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Tra federalismi e sovranismi

Ue: riforma dell’Unione, dalle parole ai fatti

4 Nov 2018 - Giovan Battista Verderame - Giovan Battista Verderame

Tutti ormai parlano oggi in Italia della necessità di “riformare l’Europa”. Praticamente tutte le forze politiche ne hanno fatto una bandiera. Quelle governative, in particolare, agitano la riforma “contro venti e maree” (e mai come in questi giorni l’espressione appare appropriata). Intendiamoci: nessuno nega che molti aspetti della costruzione europea debbano essere migliorati e alcuni anche profondamente riformati. Ma, come sempre, il diavolo sta nei dettagli. E in questo caso i dettagli si annidano nel passaggio dalle parole d’ordine ai fatti concreti. Ed allora, cerchiamo di vederne quelli più importanti.

Una riforma in profondità a breve termine irrealistica
Cominciamo dal principio. La costruzione europea è la conseguenza della volontà degli Stati che l’hanno disegnata e realizzata nell’arco di ormai sessant’anni. Almeno nella sua struttura fondante, non si cambia per la volontà politica di alcuni, ma per quella di tutti. E tutti oggi significa in Europa 27 Stati e 27 Parlamenti. Il processo di riforma dei Trattati ha sperimentato con il tempo miglioramenti che lo hanno reso relativamente più aperto e rappresentativo, ma resta pur sempre fondato sul meccanismo delle Conferenze intergovernative e delle successive ratifiche parlamentari.

Ciò significa che qualsiasi progetto di riforma dell’Europa deve essere confrontato con le idee altrui, in un processo nel quale il risultato finale è sempre più o meno diverso dalle aspettative iniziali. Ed è difficile pensare che 27 Paesi europei, che hanno sin qui espresso sistemi ed equilibri politici diversi, possano improvvisamente dare vita a maggioranze parlamentari e governative tutte convergenti verso la stessa visione del futuro dell’Europa. Ne deriva che, almeno per il tempo prevedibile, la prospettiva di una riforma in profondità dei Trattati appare irrealistica.

Certo, si può sempre lavorare con l’intento di creare alleanze quanto più estese possibili fondate su presupposti comuni. Il discorso, pur prevalentemente teorico per le ragioni viste sopra, si sposta allora sui presupposti.

Due strade per una riforma
Da questo punto di vista, ci sono due strade per la riforma dell’Europa. La prima sarebbe quella di approfondire l’integrazione, in modo da avvicinare il più possibile, nelle materie delegate alla gestione unitaria, la struttura dell’Unione a quella di una federazione dotata di un governo (la Commissione), di due Assemblee legislative (il Parlamento europeo e il Consiglio dei Ministri) e di una presidenza politica collegiale ( il Consiglio europeo).

L’altra strada sarebbe quella ‘sovranista’. Il sovranismo può essere declinato in modi diversi, ma la sostanza resta quella della definizione che ne dà la Treccani: “Posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovranazionali e di concertazione”.

Applicata alla lettera, questa “posizione” comporterebbe l’abbandono di ogni processo di integrazione. Ma ammettiamo che possa essercene una declinazione più ‘moderata’: non abbandono, ma inserimento nel sistema di elementi che limitino la dimensione sovranazionale. Allora la domanda è: un sistema del genere renderebbe più facile o più difficile il conseguimento degli obiettivi che ci si propone di raggiungere?

L’euro e la merce rara della solidarietà
Prendiamo l’euro. In estrema sintesi, i problemi della moneta unica derivano dalla mancanza di fiducia fra gli Stati ‘virtuosi’ e quelli accusati di eccessivo lassismo. E mentre i secondi si dibattono nel tentativo di liberarsi dal rigore delle regole o quanto meno di limitarlo, i primi aumentano costantemente il prezzo di una solidarietà sempre più riluttante. E’ successo con la Grecia, e succede con le misure necessarie per il completamento dell’Unione bancaria e per dotare l’eurozona di risorse di bilancio e di strumenti finanziari adeguati.

Alcune recenti prese di posizione di esponenti di movimenti sovranisti europei molto critiche delle decisioni del governo italiano in materia di bilancio confermano che la solidarietà è merce rara nelle forze politiche e nei movimenti di opinione europei, a prescindere dalla loro linea. Come si può pensare che, anche se conquistassero una posizione dominante in Europa, quelle forze politiche e quei movimenti di opinione si convertirebbero improvvisamente a una solidarietà che oggi rifiutano?

In regime di moneta unica, quelle forze chiederebbero le stesse garanzie di non dovere pagare per le scelte altrui che chiedono oggi – spesso con durezza eccessiva e immemore dei loro trascorsi – le forze politiche ‘tradizionali’n di molti nostri partner europei. Potrebbero accettare che la Bce si trasformi in prestatore di ultima istanza senza un sistema di regole che garantisca l’osservanza di una effettiva disciplina di bilancio?

La contraddizione dei sovranisti di fronte alle migrazioni
La contraddizione è ancora più evidente in materia migratoria. E’ difficile pensare che, almeno nel breve e medio periodo, i flussi migratori possano essere fermati solo con misure coercitive, che sul mare trovano un limite invalicabile nell’obbligo di salvare le vite in pericolo. Anche le politiche di aiuto allo sviluppo hanno bisogno di tempo per produrre effetti misurabili. Se è vero che centinaia di migliaia di persone premono alle frontiere immediatamente a ridosso della fascia mediterranea del continente africano, si potrà forse limitare i flussi, ma non interromperli del tutto e subito. Il problema della condivisione continuerà a porsi; e se non si è riusciti a risolverlo con le forze politiche tradizionali, si pensi quanto più difficile sarebbe con quelle che pensano solo a tenere i migranti lontani dai loro inaccessibili Paesi.

Se i ‘campioni’ dell’europeismo più o meno tradizionale non sono riusciti a superare gli egoismi nazionali, come potranno farlo le forze politiche che si ispirano al sovranismo? A meno di non ritenere che l’Europa debba ricadere nel baratro dei nazionalismi per poter riprendere – ma a quale costo? – il cammino così pericolosamente interrotto.