IAI
Tra sfiducia e minacce

Informazione: media e democrazia, equilibrio precario

18 Nov 2018 - Michele Valente - Michele Valente

Quando la stampa è libera e ogni uomo in grado di leggere, tutto è sicuro”, sosteneva Thomas Jefferson, tra i padri della Costituzione americana (1788), che, nel I emendamento, dispone di ‘non limitare’ la libertà di parola e stampa. Cornice formale ispirata ai valori illuministici, la carta statunitense è stata un modello prima per la Dichiarazione Universale dei Diritti umani (1948), riconoscendo il “diritto alla libertà di opinione e di espressione […] ”, per “diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo” (art.19), poi per la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (nota come CEDU, 1953) , che ha aggiunto, al dettato sopra citato, “senza […] ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera” (art.10, comma 1). Nell’odierna congiuntura storica, i rischi legati alla sfiducia nelle istituzioni democratiche tradizionali e le dinamiche di formazione dell’opinione pubblica in rete pongono in seria discussione la necessaria funzione di mediazione affidata ad agenzie e operatori dell’informazione. Baricentro della critica populista all’establishment, minacciati nelle ‘democrazie illiberali’ e repressi nei regimi autoritari, i media, in senso lato, sono bersaglio di attacchi diretti dal vertice di molti esecutivi nazionali.

Notizie dalla realtà, scenari a confronto
Come evidenziato da numerosi rapporti, il mondo dell’informazione vive una fase difficile segnata da un duplice scenario: da un lato, indebolimento e delegittimazione professionale; dall’altro, erosione delle tutele per gli operatori nel settore giornalistico-mediatico.

  1. Nel Trust Barometer Global Report 2018 curato dall’agenzia Edelman, la ‘battaglia per la verità’ è assunta come la sfida di quest’anno. Tra gli aspetti considerati, la preoccupazione, riscontrata in sette cittadini su 10, per l’uso strumentale delle ‘fake news’ e un’attenzione al rapporto di fiducia tra strumenti giornalistici e utenti/fruitori. La relazione fiduciaria tra media e pubblico distingue le ‘piattaforme’ (motori di ricerca e social media), che si attestano al 51%, in calo di due punti rispetto al 2017, dal ‘giornalismo’ (media tradizionali e online), che quest’anno guadagna cinque punti, salendo al 59%. Su 28 Paesi considerati, il gap maggiore (in favore, quindi, del ‘giornalismo’) si registra in Germania (+21 punti); a metà si collocano Italia (+14) e Usa (+11), mentre in Brasile, Messico e Turchia (l’ultima con -13), le ‘piattaforme’ sovrastano il ‘giornalismo’. La sfiducia nei media tocca 22 nazioni su 28, con una media fiduciaria globale pari al 43%: in fondo alla classifica la Turchia (30%, il Paese più sfiduciato), mentre l’indice di fiducia nell’informazione sale rispettivamente al 56% (+12) e 71% (+6), in confronto al 2017, negli Emirati Arabi Uniti e in Cina (classificata al primo posto). Dati da correlare alla situazione della libertà di stampa in ciascun Paese.
  2. La situazione mondiale sul rispetto della libertà d’espressione, come emerge nei rapporti pubblicati quest’anno da Reporters Sans Frontières, Unesco, Amnesty International e Freedom House, si rivela piuttosto allarmante. Il barometro dell’Ong francese ha registrato, da gennaio di quest’anno ad oggi, l’uccisione di 57 giornalisti professionisti, 10 citizen journalists e 4 operatori. Nell’indice Rsf 2018 sulla libertà di stampa, la Norvegia, per il secondo anno consecutivo, si trova al primo posto seguita dalla Svezia, mentre ultima è la Corea del Nord. Scesa alla 157° posizione, la Turchia è oggi “la più grande prigione al mondo per giornalisti”, sostiene Rsf – oltre 120 secondo Amnesty International –: a nulla è valsa l’opposizione delle testate indipendenti all’ondata di arresti seguita al tentato golpe (2016). Il quotidiano Cumhuriyet, sotto stretta osservazione, rimane l’unica voce critica dell’informazione turca contro il governo che condanna, anche all’ergastolo, molti operatori dei media. Il Paese, peraltro, è stato recentemente teatro dell’affaire Khashoggi, giornalista scomparso nelle scorse settimane dopo esseri recato nel consolato saudita a Istanbul e ucciso in circostanze ancora non chiariter. Peggiora anche la situazione in Europa: lo scorso anno, l’omicidio di Daphne Caruana Galizia, autrice di diverse inchieste sulla corruzione locale, ha portato Malta dal 18° al 65° posto; così come, nel 2018, perdono posizioni la Slovacchia (dal 10° al 27° posto), a seguito dell’assassinio di Jan Kuciak, che indagava sui legami tra mafia e politica nazionale, e la Bulgaria (dal 109° al 111° posto, ultimo tra gli Stati membri dell’Unione europea), dove resta da chiarire l’uccisione di Viktoria Marinova, impegnata nell’accertare la distorsione di fondi europei. L’Unesco segnala che, nel 2016, il numero dei Paesi membri, soprattutto africani e asiatici, che ha adottato leggi a tutela della libertà d’informazione è salito a 112. Tuttavia, secondo le opinioni rilevate dai ricercatori Gallup in 131 Paesi nel mondo, solo il 61% degli intervistati giudica ‘buono’ il livello di libertà percepita nei media (in calo rispetto al 67% del 2015), considerandola, secondo il Pew Research Institute (2015), declinata in fattori quali libertà di parola, stampa e in Rete.

