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Dal referendum alle elezioni

Iraq: Kurdistan, da Erbil a Baghdad curdi restano divisi

19 Ott 2018 - Stefania Sgarra - Stefania Sgarra

Il 30 settembre, a un anno dal referendum sull’indipendenza, il Kurdistan iracheno si è recato alle urne per eleggere il Parlamento regionale. Il voto si è svolto in un clima di tensione e astensionismo a segnalare la disaffezione popolare nei confronti delle istituzioni dopo anni di crisi politica, sociale ed economica. Con più di 700 candidati in lizza per i 111 seggi del Parlamento, la scena politica curda rimane spaccata e polarizzata dalla crescente distanza tra i partiti storici Puk e Kdp.

La stessa frammentazione si è riscontrata anche a livello nazionale nella parallela competizione per la presidenza irachena. Secondo il sistema di quote introdotto nel 2005, le tre principali cariche dello Stato sono assegnate su base etnico- settaria. Avendo il Parlamento eletto il sunnita  Mohammed al-Halbousi come portavoce, la palla della presidenza dello Stato è passata in campo curdo. Per la prima volta dalla caduta di Saddam, Puk e Kdp si sono però schierati dietro candidati diversi rompendo l’accordo informale per cui al Kdp spettava la presidenza nel governo regionale del Kurdistan e al Puk la presidenza nazionale.

Erbil: una transizione delicata
Se la violenta narrativa contro Baghdad si è parzialmente sopita a un anno dal referendum e i rapporti con il governo centrale dell’Iraq sono migliorati, si è acuito lo iato interno tra Puk e Kdp. Il primo assieme ad altri partiti d’opposizione ha portato avanti una linea di cooperazione con Baghdad, rigettando a posteriori il referendum come un errore. Da parte loro, il Kdp e il suo leader Masoud Barzani, che aveva lanciato il voto sulla secessione ed era stato poi costretto a dimettersi dalla presidenza, si sono scagliati contro il Puk, accusandolo di avere ceduto Kirkuk e tradito la causa curda.

Dai risultati delle elezioni del 30 settembre, il Kdp risulta in testa confermando la debolezza del Puk. Infatti la malattia e la morte del leader storico Jalal Talabani nell’ottobre del 2017 gli hanno inferto un duro colpo in termini di popolarità e leadership. Vi è al momento un vuoto di potere ai vertici del partito, controllati dalla vedova e dai due figli senza che sia ancora stata designata una guida ufficiale.

Nonostante ciò, le denunce di frode fioccate durante e dopo il voto indicano la fragilità dell’attuale momento di transizione e il rischio di prolungare la fase di stagnazione politica. Peraltro la presenza dei Peshmerga, le forze armate curde tuttora affiliate ai due partiti, rimane un fattore destabilizzante, come suggerito dalle dichiarazioni di un esponente del Puk al giornale curdo Rudaw: “Anche se vinciamo solo un seggio siamo il Puk. Siamo armati. Nessuno può disarmarci”.

La bassa affluenza alle urne è sintomatica dell’urgenza di rimettere in sesto la macchina parlamentare ferma dalla crisi di governo del 2015. Il malcontento popolare era già esploso lo scorso inverno in una serie di proteste che erano state messe a tacere con arresti di attivisti e giornalisti senza che il governo offrisse una soluzione. Dalle ultime elezioni parlamentari nel 2013 le condizioni di vita nel Kurdistan sono peggiorate sensibilmente con l’abbattersi della crisi economica alimentata dal calo dei prezzi del petrolio, dall’affluenza di rifugiati siriani e sfollati iracheni, dalla presenza dell’Isis e dalla dilagante corruzione.

Baghdad: Barham Salih, un segnale di cambiamento?
Sorti opposte, invece, a Baghdad, dove il 2 ottobre, al secondo round di voto in Parlamento il candidato del Puk, Barham Salih, ha sbaragliato l’avversario, proposto dal Kdp, Fuad Hussein. Non appena vestiti i panni presidenziali, Salih ha designato come primo ministro il candidato indipendente Adel Abdul Mahdi,  di fatto interrompendo lo stallo politico in corso da maggio e 15 anni ininterrotti di governo del partito sciita al-Dawa. Adesso Mahdi ha 30 giorni per formare un governo e sottoporlo al Parlamento per ottenerne la fiducia.

La vittoria di Salih è stata accolta con ottimismo. Nel corso della sua lunga carriera politica, come vice primo ministro iracheno prima e primo ministro del governo regionale curdo poi, Salih si è distinto all’interno dell’Iraq e all’estero come politico moderato e carismatico. Sia Teheran che Washington, fortemente coinvolte nella politica irachena e di solito schierate su fronti opposti, si sono congratulate con il neo-presidente.

Come presidente dell’Iraq Salih non gode di molto potere decisionale, ma potrebbe comunque rappresentare un ponte tra Baghdad ed Erbil se i due titani della politica curda riuscissero ad appianare le proprie differenze. Rimane cruciale infatti che il Kurdistan ritrovi una voce unica in grado di promuovere gli interessi curdi a Baghdad e sulla scena internazionale e capace di rafforzare le istituzioni regionali e riguadagnare credito agli occhi degli elettori rimarginando le ferite della frustrata richiesta di indipendenza.