IAI
Riflessioni dopo l'accordo

Brexit: intesa Ue/Gb, tre lezioni da imparare per i 27

29 Nov 2018 - Ferdinando Nelli Feroci - Ferdinando Nelli Feroci

Domenica scorsa 25 novembre una riunione straordinaria a Bruxelles del Consiglio europeo ha sancito l’intesa  tra il governo britannico e i 27 Paesi membri dell’Unione europea sulle modalità del recesso del Regno Unito dall’Ue e sulle grandi linee delle future relazioni tra Ue e il Regno Unito dopo la Brexit.

Si è chiusa così la prima fase di un complesso negoziato avviato dopo il referendum nel Regno Unito del  23  giugno 2106 e soprattutto dopo la decisione del Governo di Londra, del 29 marzo 2017, di avviare, sulla base dell’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea, il processo che avrebbe sancito il divorzio.

I contenuti dell’accordo del 25 novembre
Con l’accordo sul recesso si sono definite le condizioni di soggiorno, lavoro e accesso ai regimi previdenziali dei cittadini europei nel Regno Unito e dei cittadini britannici nella Ue; si è trovata una intesa sui pagamenti ancora dovuti dal Regno Unito al bilancio dell’Ue fino alla fine del 2020; si è sancita la necessità di un periodo transitorio (in principio fino alla fine del 2020, ma verosimilmente da estendere anche oltre quella scadenza) tra la Brexit e l’entrata in vigore delle nuove relazioni; e soprattutto si è trovata una soluzione (sia pure temporanea) alla esigenza di evitare un “hard border” tra la Repubblica di Irlanda e l’Irlanda del Nord.

Si è poi registrata l’intesa su un quadro di riferimento per il futuro delle relazioni tra l’Ue e il Regno Unito al di là della Brexit, che prevede in sintesi la creazione di un’area di libero scambio, una cooperazione in materia di regole e standard finalizzata a realizzare il massimo di convergenza in materia di concorrenza, aiuti di stato, protezione ambientale e tutela del lavor, e l’impegno a individuare formule ad hoc di cooperazione in materia di sicurezza interna e esterna e di politica estera.

La parola ai Parlamenti europeo e britannico
Ora l’accordo sul recesso e la dichiarazione politica saranno sottoposti alla ratifica del Parlamento europeo e del Parlamento britannico. E mentre il Parlamento europeo non dovrebbe avere difficoltà ad approvare l’accordo a larga maggioranza,  le prospettive, come noto, sono molto più incerte a Westminster. Il primo ministro britannico Theresa May dovrà impegnarsi a fondo per convincere gli stessi parlamentari del suo partito che l’accordo raggiunto era il migliore possibile date le circostanze. Il rischio di un rigetto dell’accordo è alto perché  fra i Tories, e addirittura nello stesso Governo,  sono diffuse resistenze e diffidenze nei confronti di una intesa che viene percepita come una resa senza condizioni alla posizioni dell’Ue o addirittura come un tradimento dello spirito del referendum del giugno 2016.

Allo stato è impossibile prevedere quale sarà l’esito del voto a Westminster. Gli Stati membri e la Commissione europea attendono fiduciosi che il buon senso prevalga. Ma a Bruxelles nel frattempo sono state predisposte, ad uso dei vari stakeholders nazionali nei 27 Paesi membri, schede informative sulle conseguenze di un “no deal”, nell’ipotesi che alla scadenza del 29 marzo 2019 non ci sia una intesa sulle modalità del recesso né tanto meno sul futuro delle relazioni Ue – Regno Unito.

Una vicenda che ha molto da insegnare
Nell’attesa di capire come voterà il Parlamento britannico, ci sono però alcune lezioni che è possibile trarre già da ora da questa vicenda, che, comunque si concluda, ha segnato e segnerà  indubbiamente un momento di grande criticità nella storia dell’Unione europea.

La prima lezione è che uniti si vince, o perlomeno si ottiene quello che si aveva in mente di ottenere. Sotto questo profilo, la vicenda della Brexit ha evidenziato una straordinaria, e non scontata, unità dei 27 dall’inizio del processo fino alla sue battute conclusive. Non era un risultato scontato se si pensa che, nelle prima fasi del negoziato, erano emerse sensibilità differenziate sull’argomento nelle varie capitali europee; e che si era corso il rischio che Londra volesse giocare la carta di ipotetiche divisioni fra Stati membri per indebolire la posizione comune.

Il merito va certamente all’abilità e alle capacità del negoziatore europeo, Michel Barnier, e alla sua squadra. Ma il merito va anche al metodo. La vicenda della Brexit sembrerebbe confermare la bontà di un metodo (quello che una volta si definiva comunitario) che vede la Commissione in prima linea, naturalmente con il sostegno degli Stati membri, nella gestione di dossier al tempo stesso politicamente delicati e tecnicamente complessi.

La seconda lezione è che lasciare l’Unione europea ha costi molto elevati. Se è ancora presto per valutare l’impatto della Brexit sull’economia britannica (ci vorranno vari anni prima di poterne avere un’idea, ma già si è assistito allo spostamento sul continente di importanti attività e posti di lavoro), i costi per il Regno Unito in termini politici e sociali sono già enormi, e potrebbero aumentare quando si andrà definire nel dettaglio il quadro delle future relazioni. Un Paese diviso non solo tra leavers e remainers, ma anche tra aree metropolitane e campagne, tra giovani e anziani. Un sistema politico scosso dalle fondamenta, con divisioni profonde non solo tra partiti ma anche all’interno di singoli partiti. Il ritorno di tentazioni separatiste, che sono riemerse in Scozia e che potrebbero riemergere nell’Irlanda del Nord, con rischi per la stessa integrità del Regno Unito.

La terza lezione è che le regole sono fatte per essere rispettate. L’integrità del mercato interno, l’inscindibilità delle quattro liberà fondamentali iscritte nei Trattati, l’impegno a pagare quanto dovuto sulla base di impegni solenni assunti nel passato, il rispetto per i diritti acquisiti dei cittadini, sono tutti aspetti sui quali il Regno Unito ha dovuto piegarsi alla posizione comune dell’Ue. E non perché abbia prevalso l’intenzione da parte dei 27 di punire il Regno Unito per la scelta di abbandonare il ‘club’. Ma più semplicemente perché occorreva evitare, grazie al rispetto delle regole, che chi lascia il ‘club’ tragga un vantaggio dalla posizione di ‘free rider’.

Questo non significa che la partita sia conclusa. Ammesso che l’accordo sia ratificato dai due Parlamenti occorrerà mettersi rapidamente a lavorare per tradurre le linee guida faticosamente individuate nella dichiarazione politica in testi di accordi giuridicamente vincolanti. Sapendo che, almeno per alcuni aspetti non certo secondari, l’accordo sul recesso si è raggiunto solo grazie a formule ambigue e rinviando al futuro le definizione di questioni complesse per le quali non c’erano margini per una intesa (come per il problema della frontiera fra Irlanda del Nord e Repubblica di Irlanda). Ma anche sapendo che è nell’interesse anche dell’Ue definire una relazione autenticamente collaborativa con il Regno Unito dopo che sarà diventato un Paese terzo.