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Appunti per una analisi identitaria

Russia: la Federazione mosaico eterogeneo di entità diverse

21 Ott 2018 - Diego Bolchini - Diego Bolchini

Spentisi gli echi mediatici della grande esercitazione militare russo-cinese Vostok 2018 dello scorso settembre, i media specializzati hanno più recentemente rilanciato la notizia – diffusa dal servizio stampa del ministero della Difesa russo il 2 ottobre – di una serie di esercitazioni aeree con bombardieri strategici Tupolev-160 e Tupolev-95MS e bombardieri a lungo raggio Tupolev-22M3. Coinvolti nelle stesse diversi aeroporti della Federazione russa collocati anche a grande distanza tra di loro, nei distretti militari occidentali, centrali e orientali.

Volendo adottare proprio una visione aerea di insieme, dall’alto, come provare a descrivere e circoscrivere oggi i margini identitari dello spazio culturale rappresentato dalla sconfinata Federazione russa? Impresa non certo agevole, considerando che su un piano politico-amministrativo la Federazione conta oltre 80 soggetti amministrativi diversi, tra Repubbliche autonome, Regioni, Territori, Circondari e Città a rilevanza federale (come Mosca e San Pietroburgo). In questo eterogeneo mosaico di entità, le Repubbliche sono le realtà che godono di maggiore autonomia.

Il grande mosaico russo
Alcune di esse hanno fisionomie socio-religiose del tutto peculiari: si pensi alla Repubblica di Calmucchia, ove è ampiamente diffuso il buddismo tibetano. O alla Repubblica di Carelia, posta a ridosso della Finlandia e avente una propria caratterizzazione linguistica (il careliano appunto, lingua balto-finnica parlata sia nella parte russa che nella parte finlandese della regione). Altre Repubbliche periferiche starebbero poi vivendo dinamiche di osmosi confinale significative, come mostrerebbe – secondo alcuni studiosi – un riferito processo di sinizzazione/penetrazione demografica cinese nelle regioni del Far East. Permangono infine tensioni sociali su territorio russo nei confronti dei lavoratori immigrati dai Paesi dell’Asia centrale e caucasici.

Nella geopolitica russa – oltre la tradizionale dimensione antropica e terrestre -, appare di rilievo anche il peso della componente acquatica. Si pensi alla forza del fiume Volga nell’immaginario collettivo russo. Lungo 3500 km, il Volga è il fiume più lungo d’Europa. Con la sua rete di canali è la principale arteria navigabile del cosiddetto sistema dei cinque mari, mettendo in comunicazione Mosca con il Mar Bianco, il Mar Baltico, il Mare d’Azov, il Mar Caspio e il Mar Nero. Non a caso, questa via fluviale è chiamata in russo Màtuska, ‘piccola madre’, e nella regione dell’anello d’oro che parte da Mosca il fiume attraversa 11 chiuse staliniane costruite negli Anni Trenta. Così come è di assoluto rilievo il push factor rappresentato dall’accesso ai mari caldi.

Una nuova dinamicità di proiezione
A venti anni dalle dichiarazioni del 1998 di non onorabilità del debito di Stato da parte del presidente pro-tempore Boris Ieltsin, l’area geopolitica e la massa territoriale che era stata già in grado di infrangere i sogni napoleonici nell’800’ e quelli hitleriani nel 900’ ha condiviso la scena mediatica degli ultimi quattro anni con la nuova via della seta cinese e la cronaca molecolare del sedicente Stato islamico, l’Isis, in ragione delle coeve vicende del conflitto in Ucraina e della stessa azione russa in Siria.

Proprio il contesto siriano ha evidenziato come oggi la Russia non agisca più in una modalità garrison army, come espressa durante la guerra fredda dal modello del patto di Varsavia. Oggi la cosiddetta dimensione expeditionary (ovvero di proiezione esterna) ha rilevanza sostanziale e anche modificativa. Come sottolineato al riguardo dal professor Vittorio Emanuele Parsi dell’Università Cattolica di Milano nel suo recente volume Titanic – il naufragio dell’ordine liberale (2018): “Nel Caucaso, in Ucraina e in Siria le forze russe hanno progressivamente e deliberatamente mostrato un incremento delle proprie capacità di svolgere azioni complesse e Joint (terra mare cielo)”.

Un caleidoscopio di uomini, eventi, stagioni politiche
Volgendo lo sguardo indietro, oltre le contingenze odierne, l’abisso della storia politico-militare russa ci appare profondo, caratterizzato da crisi cicliche e trend ondivaghi, talora contradditori: 300 anni di dinastia Romanov, Lenin, Stalin, la scarpa di Kruscev battuta al tavolo dell’Onu, la dottrina Breznev e i discorsi da “nuovo umanesimo” di Gorbaciov ancora al consesso dell’Onu.

Nel 1993 il primo ex militare russo, Dimitri Trenin, entrava a far parte del Nato Defense College come senior research fellow. Nel 1996 si verificava la morte di Dudaev – già generale dell’aviazione sovietica in servizio in Estonia – in Cecenia. Nel 1997 l’Atto fondativo delle Relazioni tra Nato e Federazione russa. Oggi lo stato di relazioni in chiaroscuro che conosciamo con il mondo occidentale, tra deterrenza, sanzioni, dialogo e speranze di nuove ricomposizioni.

Intanto, il dato provvisorio che contraddistingue i progetti politici delle diverse stagioni paradossalmente permane, immutabile e immortale. Indicativamente, tra le poesie dell’ex segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica Yuri Andropov, ritrovate dopo la sua morte nel 1984, si legge il seguente passo: Siamo solo di passaggio a questo mondo, sotto la luna la vita è un attimo. La terra ruota nell’universo, gli uomini vivono e svaniscono”[1].

[1] In A. Graziosi, l’URSS dal trionfo al degrado. Storia dell’Unione Sovietica, 1945-1991, Il Mulino, 2008.