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Mentre la Cop24 è in corso a Katowice

Clima: ultima chiamata per politici e cittadini

10 Dic 2018 - Federica Bilancioni - Federica Bilancioni

Il cambiamento del clima sta iniziando a chiederci il conto: dopo anni e anni in cui l’uomo e la politica hanno ignorato le conseguenze delle azioni antropiche sulla natura, stiamo assistendo a una serie di fenomeni atmosferici che coinvolgono fasce sempre più ampie della popolazione mondiale. Un’occasione per rendercene conto è la la Cop24, il vertice sul clima delle Nazioni Unite in corso a Katowice in Polonia per rendere l’accordo di Parigi operativo, definendo cioè le regole per raggiungere gli obiettivi siglati nel 2015.

I primi segnali della catastrofe
Una delle ragioni per cui il cambiamento climatico non è mai stato affrontato in maniera sistemica dalla politica consisteva proprio nel fatto che i suoi effetti non fossero percepiti come immediati. Oggi invece, le cose non sembrano più andare così: solo per citare il caso italiano, nelle ultime settimane si sono verificati fenomeni straordinari quali frane, esondazioni e trombe d’aria in numerose regioni, dal Veneto alla Sicilia.

A livello globale, a fare clamore è stato il monito dell’ultimo Pannello Intergovernativo sul Clima dell’Onu (Ipcc 2018), rilasciato a ottobre in Corea del Sud: nei prossimi 12 anni saranno necessari “cambi rapidi, di ampio respiro e senza precedenti, in tutti gli aspetti della società” per mantenere l’aumento di temperatura globale sotto 1,5 gradi centigradi ed evitare la catastrofe”. Nello stesso mese, un’ulteriore importanza al tema è stata indirettamente data dall’assegnazione del Premio Nobel per l’Economia a Romer e Nordhaus: i due scienziati sono stati premiati per i loro studi sulla interdipendenza reciproca fra le politiche macroeconomiche e il clima.

Ma al di là della scienza e delle pressioni positive che possono partire da organizzazioni intergovernative quali le Nazioni Unite, la gran parte delle misure per combattere il cambiamento del clima può e deve essere sviluppata grazie al contributo dei singoli Stati e dei cittadini. E allora viene da chiedersi: come sta rispondendo la politica nelle varie regioni del mondo?

Il Sud del mondo e il riscaldamento globale
In molti ritengono che la lotta al cambiamento climatico non potrà avvenire senza il contributo fondamentale di Africa e Asia, con i fattori dell’aumento demografico e dei flussi migratori annessi ai dissesti ecologici. Come sta dimostrando la Cina con alcune politiche ambientali coraggiose, la sfida consiste nel trovare un modello di sviluppo differente da quello perseguito dai Paesi occidentali fino ad ora.

Dall’altra parte del globo, il neoeletto presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, ha esplicitamente dichiarato di voler uscire dall’Accordo di Parigi e di voler deforestare l’Amazzonia, fra i più grandi polmoni verdi della Terra, al fine di favorire la costruzione di una grande autostrada, di nuovi scavi minerari e di lasciare campo libero al land-grabbing (accaparramento di terra).

Gli Stati Uniti e il Green New Deal
In Nord America, possiamo invece osservare l’emergente interesse verso la questione ecologica. Da una parte rimane il grande ostacolo costituito da Donald Trump: in occasione dei devastanti effetti dell’uragano Michael sulla Florida, il presidente degli Stati Uniti ha finalmente ammesso l’esistenza del cambiamento climatico, ma ha poi posto in dubbio che il fenomeno sia correlato all’azione dell’uomo.

D’altra parte, però, le elezioni di midterm tenutesi il 6 novembre scorso hanno mostrato il nuovo volto ecologista-progressista che potrebbe assumere il partito democratico in vista delle elezioni nel 2020. Alexandria Ocasio-Cortez, la 29enne di origine portoricana che ha conquistato le prime pagine di tutto il mondo per essere diventata il più giovane deputato nella storia del Congresso, ha contagiato migliaia di elettori proponendo un ‘Green New Deal’, sulla falsa riga del massiccio programma statale messo in piedi dal presidente Roosevelt negli Anni Trenta del secolo scorso.

Citando il suo sito, il nuovo progetto prevedrebbe una “trasformazione che attua cambiamenti strutturali nel sistema politico e finanziario al fine di alterare la traiettoria dell’ambiente” e di “favorire la transizione dell’intero sistema americano alle energie rinnovabili entro il 2035”.

L’Europa: dai Verdi tedeschi ai “giallo-verdi” italiani
Cosa possiamo dire del continente europeo? Un dato rilevante in materia ambientale proviene senza dubbio dalle scorse elezioni in alcuni Land tedeschi (Baviera e Assia), dove i partiti di maggioranza del governo federale hanno perso terreno a favore dei Verdi. Questi ultimi sono da monitorare per la dimensione pan-europea che potrebbero assumere in vista delle elezioni continentali a maggio 2019. Infatti, il loro programma recita chiaro: “l’egoismo nazionale è miope e fallisce”, serve una “politica di solidarietà” promossa dall’Ue.

In Italia, invece, Matteo Salvini, uomo di punta del governo giallo-verde, ha commentato i disastri delle scorse settimane come conseguenze dell’ ‘ambientalismo da salotto’, così liquidando un eventuale piano nazionale di prevenzione ambientale che affronterebbe i problemi alla radice, come ad esempio il dissesto idrogeologico. Non da meno sono le politiche perseguite dall’altro partito al potere, il Movimento Cinque Stelle, che pure aveva fatto della questione ecologica uno dei suoi cavalli di battaglia. Beppe Grillo ha aperto uno dei suoi ultimi spettacoli con questa battuta: “Cambiamenti climatici? Non credeteci. Ho visto le foto del Bellunese, alberi caduti tutti uguali, pareva l’Ikea”. Una battuta certo, ma che dimostra il livello di serietà con cui si sta affrontando la questione qui da noi.

Necessario il contributo di partiti e cittadini
Non bisogna dimenticare però, che anche l’Italia disporrebbe di un programma di ristrutturazione del sistema nazionale in chiave ambientale. Enrico Giovannini, fondatore dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile ed ex ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, ha sviluppato un piano per creare adattamento al cambiamento climatico nel breve e lungo termine, tenendo come riferimento l’Agenda 2030 approvata dall’Onu.

Ora che molti di noi stanno sperimentando il cambiamento climatico sulla propria pelle, è forse giunto il momento in cui il voto dal basso debba essere usato per spronare i partiti a inserire la tematica ambientale fra le priorità di programma. La politica può mettere in moto circuiti virtuosi, ma la società civile può accelerare il processo sostenendo chi vuole agire per il pianeta. E chi vuole farlo ora, non fra 12 anni quando la catastrofe sarà inevitabile.