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Energia e sanzioni

Iraq: Kurdistan, cresce interesse per il petrolio curdo

8 Nov 2018 - Raffaele Perfetto - Raffaele Perfetto

Poco più di un anno fa ho parlato su Affari Internazionali  della relazione tra il referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno (Krg) e il settore oil & gas. Il punto critico del referendum riguardava il controllo della città di Kirkuk, centro primario per la produzione petrolifera in Iraq. La città inizialmente fu liberata dal sedicente Stato islamico, l’Isis, dai Peshmerga curdi, i quali poi dovettero cedere il controllo al governo centrale dopo il voto referendario.

Ai tempi del referendum le esportazioni di petrolio dal Krg erano intorno a circa 600.000 barili al giorno con picchi di 700.000; dopo il voto, si sono praticamente dimezzate. Ad agosto S&P Global Platts stimava circa 445.000 barili esportati, in ripresa rispetto ai 320.000 di luglio.

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Le sanzioni e la caccia al barile

Nell’ottica di trovare fonti alternative al petrolio iraniano, viste le tensioni causate dalle sanzioni Usa, le ultime settimane hanno visto crescere l’interesse per il petrolio curdo. La disputa tra il governo centrale iracheno e quello regionale curdo rientra infatti in uno dei due dossier che, secondo il Wall Street Journal, sono sul tavolo dei consiglieri energetici dell’Amministrazione Trump, al fine di assorbire l’onda d’urto delle mancate forniture di greggio iraniano.

Ci si attende, a seguito delle sanzioni, una fuoriuscita dai mercati di circa 1-1,5 milioni di barili al giorno. Si lavora per evitare shock nelle forniture di greggio sul fronte interno ed esterno. Sul fronte interno, l’inflazione negli Usa è in aumento e con questa le preoccupazioni legate ad un eccessivo surriscaldamento dell’economia e alla gestione dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve. Sul fronte esterno, un’impennata dei prezzi del petrolio potrebbe dare un ulteriore scossone ai mercati globali, messi già a dura prova dalle ‘guerre dei dazi‘ in corso.

La neutral zone e il ruolo della Russia
L’altro dossier a cui lavora l’Amministrazione Trump per trovare barili che sostituiscano quelli iraniani riguarda la cosiddetta neutral zone tra Arabia Saudita e Kuwait. Parliamo di circa 500.000 barili al giorno bloccati tre anni fa, per controversie territoriali e ambientali. Qui è coinvolto il segretario di Stato Usa Mike Pompeo, che alla fine di ottobre ha chiamato direttamente i leader dei due Paesi per avviare il processo di mediazione.

Sul dossier curdo tuttavia l’amministrazione Usa dovrà confrontarsi anche con la Russia. Vediamo perché. Come riportato dal Financial Times, negli ultimi 18 mesi la compagnia petrolifera russa Rosneft ha investito nel settore oil & gas nell’area del Krg circa 3,5 miliardi di dollari. Di questi, 1,8 miliardi sono stati investiti per acquisire il controllo della pipeline di esportazione che porta il greggio curdo alla Turchia, fino al porto della città di Ceyhan, sulle coste del Mar Mediterraneo.

Una leva importante nelle relazioni tra Erbil (la capitale del Krg) e Baghdad, che pone la compagnia russa al centro dei colloqui. Gli investimenti di Rosneft sono stati una manna per il governo semiautonomo del Krg: ricordiamo che prima del referendum e del crollo delle esportazioni di olio curdo, Baghdad reindirizzava verso il Krg il 17% degli introiti generati della vendita del crudo curdo.

Non solo petrolio
Uno studio del 2016 del think thank Oies indicava una potenzialità di esportazione di gas verso il territorio turco di circa 10 miliardi di metri cubi (bcm) annui. Attraverso la Turchia questo gas potrebbe poi arrivare in Europa. La Turchia riceve essenzialmente gas dalla Russia, dall’Iran, dall’Azerbaijan e dalla produzione interna. Il gas curdo potrebbe diversificare le fonti di approvvigionamento turche e sostenere le ambizioni di Ankara di proiettarsi come un hub regionale del gas. In tal senso, l’accordo tra Russia e Turchia per la centrale nucleare di Akkuyu, in Turchia, potrebbe essere proprio servire a rendere disponibile più gas per le future esportazioni.

Il gasdotto tra Krg e Turchia potrebbe connettere sempre più il gas del Medio Oriente con il Mediterraneo e l’Europa, aumentando le possibilità di stabilizzazione della regione e favorendo una maggiore liquidità del mercato del gas.

La presenza delle compagnie cinesi
Viene da chiedersi come gli Usa vedano l’attivismo della compagnia di Stato russa in Medio Oriente.  La real politik suggerirebbe che, forse, per loro, meglio i russi che i cinesi.

A maggio, le due compagnie petrolifere cinesi Cnpc e Sinopec hanno inviato una delegazione a Teheran per discutere di un investimento di circa tre miliardi di dollari. Si tratterebbe dell’investimento che la anglo-olandese Shell starebbe pensando di abbandonare proprio in conseguenza delle sanzioni. La stessa Cnpc è già pronta a rimpiazzare gli investimenti della Total in Iran.

Sempre a maggio il colosso di trading di materie prime Glencore e la Qatar Investment Authority avrebbero deciso di abbandonare il loro piano di vendita del 9% di Rosneft.

La loro quota era infatti destinata (inizialmente) alla compagnia cinese Cefc Energy. Se l’accordo fosse andato in porto, la Cefc Energy avrebbe raggiunto il 14% di Rosneft. Si sarebbero quindi consolidati ulteriormente i sino-russi. Invece, a crescere in Rosneft sarà proprio il Qatar raggiungendo circa il 18%.

Vedremo come tali scenari evolveranno.