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Tra aborto e blasfemia, verso Brexit

Irlanda: i cambiamenti sociali oltre i referendum

18 Nov 2018 - Jessica Ní Mhainín - Jessica Ní Mhainín

Il 26 ottobre scorso, gli irlandesi hanno votato con un margine del 65% per cancellare dalla Costituzione la disposizione che prevedeva la blasfemia come reato. In tutto il mondo, la notizia del referendum è stata riportata come un’ulteriore indicazione dei valori sempre più liberali dell’Irlanda. L’esito è stato paragonato a quello delle consultazioni sull’uguaglianza matrimoniale del 2015 e sulla legalizzazione dell’aborto del maggio scorso, in cui il 62% e il 66% rispettivamente votarono a favore del cambiamento.

Ma in Irlanda, il referendum sulla blasfemia è andato e venuto senza troppe fanfare. Le elezioni presidenziali, che si sono svolte contemporaneamente e attraverso le quali è stato rieletto il poeta e accademico Michael D. Higgins, hanno tenuto banco sugli organi di informazione. I seguiti del referendum sull’aborto di maggio, d’altra parte, continuano a farsi sentire. A sei mesi dal voto, il ben più ampio impatto della campagna – al di là del nuovo testo della Costituzione e dell’imminente legalizzazione dell’interruzione di gravidanza (che dovrebbe entrare in vigore entro gennaio 2019) – è diventato chiaro.

Una campagna di base
Il referendum sull’aborto è stato innescato da un movimento popolare; il governo di Dublino non è stato infatti eletto con la promessa di concedere un voto sull’aborto. Fra gli eventi che hanno spinto l’esecutivo presieduto da Leo Varadkar a indire un referendum un ruolo di primo piano lo ha avuto Strike4Repeal, manifestazione che l’8 marzo 2017 chiese al governo di chiamare gli irlandesi alle urne sotto la minaccia di uno sciopero nazionale.

Un mese dopo, fu chiaro che un referendum sarebbe avrebbe avuto luogo, dopo l’annuncio dei risultati dell’Assemblea dei cittadini (un organo consultivo composto da 99 cittadini scelti a caso e da un presidente), che per il 64% optò per la legalizzazione dell’aborto senza limitazioni fino alle 12 settimane di vita del feto.

Eppure sembrava ancora una battaglia in salita per i sostenitori del sì. Un ex vice primo ministro aveva definito l’Assemblea dei cittadini una “ridicola farsa”; e anche pubblicazioni liberali come l’Irish Times si erano chieste perché “raccomandare un regime di aborto più liberale di quanto il pubblico irlandese sembri volere?”.

Nella notte del referendum, tanto gli elettori del Yes quanto quelli del No si interrogavano cercando di capire come un Paese che 16 anni prima aveva rifiutato per uno strettissimo margine (pari allo 0,4%) di rendere la legislazione sull’aborto più avrebbe potuto ora votare a valanga per legalizzarla. Tuttavia, a far la differenza fra questo referendum sull’aborto e quelli che lo aveva preceduto, è stato il ruolo delle donne irlandesi, di ogni età e provenienza, che avevano deciso di parlare delle proprie esperienze. La natura popolare della campagna ha portato a un rifiuto schiacciante dello status quo.

Nuove dinamiche di genere?
Calmatesi le acque attorno al risultato del referendum, molte delle donne che si erano battute in prima linea nella campagna, si sono rese conto di non voler indietreggiare rispetto all’impegno civico. Avevano acquisito competenze e formato reti attive nella preparazione alle urne. Forti del risultato, diversi partiti politici si sono uniti e molti si sono riuniti per iniziare una nuova campagna elettorale su altre questioni.

Il Partito socialdemocratico, che sostiene un modello nordico di democrazia sociale, è emerso come il più “abrogazionista” fra i partiti politici irlandesi; il 90% degli elettori ha votato a favore della legalizzazione dell’interruzione di gravidanza. Nella settimana successiva al referendum, i socialdemocratici hanno poi annunciato la candidatura di quattro attiviste alle elezioni parlamentari, tutte personalità fortemente coinvolte nella campagna referendaria.

Allo stato attuale, le donne rappresentano circa il 53% del partito, il che non ha precedenti in un sistema politico che ha applicato per la prima volta nel 2016 le quote di genere (richiedendo che il 30% dei candidati siano donne). È probabile che dovremo aspettare fino al 2020 per vedere se un maggior numero di donne si proporrà per le elezioni parlamentari in programma quell’anno.

La situazione nell’Irlanda del Nord
Altri attivisti si sono concentrati sulla legislazione dell’Irlanda del Nord in materia di aborto. La legge britannica del 1967 sull’aborto non si estende all’Irlanda del Nord, che continua ad adottare una politica ben più restrittiva e consentire l’interruzione di gravidanza solo nei casi in cui sussiste il rischio di gravi danni alla salute per la madre. Ciò nonostante il fatto che all’inizio di quest’anno diversi giudici della Corte suprema del Regno Unito abbiano ritenuto la legge sull’aborto dell’Irlanda del Nord incompatibile con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Nel contesto dei negoziati sulla Brexit, il Partito democratico unionista dell’Irlanda del Nord (Dup), forza pro-life che attualmente sostiene il governo conservatore di Theresa May, ribadisce con forza che l’Irlanda del Nord debba essere trattata alla stessa stregua della Gran Bretagna sotto tutti gli aspetti.

I membri del Dup insistono infatti sul fatto che evitare un hard border sull’isola d’Irlanda non debba avvenire a costo di separare la Gran Bretagna dall’Irlanda del Nord con un confine doganale. Tuttavia, il Dup vuole d’altra parte che l’Irlanda del Nord sia trattata diversamente dal resto del Regno Unito nei casi di aborto e matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Nel giugno 2018, il ministro britannico per le donne e le pari opportunità ha minacciato di far intervenire Westminster se l’amministrazione decentrata dell’Irlanda del Nord non avesse riformato le loro leggi sull’aborto. Ma l’Irlanda del Nord non ha un governo da 22 mesi, ed è improbabile che ne venga formato uno presto.

Il 24 ottobre scorso, i deputati di Westminster hanno votato a larga maggioranza a favore dell’intervento nella legislazione dell’Irlanda del Nord sull’aborto, ma sarà difficile per Theresa May accettare una tale decisione, dato che potrebbe aprire una crisi di governo e far cadere il suo esecutivo, in un momento in cui è probabile che i negoziati sulla Brexit facciano tra l’altro lo stesso.

Sia sull’isola che altrove, l’impatto dirompente della campagna irlandese per l’aborto continua a farsi sentire diversi mesi dopo il referendum. Sembra infatti che l’impatto del movimento per i diritti durerà almeno fino alle elezioni parlamentari del 2020 in Irlanda o fino alla legalizzazione dell’aborto in Irlanda del Nord.

Foto di copertina © Xinhua via ZUMA Wire