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Testimonianza islamiche e cristiane

Libertà religiosa: chiese e politica, diritto (e dovere) all’impegno

18 Nov 2018 - Emmanuela Banfo - Emmanuela Banfo

Si moltiplicano, nelle ultime settimane, gli appelli per il rispetto della libertà religiosa. Il caso di Asia Bibi, condannata e poi assolta in Pakistan, ma tuttavia in pericolo di vita per il solo fatto di essere cristiana, è la più eclatante, vicenda che s’è imposta all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale.  Il problema non è circoscritto all’ intolleranza dell’Islam radicale (anche le altre religioni ne sono affette quanto trascendono nel fanatismo).

In occasione della recente assemblea nazionale dell’Unione delle chiese battiste italiane (Ucebi) a Montesilvano, Dimitrina Oprenova, vicepresidente dell’Alleanza battista mondiale (Bwa che rappresenta oltre 40 milioni di fedeli), ha puntato i riflettori su Sofia, dov’è in discussione una nuova legge che, in nome della sicurezza,  mette “a serio rischio la sopravvivenza di quasi tutte le chiese”. A restare indenne solo quella ortodossa, che rappresenta l’ 80% dei credenti bulgari.

La testimonianza del patriarca dei Caldei
A mettere al centro del dibattito politico la libertà religiosa è stato anche il patriarca di Babilonia dei Caldei – Baghdad, cardinale Louis Sako, a Torino nei giorni scorsi per parlare di Medio Oriente e destino delle minoranze. Le previsioni più pessimiste degli osservatori parlano di un dimezzamento, entro il 2020, dai 12 milioni attuali della presenza cristiana in Medio Oriente. Un processo non irreversibile visto che “dei 20 mila cristiani che nel 2014 lasciarono in una notte la piana di Ninive, oltre 9 mila hanno fatto ritorno”, ha detto il cardinale.

“La maggioranza dei musulmani – ha affermato Sako– è per la pace, non sono favorevoli al sedicente Stato islamico, l’Isis. Per secoli siamo vissuti insieme. C’è un grande bisogno di riforme, per fare in modo che la gente viva in pace. La religione è una questione personale e la libertà religiosa fa parte della vita dell’uomo. I cittadini devono essere tutti uguali”.

Tuttavia, la religione come scelta personale, che come tale s’inserisce a pieno titolo tra i diritti fondamentali della persona, non significa affatto estraniamento dalla politica. Lo stesso cardinale si è mostrato fiducioso verso il nuovo governo iracheno con 290 nuovi deputati e sei cristiani fra cui un ministro.

Religione e politica, non c’è una linea rossa
Le confessioni religiose sono legittimate a pieno titolo a fare parte degli organi decisionali non solo nei cosiddetti stati teocratici. Nessuno può impedire in Europa la costituzione di un partito d’ispirazione religiosa che si presenti alle elezioni e ottenga una sua rappresentanza in Parlamento. Così è accaduto, per esempio, in Italia. Ma non occorre una forma tanto esplicita di partecipazione alla cosa pubblica perché le chiese giochino un proprio ruolo nell’arena politica.

Il motto cavouriano ‘libera chiesa in libero stato’, sintesi di una visione che scindeva in modo netto i due regni, senza reciproche interferenze, è superato in forza di un’idea di laicità che coinvolge anche le religioni nella ricerca del bene comune. La libertà religiosa, dunque, si trasforma da libertà negativa (libertà dalle costrizioni, dalle discriminazioni, dalle ingerenze) a libertà positiva, ovvero libertà per promuovere il benessere individuale e collettivo.

Quando papa Francesco mette al cuore della sua predicazione la dignità umana o quando le chiese evangeliche, assieme alla comunità di Sant’Egidio, s’impegnano nei corridoi umanitari a favore di ingressi regolari degli immigrati o ancora le chiese battiste finanziano con l’ 8 per mille il progetto Medical Hope che dà ai profughi quell’assistenza medica che viene loro negata nei Paesi dove sono in transito, abbiano l’evidenza della partecipazione delle chiese all’attualità della storia.

Il rischio di una religione laica
D’ altra parte, il legame tra religione e politica è un legame d’origine che s’allenta o si stringe ciclicamente nel corso degli eventi storici. Che il XXI secolo si apra come era della rivoluzione digitale e, insieme, di un risveglio delle chiese alla loro missione politica, non era stato previsto. Nei giorni della canonizzazione di Paolo VI sono state ricordate da più parti le sue parole sulla politica come “la forma più alta di carità”.

I rischi ci sono. Risolvere le chiese nel terzo settore, tra ong o enti assistenziali, approda a quella religione laica che di Dio può fare tranquillamente a meno. Risolvere le chiese in stampelle dello Stato che concede loro parte del gettito fiscale oppure esenzioni o altri benefici, approda di fatto a una sudditanza che contraddice l’unica sovranità a cui, almeno i tre monoteismi, dovrebbero attenersi.

Una sorta di omologazione al mondo che spegne ogni voce alternativa quale dovrebbe essere una vera voce profetica. L’effetto più terra-a terra è che, ad esempio, in Germania molti si dichiarano atei per non ottemperare all’obbligo da parte dei fedeli di versare il loro tributo. Al contrario, però, come dice bene Gerd Baumann, relegare le religioni nella sfera privata, spogliarle di ogni rilevanza (o illudersi di farlo) significa soltanto lasciare al discorso politico tutto lo spazio per riempire le coscienze, e le menti, di forme surrettizie di religione, magari fondate sull’idea di nazione, razza o natura.