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La riforma del mercato unico digitale

Ue: copyright, cosa aspettarsi dopo il voto del Parlamento

15 Nov 2018 - Ilaria Lang - Ilaria Lang

Mancano poco più di sei mesi alle elezioni europee del maggio 2019, che innescheranno il rinnovo delle Istituzioni comunitarie. Ma l’Assemblea, il Consiglio e la Commissione sono ancora lontani dal sciogliere alcuni nodi cruciali che volevano affrontare prima di fine mandato, durante questa legislatura. Uno è la riforma sul diritto d’autore, il copyright: la proposta, presentata dalla Commissione europea nel 2016, è stata oggetto di un voto del Parlamento europeo il 12 settembre, dopo una battuta d’arresto in luglio quando problemi procedurali ed esitazioni politiche avevano indotto a un rinvio.

Con 438 voti a favore, 226 contrari e 39 astenuti, gli europarlamentari hanno approvato le linee negoziali per la fase finale del ‘trilogo’, cioè la trattativa fra le Istituzioni che dovrebbe condurre, entro la primavera, al varo della direttiva.  Gli oppositori considerano la norma “un bavaglio”, cioè un limite alla libertà degli utenti di internet.

I contenuti della proposta
La proposta di riforma persegue essenzialmente lo scopo di tutelare in modo più deciso il diritto d’autore nel mercato unico digitale. L’evoluzione dell’utilizzo del web e delle nuove tecnologie digitali ha infatti reso molto difficile per i creativi di ogni genere vedersi garantite eque retribuzioni per l’utilizzo dei loro lavori online.

Il contenuto del testo ha scatenato diverse polemiche, tanto che nella seduta di luglio, come già accennato, la votazione in Parlamento era slittata. La principale accusa mossa alla proposta di riforma della normativa sul copyright è quella di rappresentare un attacco alla libertà di espressione di cui il web si è sempre fatto promotore. Il dibattito ha coinvolto da una parte le Istituzioni europee e il mondo dell’editoria e dall’altra i cosiddetti giganti del web e tutti coloro favorevoli a un utilizzo meno restrittivo di internet.

Le polemiche sugli articoli 11 e 13
In particolare, gli articoli 11 e 13 del testo normativo sono stati i più discussi. Il primo –definito  “link tax” dai suoi detrattori – stabilisce compensi adeguati agli autori per l’utilizzo del loro lavoro da parte delle piattaforme di condivisione, come YouTube o Facebook, o degli aggregatori di notizie come Google News: in tal modo i giganti del web sarebbero tenuti a remunerare gli autori dei materiali messi a disposizione degli utenti.

Il contenuto dell’articolo 13 è stato invece detto “upload filter”: impone alle grandi piattaforme digitali di “siglare accordi di licenza e cooperazione con i titolari dei diritti” e di verificare che i contenuti caricati dagli utenti non siano coperti da copyright.

La nuova versione del testo ha introdotto alcune modifiche che l’hanno reso accettabile agli occhi degli europarlamentari. Vengono esclusi dall’applicazione delle disposizioni, oltre alle piattaforme d’informazione che non hanno fini commerciali (come Wikipedia), le piccole e micro-imprese del web e i singoli individui. Per quanto riguarda l’articolo 11, i deputati hanno stabilito che la semplice condivisione di collegamenti ipertestuali agli articoli, insieme a parole individuali come descrizione, sarà libera dai vincoli del copyright.

Entusiasta il relatore Alex Voss, eurodeputato tedesco del Partito popolare europeo, che dopo la votazione ha commentato: “Sono molto lieto che, nonostante il forte lobbying dei giganti di internet, la maggioranza dei deputati all’Assemblea di Strasburgo sia ora a favore della necessità di tutelare il principio di una retribuzione equa per i creativi europei”.

Le posizioni del Movimento 5 Stelle e della Lega
Il dibattito sul tema del diritto d’autore è stato molto acceso anche in Italia, e le posizioni dei leader dei due partiti di governo, Movimento 5 Stelle e Lega, sono state fin dall’inizio molto vicine. Luigi Di Maio e Matteo Salvini si sono schierati entrambi contro il voto del Parlamento, definendo la proposta europea lesiva della libertà e dell’indipendenza della rete.

A luglio, prima del voto di rinvio, Salvini aveva espresso la sua contrarietà alla legge: in un  tweet lamentava che lo scopo della direttiva europea fosse quello di “imbavagliare” i cittadini.

Forte la delusione del Movimento 5 Stelle, che si era battuto per eliminaredalla proposta gli articoli 11 e 13. Nelle ore immediatamente successive alla plenaria di settembre, Di Maio in un post su Facebook aveva affermato che, “con la scusa di questa riforma del copyright, il Parlamento europeo ha di fatto legalizzato la censura preventiva” (riferendosi in particolare all’articolo 13), promettendo poi di dare battaglia nelle trattative future.

I toni critici del vice-premier hanno scatenato la replica del presidente del Parlamento, Antonio Tajani, che su twitter ha invitato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a “prendere le distanze dalle dichiarazioni di Di Maio”.

Le prospettive future
Sebbene la proposta di riforma del copyright abbia ottenuto il parere favorevole del Parlamento europeo, la discussione non è ancora chiusa. Il voto di Strasburgo, infatti, ha solo aperto la strada ai negoziati del ‘trilogo’: ora, Consiglio, Commissione e Parlamento sono chiamati a confrontarsi tra di loro e a trovare un accordo in vista dell’adozione finale della direttiva che potrebbe avvenire, nell’ipotesi più ottimista, a gennaio del 2019.

In questa fase delle trattative, il ruolo dei governi nazionali, che sono divisi sul tema, sarà essenziale. Ci si può attendere che l’iter della riforma nel mercato unico digitale debba ancora procedere per vie tortuose. Il rischio è che ulteriori ostacoli possano rendere difficile sottoporre il testo finale al voto del Parlamento prima dell’ultima sessione plenaria utile prima delle elezioni,  quella di aprile.Il che significherebbe che a dover approvare la direttiva sarebbe la nuova Assemblea, che verosimilmente avrà composizione ed equilibri politici diversi dalla attuale.

Da parte italiana, sarà inoltre interessante osservare se Lega e Movimento 5 Stelle riusciranno a definire e a mantenere una posizione comune in sede di negoziati nel Consiglio.