ha bisogno di tenere il passo con i recenti sforzi di ammodernamento di Cina e Russia e di rispondere adeguatamente alla minaccia missilistica rappresentata dai considerevoli arsenali di Pechino e Pyongyang. Dall’altra vi è la natura pacifista e difensiva delle forze armate giapponesi, sancita dalla costituzione e sostenuta con forza da buona parte del Paese.

Se da un lato l’Aegis Ashore rappresenta un sistema prettamente difensivo, è anche vero che comporta il peggioramento dei rapporti con le due potenze nucleari rivali degli Stati Uniti nella regione, Paesi verso i quali il sistema non è ufficialmente diretto. Anche per questa ragione una parte consistente del panorama politico giapponese ha proposto l’incremento delle capacità offensive convenzionali attraverso l’acquisizione di veri e propri arsenali di missili balistici. Il governo ha optato infine per il sistema Aegis, ma la possibile adozione del programma F-35B e la conversione delle Izumo potrebbe di nuovo mettere in discussione (forse definitivamente) la natura difensiva delle forze armate giapponesi. Per questa ragione Iwaya si è affrettato a calmare le acque, assicurando che in alcun modo tali cambiamenti conferiranno alle forze armate reali capacità offensive, ma solo più flessibilità operativa.

Lo scenario regionale
Queste misure, che potrebbero sembrare radicali, vanno contestualizzate nel panorama strategico in cui si trova il Giappone e trovano motivazione in un crescente e rinnovato clima di tensione nell’Asia-Pacifico. La trattativa tra Donald Trump e Kim Jong-un, ammesso che sia mai partita, si è arenata nella solita dinamica sanzioni-minacce da cui gli Stati Uniti non riescono a ottenere niente di più di qualche dichiarazione di intenti.

La Cina prosegue il suo programma di ammodernamento militare, che riguarda soprattutto le capacità antinave e il rafforzamento dell’arsenale missilistico, e mantiene un atteggiamento aggressivo nel Mar Cinese Meridionale. Di un certo interesse è anche la nuova attenzione di Tokyo nei confronti delle operazioni militari russe nell’Asia nordorientale. Il rapporto ufficiale appena pubblicato fa esplicito riferimento alla preoccupazione del Ministero della Difesa per gli sviluppi militari russi nell’area delle Isole Curili, l’arcipelago a nord di Hokkaido conteso tra i due Paesi.

L’atteggiamento del Giappone risponde anche a dinamiche esterne e interne alla sua alleanza con gli Stati Uniti, che lo vede in prima linea come partner regionale e perno fondamentale della proiezione militare americana nella regione. Il Giappone rappresenta anche un partner indispensabile nell’attuale confronto commerciale e politico con la Cina: l’Amministrazione Trump ha già fatto intendere più volte come si aspetti un allineamento dell’alleato sulla questione. A partire dal 2014, il premier Shinzo Abe è riuscito ad allentare parte delle costrizioni legali che limitavano il ruolo attivo di Tokyo in materia di difesa. Con la decisa riconferma nel 2017, il premier punta a un revisione completa dell’articolo 9 – che sancisce il rifiuto della guerra – entro il 2020, per accontentare gli Stati Uniti e assicurare al Giappone un ruolo più indipendente sul piano internazionale. Il percorso di trasformazione non è ancora compiuto, ma è certo che gli ultimi sviluppi si collocano coerentemente in questa strategia, destinata a rafforzare il Giappone come uno degli attori militari più importanti della regione.