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Ambizioni e speranze

Difesa europea: salti quantici e futuri possibili

12 Nov 2018 - Diego Bolchini - Diego Bolchini

Quasi 10 anni fa l’allora rappresentante permanente dell’Italia presso l’Unione europea, Ferdinando Nelli Feroci, citava l’avvio di ben 25 operazioni civili e militari nell’ambito della politica europea di sicurezza e difesa nel periodo 2003-2009[1]. Oggi appare pacifico affermare che la difesa europea ha avuto un accelerazione ancora più significativa, in termini di operazioni condotte, strutture di comando e controllo delle stesse e nuove idee generative. Non a caso la rivista European Defence Matters dell’Eda ha intitolato uno dei suoi numeri del 2018 con l’espressione “quantum leap” (salto quantico) in relazione alle progettualità Pesco.

Questa percezione appare ancora più accentuata se si ragiona comparativamente in termini di strutture e organismi dedicati alla difesa europea. In ambito Nato un comitato militare esiste ad esempio sin dal 1949 – il ‘general of the Army’ (generale a cinque stelle) Omar Bradley ne fu il primo chairman –, laddove l’omologo europeo – EU military committee (Eumc) – è stato creato solo nel 2001. Dal 6 novembre 2018 l’Italia ha assunto per la seconda volta la guida del comitato con il generale Claudio Graziano (dopo il turno del generale Rolando Mosca Moschini tra il 2004 e il 2006).

Tra documenti di vision, costellazioni di satelliti e intelligence
Al di là dell’indispensabile documento programmatico e di vision alla base di questa nuova fase propulsiva, rappresentato dalla  European Union Global Strategy del giugno 2016, possiamo oggi già vedere cristallizzate tracce sostanziali di autonomia strategica europea nel settore spazio e satelliti: come ricordato dall’ Alto Rappresentante Federica Mogherini solo pochi mesi or sono in un suo intervento, le costellazioni di Copernicus e Galileo stanno diventando sempre di più dei game changer per la politica estera, la sicurezza e la consapevolezza informativa: in Iraq, contro il sedicente Stato islamico, l’Isis, così come in mare contro i pirati. O anche nel tracciare tornado nell’area dei Caraibi. Al 2020 è atteso il completamento dei due programmi, rispettivamente con i Sentinel-6 per Copernicus e gli ultimi satelliti per Galileo.

Passando dalla tecnologia alla geopolitica e alla politica dell’informazione per la sicurezza in senso stretto, si discute  spesso dell’esistenza o meno in Europa di condivise percezioni di minaccia  (laddove nell’Ue le valutazioni sono sviluppate a mezzo di realtà federate e dedicate già esistenti come il Siac, Single Intelligence Analysis Capacity[2]). In realtà una percezione e valutazione differenziata ab origine da capitale a capitale dell’Unione non dovrebbe certo stupire. Specie se si considera che – fisiologicamente – anche tra i Paesi della Nato esistono gerarchie di priorità diverse da Paese a Paese circa le criticità che caratterizzano l’arco di instabilità che contorna l’Alleanza. Non pregiudicando per questo la resa dell’Alleanza vista nel suo insieme collettivo in questo delicato settore, alla luce di una solidarietà comune e condivisa.

L’industria e i pacchetti di forza da conseguire
Una questione forse più sensibile per la difesa europea potrebbe essere invece in che modo l’industria europea debba identificare, sviluppare e costruire nuove capacità operative. La sfida qui è nell’integrare orientamenti, predisposizioni e aspettative industriali con le necessità operative più genuine di ogni Nazione, per come dichiarate dai rispettivi vertici strategico-militari (capi di Stato Maggiore della Difesa, con l’azione unificante dell’Eumc).

In questa dinamica, dovrebbe essere sempre più incoraggiato uno stimolo alla consociazione dell’industria, avente le sue logiche peculiari. Dwight Eisenhower, il generale dello Sbarco in Normandia, poi presidente degli Stati Uniti, evocava decenni or sono lo spettro del complesso militare-industriale nella sua America, in un contesto certamente diverso dal nostro. Per l’Europa appare forse saggio riflettere sui diversi perimetri di prerogative e responsabilità distribuite tra industria, Stati membri e Istituzioni europee.

Passando a un piano di meccaniche funzionali, appare ovvio infine affermare che – parallelamente alla crescita di una Europa della Difesa, auspicabilmente aperta a Third Party (Regno Unito ma non solo) – la cooperazione tra Stati membri a differenti livelli, bilaterale, minilaterale e plurilaterale, continuerà. Ma è altrettanto importante dire che spesso il mini-lateralismo subregionale può supportare indirettamente un multi-lateralismo più esteso come quello europeo.

Quanto alle più recenti costruzioni della difesa europea quali l’istituto della Permanent Structured   Cooperation (Pesco), la Coordinated  Annual  Review on Defence (Card) e lo European Defence Fund (Edf), esse devono ora ben sincronizzarsi tra di loro, ma la direzione intrapresa sembra corretta. Rispetto a questa ‘triade’, Il fattore chiave sarà non una semplice linea temporale di azioni prefissate in senso astratto, ma l’abilità di trasformare partizioni di nuove capacità comuni in pacchetti di forza omogenei, integrati e prontamente disponibili nel mondo reale, caratterizzato da diverse incertezze, turbolenze e criticità.

Conclusioni
La finalizzazione del negoziato sulla Brexit nel 2019 e l’avvento di una nuova generazione di leader europei rivelerà forse in futuro, in modo più marcato, l’interdipendenza strategica esistente già oggi tra l’alta politica e la questione stessa dell’autonomia nella difesa e sicurezza comune, un ambito concettuale descritto da alcuni quale vero e proprio nuovo bene pubblico europeo.

Direbbe forse Winston Churchill – primo insospettabile fautore di una Europa federata – in relazione al suo celebre discorso tenuto all’Università di Zurigo, in Svizzera, nel settembre del 1946: We are living in interesting times.

[1] S. Baldi, G. Altana, Vademecum della PESD, manuali diplomatici, 2009.

[2] Pia Philippa Seyfried, A European Intelligence Service? Security Policy Working Paper No. 20/2017.