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Tensione tra Chiese e autorità politiche

Razzismo: un’eresia che realizza l’unità dei cristiani contro

15 Ott 2018 - Emmanuela Banfo - Emmanuela Banfo

C’è un’eresia sulla quale si realizza l’unità di tutti i cristiani: il razzismo. La Conferenza mondiale sulla xenofobia, il razzismo e il nazionalismo populista nel contesto della migrazione globale, tenutasi tempo fa a Roma, ne è stata un esempio lampante. Organizzato dal Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale e dal Consiglio ccumenico delle Chiese (Cec) in collaborazione con il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani (Pcpcu), l’incontro ha messo in evidenza sicuramente un aspetto: la rilevanza politica e sociale delle Chiese è oggi più che mai attuale. Che sia in calo il numero dei credenti  praticanti (in Europa, ma non nel resto del mondo) non significa che le istituzioni religiose abbiano perso, o vogliano rinunciare a svolgere, un ruolo rispetto alle altre istituzioni. Un ruolo, anzi, che rivendicano come parte della loro missione evangelica.

Il messaggio di Papa Francesco e delle Chiese evangeliche
In questo senso il messaggio di papa Francesco alla Conferenza mondiale lo ha ribadito in modo netto: “Di fronte al dilagare di nuove forme di xenofobia e di razzismo, anche i leader di tutte le religioni hanno un’importante missione: quella di diffondere tra i loro fedeli i principi e i valori etici inscritti da Dio nel cuore dell’uomo, noti come la legge morale naturale. Si tratta di compiere e ispirare gesti -ha sostenuto il Pontefice – che contribuiscano a costruire società fondate sul principio della sacralità della vita umana e sul rispetto della dignità di ogni persona, sulla carità, sulla fratellanza, che va ben oltre, la tolleranza, e sulla solidarietà”.

E, in sintonia, il presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei) Luca Negro ha osservato: “Le migrazioni fanno parte della condizione umana, della narrazione biblica che è narrazione di un popolo di migranti”.

Il documento di fine lavori e il Manifesto per l’accoglienza
Il documento di fine lavori  non mette nero su bianco nomi e cognomi di politici o coalizioni di governo, ma il riferimento è sottinteso: “Pretendere di proteggere i valori cristiani sbarrando la strada a chi cerca rifugio da violenze e sofferenze è inaccettabile, mina la testimonianza cristiane nel mondo e fa dei confini nazionali degli idoli”.

Sono parole cui fa eco il Manifesto per l’accoglienza, approvato dal consiglio della Fcei e che ha trovato ampio consenso da parte cattolica e dall’American Waldensian Society (Aws), che lo ha paragonato alla Dichiarazione di Barmen approvato dalle chiese confessanti di Germania nel 1934 in opposizione a Hitler.

Il sapore profetico della tensione Chiese – potere politico
E’ singolare che lo stesso riferimento al nazismo sia stato fatto, nei mesi scorsi, da Bergoglio durante un’intervista al settimanale tedesco Die Zeit. Nel 1933, dopo il fallimento della Repubblica di Weimar, la “Germania era disperata – ha ricordato il Papa –, indebolita dalla crisi del ’29; e allora arrivò quest’uomo che disse: io posso, io posso, io posso! Si chiamava Adolf. Ha convinto il popolo che lui poteva. Il populismo ha sempre bisogno di un messia. E anche di una giustificazione: noi custodiamo l’identità del popolo”.

A questa presunta identità, statica, volutamente immobile, oggi s’oppone la cristianità, almeno una grossa parte della cristianità dell’Europa occidentale.  Lasciamo sullo sfondo la domanda – lecita a fronte dei dati elettorali e dei sondaggi – se l’insofferenza delle Chiese cristiane verso politiche di respingimento dei migranti e di intolleranza verso gli stranieri sia  solo dei loro vertici o anche dei cittadini credenti che fanno parte delle loro comunità. Di sicuro, si registra una tensione Chiese – autorità politica che ha, questa sì, sapore profetico.

Una Chiesa più consapevole dei suoi fedeli
Da Geremia a Gesù di Nazareth se c’è un elemento di continuità è proprio la rivendicazione ad assumere su di sé l’impegno e il rischio di opposizione al potere, sia esso laico o religioso. Non sono, dunque, incursioni fuori campo, intromissioni indebite, le critiche ad atti di governo, come quelle venute recentemente dalla Fcei  e dalla Csd  – Diaconia Valdese sul decreto Salvini, definito “una picconata al diritto d’asilo e alla tradizione umanitaria italiana” .

Ma non sono mancate dichiarazioni preoccupate anche dal presidente della Cei, Gualtiero Bassetti mentre il Papa dalla Lettonia ha sollecitato “ad accogliere in tempi nei quali sembrano ritornare mentalità che invitano a diffidare degli altri”, dove s’annida il razzismo. Tutti interventi che fanno parte dell’ essere Chiesa, oggi, nell’Europa del secondo millennio.

Tutto questo non impedisce il confronto, il dialogo, le mediazioni dettate dal voler essere parte in causa nei grandi processi di trasformazione delle nostre società. Da qui i “corridoi umanitari”  che Chiese evangeliche e comunità di Sant’Egidio stanno sperimentando positivamente quale forma legale di ingressi. Da qui la decisione risolutiva del Vaticano in occasione dell’ impasse della nave Diciotti. Don Ivan Maffei, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, parlò di “risposta di supplenza” per sbloccare la situazione.

Fa parte dell’essere Chiesa, dunque, cercare un’interlocuzione con coloro che governano le nazioni denunciando quelle che ritiene siano ingiustizie, violazioni dei diritti umani, atti discriminatori.  In questo senso è da leggere anche l’appuntamento ecumenico del 3 ottobre, a Lampedusa, al Santuario della Madonna di Porto Salvo, di fronte a quel pezzo di mare dove il 3 ottobre del 2013 fecero naufragio 368 migranti. Ma di fronte a quel pezzo, bello e tragico, di mare non c’era tutta la cristianità europea e neppure italiana. Esattamente come accadde nella Germania della dichiarazione di Barmen e nell’Italia delle leggi razziali.