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Verso le elezioni di maggio

Ue: Spitzenkandidat e futuro tra democratizzazione e incertezza

8 Nov 2018 - Serena Rosadini - Serena Rosadini

Oggi a Helsinki il congresso del Partito popolare europeo (Ppe) ha scelto Manfred Weber come candidato alla presidenza della Commissione europea – spitzenkandidat – in vista delle elezioni europee 2019 e del rinnovo delle Istituzioni Ue.

Il clima politico da campagna elettorale sembra non avere più fine in Italia. Le elezioni politiche del 4 marzo hanno portato a uno stallo istituzionale di mesi prima di riuscire a trovare un governo, che ogni giorno fa discutere e sembra in equilibrio su un filo sottile. Non c’è stato tempo di respirare che già erano iniziate le campagne per le elezioni regionali e provinciali; e ora si mantiene alta l’attenzione sulle prossime elezioni importanti e di livello internazionali, le europee di fine maggio 2019. Il 18 ottobre, il leader della Lega, vice-premier e ministro dell’Interno Matteo Salvini,  ha prospettato una sua candidatura come Spitzenkandidat alla presidenza della Commissione europea. L’attualità del tema rende opportuno un ripasso del meccanismo e dell’importanza che c’è dietro a questa tornata elettorale da un punto di vista politico, sociale e istituzionale.

Il deficit democratico
Da quando nel 1992 il Trattato di Maastricht ha allargato notevolmente le competenze della Comunità europea (divenuta Unione europea), si è cominciato a parlare della scarsa democraticità del sistema decisionale europeo. Solo uno dei quattro organi principali è eletto direttamente, ma è anche il più debole per poteri e inclusione, il Parlamento europeo: i suoi membri sono eletti ogni 5 anni con elezioni sovranazionali condotte su base nazionale e con un sistema proporzionale.

Il Parlamento europeo è l’esperimento di democrazia transnazionale più completo e avanzato al mondo. Dal 1979 – anno delle prime elezioni dirette -, le sue competenze e i suoi poteri sono aumentati. Ciononostante, le decisioni maggiori dell’Ue dipendono dal Consiglio europeo, dal Consiglio dell’Unione e dalla Commissione europea, con l’allegato arcipelago di organismi e agenzie specializzate.

Né la Commissione né gli altri apparati sono eletti democraticamente e il ruolo delle principali istituzioni europee è percepito come tecnocratico e mancante di trasparenza, difficile da comprendere e poco coinvolgente. Gli elettori non si ritrovano nella tecnocrazia di Bruxelles, nel modo di interagire diplomatico e lontano dalla loro realtà quotidiana; e conseguentemente perdono interesse. Nonostante sulla carta l’Unione europea soddisfi molti dei requisiti democratici, la percezione nella società (che in fin dei conti è la cosa che importa di più in politica) è quella di un sistema illegittimo ed elitario.

La scarsa conoscenza del funzionamento del sistema e il basso interesse negli affari europei sono causati da – e allo stesso tempo causano – l’apatia e lo scetticismo con i quali sono visti. Come in una spirale negativa, meno le persone si interessano e conoscono l’Ue, meno la percepiscono come vicina e democraticamente legittima. Non è certo una coincidenza che il tasso di partecipazione alle elezioni europee cali tornata dopo tornata, al punto da farle definire elezioni di second’ordine nonostante la loro importanza e la pervasività delle decisioni prese a livello europeo sulla vita quotidiana degli elettori in un’immensa quantità di tematiche.

Inoltre va notato che la partecipazione più alta si registra nei Paesi che ospitano le principali istituzioni europee e che sono quindi in più diretto contatto con le loro dinamiche: in Belgio l’affluenza è sempre stata oltre il 90%, ben sopra della media europea, che comunque ha subito un tracollo a partire dagli Anni Novanta (dal 58,41% del 1989 al 49,51 del 1999).

Possibili contromisure
Negli ultimi vent’anni, l’Ue ha cercato ‘ integrare procedure e meccanismi per rendere i processi elettorali e decisionali più trasparenti, efficaci e corrispondenti alle richieste dei cittadini europei, superando così la percezione di deficit democratico, ormai terribilmente diffusa nel tessuto sociale. Il rafforzamento delle competenze del Parlamento europeo, che gode di un potere co-legislativo con il Consiglio, e l’introduzione della partecipazione diretta dei cittadini attraverso la procedura di iniziativa individuale sono alcune delle innovazioni pensate per rilanciare il legame con la popolazione e l’attenzione di questa per gli affari europei. Anche i Parlamenti nazionali sono stati coinvolti di più nel processo decisionale.

Ma la più grande, sebbene complessa, novità è la procedura del cosiddetto Spitzenkandidat, dal tedesco Spitz (tradotto: vertice, punta). È un passo verso la parlamentarizzazione e la democratizzazione del sistema politico europeo: ogni famiglia politica europea indica un candidato alla presidenza della Commissione europea dopo l’elezione del Parlamento europeo.

Considerando i risultati delle elezioni parlamentari e una volta identificata una maggioranza, il Consiglio proporrà al Parlamento un nome per la presidenza della Commissione, tenendo conto che il Parlamento dovrà appoggiare la scelta perché questa sia valida ed effettiva, come stabilito dall’Articolo 17 del Trattato di Lisbona. Il Consiglio sceglierà probabilmente proprio lo Spitzenkandidat del partito di maggioranza, dando una nota di democraticità al processo di selezione del presidente della Commissione e quindi, indirettamente, della Commissione stessa.

La procedura dello Spitzenkandidat contribuisce alla personificazione e identificazione del voto degli elettori, il che avvicina sicuramente la percezione dell’organo parlamentare e, in via minore e indiretta, della Commissione. È stata messa in pratica per la prima volta con le elezioni del 2014, quando i candidati dei maggiori partiti europei si sono affrontati anche in dibattiti pubblici, che hanno però avuto poca visibilità.

Democratizzazione: è davvero necessaria?
È presto per dire se l’introduzione dello Spitzenkandidat e le altre iniziative siano state efficaci, ma ci si può chiedere se sia davvero necessaria una democratizzazione dell’Ue: molte delle decisioni prese a livello europeo mirano a trovare quello che in termini economici si chiama ottimizzazione di Pareto, ovvero la migliore combinazione di costi-benefici. Questo richiede un notevole livello di expertise e conoscenza dell’ambito decisionale, il che porta inevitabilmente a un trade-off tra efficienza e legittimità: le competenze dell’Ue sono talmente vaste che sarebbe impossibile selezionare democraticamente esperti e dirigenti per ogni area. Ci si deve affidare alle competenze e al giudizio di organi e di individui dei quali probabilmente gli elettori non conosceranno neanche l’esistenza, ma che sanno il fatto loro, per così dire.

Il rischio è che per superare il deficit elitario si cada in un deficit populista, nel quale i rappresentanti politici sono portati dalla volontà dell’elettorato ad agire contro l’interesse generale di lungo termine. Questo rischio diventa reale se guardiamo all’andamento delle elezioni nazionali in Europa: partiti populisti ed euroscettici stanno avendo un boom in molti Paesi europei, con Italia, Ungheria e Polonia in testa. Questo trend si rifletterà ovviamente nelle elezioni di maggio. Probabilmente darà una svolta attesa, ma imprevedibile per natura e che proietta già un’ombra di oscurità e incertezza sul futuro dell’Unione: la democrazia sarà l’inizio della fine del sogno europeo?