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Assise Federazione chiese evangeliche

Chiese e politica: giustizia e solidarietà palestre ecumeniche

10 Dic 2018 - Emmanuela Banfo - Emmanuela Banfo

“Vediamo prevalere i toni della rissa costante, della delegittimazione degli avversari e, talora, anche di campagne d’odio amplificate dai media. In questo trionfo della prevaricazione e della manipolazione, la vera e grande sconfitta non  soltanto l’etica del linguaggio e del confronto, ma anche la verità”: la prima Assise della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, svoltasi il mese scorso a Pomezia, ha iniziato con queste parole il documento di fine lavori “Gli evangelici nello spazio pubblico”.

“Un bel documento – lo ha definito il presidente, rieletto, Luca Maria Negro – che mette dei paletti alla deriva populista, sovranista e xenofoba a cui stiamo assistendo”. Se c’è un momento in cui protestantesimo e cattolicesimo in Italia uniscono le loro voci su alcuni grandi temi d’attualità, è proprio questo. Temi quali l’accoglienza degli immigrati, la condanna del razzismo e dell’islamofobia, l’attenzione da porre alle tensioni sociali derivanti da vecchie e nuove povertà, la tutela dell’ambiente, trovano ampia condivisione che, nella prassi più che nella dottrina, uniscono il mondo cristiano.

I lavori degli stati generali delle chiese evangeliche
Gli stati generali che hanno riunito 150 delegati rappresentativi di chiese valdesi, metodiste, luterane, battiste, della chiesa apostolica, dell’Esercito della salvezza, di alcune chiese libere, consegnano all’opinione pubblica un documento di forte caratterizzazione evangelica. Quella che apparentemente può apparire come contraddizione per una chiesa è l’ impegno politico-sociale quale derivato della missione cristiana: il ruolo profetico delle chiese  sta nel denunciare le ingiustizie.

Luca Negro ha fatto un riferimento biblico preciso: la parabola del giudice iniquo del Vangelo di Luca. La vedova che insiste nel chiedere giustizia, in maniera petulante, instancabile, diventa oggi l’ esempio da seguire. Ed è da questi presupposti che in Italia, lentamente, a piccoli passi, ma si sta profilando un’ unità dei cristiani che va oltre le teologie complesse.

In questo senso il pastore Olav Fykse Tveit, segretario generale del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec), prendendo lo spunto dai corridoi umanitari, ha indicato l’ Italia “come il luogo in cui, malgrado lo squilibrio numerico tra la chiesa cattolica di maggioranza e le minoranze protestanti è nata una straordinaria pratica ecumenica da prendere a modello”.

Chiesa/Stato, non c’è più un solo Cesare
Ciò di cui poco si parla poco, però, quando s’affronta il rapporto chiesa-stato, religione  e politica, è come oggi non ci sia più un solo Cesare. Oggi gli interlocutori sono molteplici. E’ passata l’epoca dei profeti quando era chiaro (ma lo è stato fino a non molto tempo fa) chi comandava, chi aveva in mano le leve del potere. Come scrive bene Giuseppe Dalla Torre in un suo libro,  il processo di destrutturazione delle istituzioni pubbliche tradizionali ha portato a una moltiplicazione dei poteri.

Il profeta Geremia si confrontava con re Sedechia, Gesù di Nazareth con l’impero romano tramite Pilato, ora sarebbe riduttivo e miope pensare di interloquire solo con Salvini e Di Maio. Ci sono i poteri economici, scientifico-tecnologici, mass-mediali, forse meno visibili, ma non meno potenti, anzi. Detto ciò, in Occidente le chiese si svuotano e la sensazione generale è sempre più quella di essere di fronte a pecore smarrite.

Pastori e sacerdoti lo sanno e sanno anche che per costruire un’ Europa “della solidarietà e dei diritti” – come è stato più volte sottolineato durante l’assise protestante  – occorre che questa Europa si rinnovi: “L’ Europa va’ cambiata – afferma il pastore Negro  – e le chiese hanno un ruolo importante, sono strategiche perché capaci di creare quelle reti sovranazionali che i politici fanno fatica a realizzare”.

Fermenti all’Est e nell’Islam
C’è poi il fronte dell’ Est europeo col quale, prima o dopo, anche le chiese cristiane del vecchio continente dovranno fare i conti. Sul terreno dei diritti (ampie sono le divergenze quando si entra nei contenuti) e sul terreno più specificatamente religioso attinente a letture della Bibbia discriminanti, divisive. La voce decisa, perentoria, di papa Francesco, che dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca ha avuto il coraggio di gridare al mondo “una persona che pensa solo a fare muri e non ponti non è cristiana”, esprime bene come le visioni che differenziano il cristianesimo siano visioni profondamente attinenti l’interpretazione biblica.

E’, in questo senso significativo, che all’interno dell’islamismo si stia sviluppando una corrente di pensiero che coniuga la promozione della tolleranza e del rispetto tra i diversi con la legittimità di rileggere il Corano alla luce del XXI secolo. Ma per ogni tipo di chiesa la rilevanza politico culturale non è affatto sufficiente per sopravvivere. Forse nasce da qui l’appello, venuto dagli stati generali del protestantesimo, che bisogna ritrovare la spiritualità. Non per un ritorno al vecchio pietismo, che pur ha avuto i suoi meriti, ma per dare anima a una testimonianza che, se resta tutta sociale, tutta politica, non si distingue da altre espressioni organizzate nell’ambito civile. La fede, dunque, è alla ricerca di nuovi linguaggi.