In occasione della 25° giornata mondiale della libertà di stampa (3 maggio), il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha ribadito l’importanza di un supporto istituzionale ai media: “Una stampa libera è essenziale per la pace, la giustizia e i diritti umani di tutti […]. Giornalisti e operatori dei media accendono una luce sulle sfide locali e globali, riportando storie che devono essere raccontate. Il loro servizio al pubblico è inestimabile”.

Una politica della contro-informazione: il caso Trump-New York Times
Secondo il presidente statunitense Donald Trump, formalmente garante dei diritti e delle libertà sancite costituzionalmente, i media e, in particolare, i giornali, sono produttori di “fake news”, di fatto “un partito d’opposizione”. Lo scorso 16 agosto, a seguito dell’ennesima sortita via Twitter del presidente, il Boston Globe ha lanciato un’iniziativa che ha raccolto l’adesione di oltre 300 testate editoriali. “Non siamo il nemico del popolo – si legge nell’editoriale di presentazione, riprendendo l’espressione usata in più occasioni da Trump -, la grandezza dell’America dipende dal ruolo di una stampa libera di dire la verità ai potenti”.

Una risposta significativa, dalla stampa locale alla tv all-news Cnn, più tiepida rispetto all’efficacia della campagna, è arrivata soprattutto da giornali come Wall Street Journal e New York Times. Il quotidiano liberal newyorchese, in particolare, si è distinto come voce critica nei confronti dell’attuale presidenza, realizzando numerose inchieste su Trump e il suo entourage: dall’inchiesta Russiagate, sull’influenza e le relazioni con Mosca nel 2016 dello staff dell’allora candidato repubblicano, fino alle recenti rivelazioni su una presunta elusione fiscale, da parte dello stesso presidente, risalente agli Anni ‘90

L’inchiesta sulle ingerenze russe nella campagna elettorale americana del 2016, su cui indaga il procuratore federale Robert Mueller, è valsa alla testata e al Washington Post (il cui significativo motto è ‘la democrazia muore nell’ombra’) il Premio Pulitzer 2018 per la politica interna, a dimostrazione che “la forza del giornalismo Usa” – si legge nelle motivazioni – emerge “durante un periodo di crescenti attacchi”. La funzione di ‘cane da guardia’ della democrazia, dunque, non si esaurisce di fronte alla “propaganda del concetto che la stampa sia ‘nemica del popolo’”, come denunciato in una lettera anonima, pubblicata proprio sull’’ostile’ New York Times lo scorso 5 settembre, da un membro dell’amministrazione statunitense, cui, a stretto giro, il presidente Trump ha replicato in un tweet, attaccando nuovamente il giornale: “The Failing New York Times!”.