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Crisi partiti e ruolo comunicazione

Ue: due nuove sfide per la politica internazionale

25 Nov 2018 - Matteo Scotto - Matteo Scotto

La comunicazione è da sempre anima della politica. Mai, fin dai tempi antichi, fu possibile distinguere tali concetti. Cos’è la retorica, massima arte di persuasione e linfa vitale dell’agire politico, se non comunicazione? Oggi cambiano gli strumenti, in grado ormai di raggiungere direttamente una parte della popolazione mai così ampia. Per tali motivi verrebbe da pensare che viviamo non nella crisi della democrazia, come formulato da molti, bensì nella sua espressione massima, con un altissimo potenziale di partecipazione e tuttavia entro strutture che tendono a polverizzare i corpi intermedi di rappresentanza.

Cambiamenti radicali che hanno mutato tanto la politica nazionale quanto quella internazionale, con conseguenze sostanziali nel complesso sistema di alleanze tra gli Stati che costituiscono l’Unione europea. In particolare, alla luce dei nuovi assetti delle nostre democrazie, vi sono due rilevanti sfide che i rapporti bi, tri o multilaterali nell’Ue si trovano oggi ad affrontare.

La crisi dei partiti tradizionali
La prima è la crisi dei partiti tradizionali, che per predisposizione storica e culturale erano dotati di un’organizzazione in grado di tessere rapporti internazionali con alleati affini per ideali e finalità politiche. Fu proprio la compattezza di questi rapporti che diede vita a un’idea condivisa di integrazione europea: le convinzioni di matrice cristiano democratica dei padri fondatori dell’Unione – Adenauer, De Gasperi, Schuman – sono la più autorevole prova dell’efficacia del legame politico nel tessuto internazionale.

Ad oggi non v’è quasi più traccia di tale vitalità, con una frammentazione e una fiacchezza partitica che rende difficile trovare e ricalibrare nuove convergenze. Alle istituzioni e alle burocrazie, che operano nel quotidiano per implementare le prerogative democratiche, arrivano sempre meno stimoli per operare in una direzione piuttosto che nell’altra, non potendo così far altro che preservare lo status quo e conservare quel che ancora resta di buono dell’eredità politica novecentesca.

Il ruolo della comunicazione
L’altra sfida riguarda proprio il ruolo della comunicazione nella sua nuova veste di catalizzatore politico, per la prima volta in fase di collaudo su scala europea. Anzitutto va registrato come negli ultimi anni le opinioni pubbliche in Europa abbiano giocato un ruolo sempre maggiore nel processo di costruzione europea, anche grazie a una crescita dell’interesse reciproco per le rispettive società. Basti pensare quanto siano ormai dibattuti nei media gli avvenimenti politici in altri Stati membri dell’Unione, con la chiara percezione di come essi possano scatenare effetti a catena nelle varie capitali europee.

Difficile dire se si possa parlare della nascita di una vera opinione pubblica europea, mancando ancora molti degli strumenti utili a misurarne la consistenza. Eppure, vi è la netta sensazione che in Europa stiano maturando istanze collettive d’espressione, seppur ancora flebili e geograficamente frazionate.

Le relazioni internazionali assoggettate alla frenesia comunicativa
Le relazioni internazionali, da sempre relegate per buona parte negli affari istituzionali e di governo, si trovano così assoggettate alla frenesia comunicativa della politica attuale, in grado di alimentare cambi repentini di opinione di cui le istituzioni faticano a tenere il passo. Da un lato vi è dunque la consapevolezza di non dover soggiacere a strategie politiche a breve termine che poco si confanno al lento processo sedimentario dei rapporti tra Stati. Cionondimeno, vi è al contempo la convinzione che, nel rinnovato contesto europeo di interdipendenza, sia ugualmente importante un maggiore coinvolgimento delle società civili e delle opinioni pubbliche, da cui ogni iniziativa istituzionale non può più prescindere.

Il risultato è un deficit di percezione tra la realtà dei fatti e la realtà rappresentata dei rapporti tra Paesi, con la comunicazione politica impegnata, non senza conseguenze, a capitalizzare a proprio vantaggio le naturali divergenze culturali in Europa, dipingendo scenari spesso lontani dall’effettivo stato delle cose.

Il deficit della percezione
Il caso delle relazioni tra Italia e Germania è in tal senso emblematico. Da un lato vi è una palese forzatura comunicativa negativa, che si risolve spesso in titoli di giornale azzardati fomentati da un discorso politico – più sul fronte italiano che tedesco – poco responsabile. Dall’altro Italia e Germania restano comunque due Paesi con una naturale complementarità e propensione alla collaborazione, che dall’economia alla cultura presenta risultati tangibili e indispensabili al legame europeo.

Resta da capire come si evolverà tale quadro, in un’Unione europea oggi affrettata a recuperare un legame con i propri cittadini per troppo tempo trascurato, e che tuttavia rappresenta la giusta chiave per un risvolto positivo dell’integrazione.