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Fra il no di Iohannis e il sì di Dragnea

Romania: un referendum per bandire le unioni omosessuali

3 Ott 2018 - Marco Petrelli - Marco Petrelli

La famiglia si basa sul matrimonio liberamente concordato tra i coniugi, sulla loro uguaglianza e sul diritto e dovere dei genitori di garantire la crescita, l’istruzione e la formazione dei bambini” recita l’articolo 48 della Costituzione rumena al centro del referendum costituzionale proposto da Coalitia Pentru Familie e avallato dal Senato il 13 settembre scorso. Lo scopo dei promotori è quello di modificarne il testo, al fine di rendere fuori legge le unioni omosessuali in Romania, dove, fino a pochi anni fa, l’essere omosessuali era ancora un reato.

Sino al 2001, infatti, il Codice Penale rumeno disponeva che: “I rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso, commessi in pubblico o che causano uno scandalo pubblico, sono puniti con la reclusione da uno a cinque anni […] La sollecitazione o l’adescamento di una persona dello stesso sesso per rapporti sessuali, così come la propaganda o l’associazione o qualsiasi altro atto di proselitismo per lo stesso scopo, sono punibili con la reclusione da uno a cinque anni”. (art. 200).

La situazione pregressa e una difficile evoluzione
Redatto ai tempi della dittatura comunista di Nicolae Ceausescu, il Codice era ancora impregnato dell’orientamento socialista in materia di famiglia e sessualità: i rapporti gay erano chiaramente contrari alla politica governativa a favore delle nascite e dall’incremento demografico. Gli omosessuali venivano  quindi schedati e tenuti sotto controllo dalla Securitate.

La modifica di un codice non corrisponde per forza a un immediato e radicale mutamento dell’atteggiamento sociale. Per alcuni anni, l’uguaglianza di genere ha continuato a essere considerata come un tabù dall’opinione pubblica. La situazione è cambiata con l’ingresso nell’Ue, che, nel 2007, costringe la Romania a rivedere le sue posizioni in merito.

Lo scorso giugno ad esempio la Corte di Giustizia europea ha sentenziato che gli stati dell’Unione che non hanno legalizzato il matrimonio omosessuale devono comunque offrire ai coniugi dello stesso sesso diritti uguali a quelli delle coppie eterosessuali, in netto contrasto con le finalità di Coalitia Pentru Familia, della Chiesa ortodossa e di quella cattolica di rito greco che invece sostengono con forza la modifica dell’articolo 58.

Problemi con l’Ue da un sì nel referendum
Il referendum costituzionale rischia di creare problemi di rispetto dei diritti fondamentali con l’Unione: questa è la difficile situazione in cui si trova oggi la nazione danubiana, specie dopo che il presidente Klaus Iohannis ha espresso la sua opposizione all’iniziativa. Anche l’ex premier Dacian Ciolos si è detto contrario al referendum invitando sostenitori e iscritti del suo partito a non recarsi alle urne.

Ma Iohannis è andato oltre: in occasione della visita in Italia prevista per metà ottobre, ha voluto fare sapere, tramite l’ambasciatore George Bologan, che il suo Paese non sta con il Gruppo di Visegrad e si schiera di fatto a favore della linea di accoglienza e di ripartizione dei migranti sostenuta dall’Ue.  Non solo, il 18 settembre, durante il vertice dei Paesi dell’iniziativa ‘Tre Mari’ di Bucarest, Iohannis ha sottolineato che la Romania è un Paese profondamente filo-europeista e pro-atlantico.

La politica si schiera pro e contro
Parole che potrebbero influenzare l’esito referendario: d’altronde, le proteste di agosto contro la corruzione ed i tagli al sistema previdenziale spingevano anche verso una maggiore partnership con la Nato e con l’Unione, auspici ben espressi da Iohannis.

Al contrario il presidente della Camera Liviu Dragnea sostiene che voterà per il Sì, cioè a favore della modifica: una posizione che pesa di certo sull’immagine della campagna referendaria. Da un lato la Romania che guarda all’Europa e alla trasformazione sociale, ai diritti e alla legalità; dall’altra quella rimasta ancorata a una vecchia concezione, sostenuta da una classe politica icona della corruzione e artefice della repressione, dura, delle manifestazioni d’agosto.

Al di là dei risultati, infatti, ciò che davvero farà la differenza il 7 ottobre sarà la comunicazione, politica, dell’evento e il modo in cui essa sarà recepita dall’opinione pubblica rumena e internazionale.